Spiragli

Un breve intervento, che è doveroso fare alla luce della partecipazione di Paolo Barnard ieri sera a L’Ultima Parola (Rai2).

Doveroso perché finalmente, dopo mesi di inutili richiami ad una fantomatica “unità nazionale” e ad una non meglio precisata ricetta per la “crescita”, il grande pubblico ha avuto modo di conoscere scampoli di verità, proclamati a chiare lettere.

Non dimenticherò mai la faccia di Colaninno, e il suo intervento berlusconeggiante e censorio, quando Barnard ha esposto il suo pensiero circa l’attuale premier: è l’emblema di una classe politica che per 20 anni ha sbraitato contro il Nemico Finale Berlusconi (senza mai prendere, però, quei due o tre provvedimenti che lo avrebbero definitivamente messo fuori gioco) e che ora difende attivamente un gruppo di tecnocrati non eletti che stanno devastando l’Eurozona.

Questa è storia, gente.

La crisi economica e il Back-Office del Potere: incontro con Gioele Magaldi

Nel film The Matrix (1999), i fratelli Wachowski hanno rappresentato un mondo distopico, nel quale gli uomini sono imprigionati all’interno di un sistema di false rappresentazioni della realtà, artificialmente costruite per schiavizzarli.

La scena più sensazionale del film è senz’altro quella dell’iniziazione del protagonista Neo all’arduo percorso che lo porterà a svelare le realtà nascoste da quel mondo fittizio. Il suo mentore Morpheus gli porge due pillole, una blu ed una rossa: la prima per dimenticare tutto e tornare serenamente alla vita precedente, la seconda per gettarsi anima e corpo alla scoperta dei segreti di Matrix, e “scoprire quant’è profonda la tana del Bianconiglio”.

Ebbene, questa crisi offre l’occasione giusta per scegliere la pillola rossa, e in questo caso l’oggetto della ricerca è: perché nascono crisi economiche come questa, strutturalmente dirette a colpire i ceti medio-bassi della popolazione? E ancora, esistono motivi (diversi dal semplice profitto a breve termine) che abbiano spinto potenti gruppi di potere a tanto?

Il mondo di internet offre “verità” e chiavi di volta pronte all’uso per spiegare millenni di storia, ma troppo spesso provenienti da voci che pretendono di imbrigliare gli eventi nei loro schemi monolitici e distorti; perciò, un individuo inesperto ma desideroso di sapere, come il sottoscritto, rimane confuso e insoddisfatto di spiegazioni semplicistiche.

Così, tempo fa decido di cercare di contattare ed incontrare Gioele Magaldi, leader del movimento d’opinione Imagemassonico Grande Oriente Democratico, perché mi sembrano imponenti la qualità e la quantità delle informazioni riportate dal sito del movimento stesso (www.grandeoriente-democratico.com) così come assolutamente intrigante appare l’impostazione di fondo che regge le sue tesi. Seguo da mesi gli interessanti interventi del sito, ma sono convinto che un incontro personale possa dare ancora più solidità alla mia comprensione delle dinamiche analizzate da Grande Oriente Democratico.

In quella che poteva sembrare ad occhi esterni una semplice chiacchierata in un caffè di Roma, Gioele Magaldi ha esposto sinteticamente e parzialmente alcune delle considerazioni che egli argomenta e documenta nel suo libro “MASSONI
. Società a responsabilità illimitata. Il Back-Office del Potere come non è stato mai raccontato. Le ragioni profonde e le ragioni inconfessabili della crisi economica e politica occidentale del XXI secolo” (Chiarelettere Editore)
, di imminente uscita.

La nostra discussione è partita dall’analisi di due libri intriganti (ritenuti utili e suggestivi anche da Magaldi, che però li giudica limitati e carenti sotto alcuni profili storico-critici) come Il Più Grande Crimine di Paolo Barnard e Il romanzo della crisi dell’anonimo che si firma Agente Americano: in essi viene delineata una contro-storia del potere politico e finanziario dell’ultimo secolo, e in particolare di come alcuni gruppi di potere sovranazionali, tendenzialmente conservatori ed iper-liberisti, abbiano elaborato qualche decennio fa un piano per far precipitare nella recessione le economie delle democrazie occidentali, e metterne in discussione la sovranità nazionale e popolare. Mentre Barnard affronta prevalentemente la storia dell’Unione Europea e dell’euro come strumento di oppressione, Agente Americano si concentra sulla realtà americana, ma entrambi individuano dei responsabili precisi: le èlite neoliberiste, neoclassiche, neomercantili, il cui potere si esplica e si propaga per mezzo di Club sovranazionali come la Commissione Trilaterale, il Club Bilderberg, il Council on Foreign Relations e molti altri.

Questa ricostruzione, solo parzialmente condivisa da Magaldi, è infatti da lui ampliata, integrata e corretta mediante l’inclusione dell’elemento chiave per spiegare questa malsana egemonia totalitaria della finanza iper-mercatista: è la Massoneria, con tutta la complessità della sua storia non solo “politica” ma anche “filosofico-spirituale”.

Contrariamente a quanto si crede nell’immaginario collettivo, la Massoneria è infatti un’istituzione bifronte. Magaldi spiega che, dopo la fase rivoluzionaria del XVIII secolo, in cui la Massoneria costituì il centro propulsivo e creativo della distruzione dell’Ancièn Regime all’insegna del fondamentale trinomio Libertà-Uguaglianza-Fraternità (che sarà assunto come obiettivo di tutte le stagioni rivoluzionarie euro-occidentali) il mondo libero-muratorio si spacca pressappoco in due, con ampie zone grigie tra l’uno e l’altro orientamento.

Se nella stagione settecentesca il nemico comune era rappresentato dal principio secondo cui l’aristocrazia veniva legittimata al potere da un supposto diritto di sangue, tutto cambia dopo la distruzione di quell’antico ordine sociale, firmata e resa possibile soprattutto dalla Massoneria. Mentre gran parte dei massoni sostiene la necessità di continuare sulla strada dell’ampliamento dei diritti civili, politici, umani, in una continua ricerca del bene e del progresso liberale e democratico dell’umanità, altri consistenti gruppi latomistici prendono le distanze da quest’impostazione. Massoni come Edmund Burke (ma è un nome fra tanti), ad esempio, oscillano tra la difesa conservatrice del modello aristocratico-parlamentare inglese e un rinnovamento del principio d’autorità precedente, ma con una significativa variazione: in sostanza non più l’egemonia di un’aristocrazia di sangue, in quanto tale archiviata dalla storia, ma un’aristocrazia dello spirito, che lasci agli uomini “più elevati” iniziaticamente (talora anche di nobile lignaggio, ma spesso no) l’onere e l’onore di governare la massa degli individui “inferiori”.

Per precisare quest’aspetto, Magaldi spiega come tale convinzione trovi le sue radici in un’interpretazione oligarchica del pensiero gnostico valentiniano, in particolare dell’idea che gli uomini siano suddivisi in tre classi “ontologiche”:

– quella degli uomini ilici (dal greco hyle, materia), legati esclusivamente alle pulsioni e alle emozioni, ed incapaci di governare sé stessi;

–  quella degli uomini psichici (da psiche, anima) legati prevalentemente alla razionalità e all’intelletto, ma con scarsa conoscenza della realtà spirituale;

–  quella degli uomini pneumatici (da pneuma, spirito), ovvero quelli che realizzano in sé il mix perfetto fra corpo, anima e spirito.

Questa categoria di massoni elitari, ampia ed eterogenea, condivide l’obiettivo di farsi leader pneumatica dell’umanità, considerata non come comunità da perfezionare progressivamente nel suo insieme nel rispetto di regole democratiche e pluraliste (come è invece obiettivo dei massoni progressisti) bensì come massa informe, incapace di essere plasmata se non da un gruppo di elitari Maestri Illuminati.

ImageDa questa dialettica massonica nascono, secondo Magaldi, le grandi contrapposizioni ideologiche che contraddistinguono Modernità e Contemporaneità. Si va dall’epoca delle lotte politico-sociali ottocentesche e dei vari risorgimenti nazionali anti-Restaurazione a la Prima e alla Seconda Guerra Mondiale, fino alla guerra finanziaria che stiamo sperimentando sulla nostra pelle nel XXI secolo. Questa affonda le sue radici in una revanche neoliberista che, a partire dagli anni ’70, inizia ad affossare e denigrare qualunque modello socio-economico keynesiano. Inoltre, è sempre da quegli ambienti massonici elitari e reazionari che hanno avuto origine il Fascismo ed il Nazismo (nonostante le apparenti proclamazioni anti-massoniche, in realtà dirette scientificamente contro le componenti progressiste e democratiche della Libera Muratoria); da quel tremendo scontro, la Massoneria progressista esce vincitrice (vedi soprattutto l’opera di quei Fratelli che agirono accanto al Massone Franklin Delano Roosevelt e al Massone reazionario pentito Winston Churchill) ed ha ancora ampi spazi di manovra nel primo dopoguerra, ma per Magaldi gli anni ’70 segnano l’ascesa di vecchie-nuove componenti massoniche oligarchiche e reazionarie.

Abilmente celate dietro una maschera di universalità cosmopolita e di propensione verso l’intero villaggio globale, queste componenti, fortemente radicate anche nella grande industria e nell’alta finanza, si fanno portatrici di un’aberrazione imperialistica e tirannica della globalizzazione, foriera di squilibri e spaccature ancora più profonde fra Nord e Sud del mondo. Dopo aver completamente trasformato i rapporti di produzione, creando sacche di lavoro sottopagato e schiavizzato nei Paesi in via di sviluppo, queste correnti massoniche iniziano ad adoperarsi anche per una destrutturazione progressiva di quella che era stata la linfa della politica economica relativamente equa e armoniosa degli Stati occidentali democratici del XX secolo: la finanza pubblica finalizzata a promuovere ampia occupazione e giustizia sociale.

Ostracizzando persino la memoria dei Massoni progressisti Keynes e Roosevelt, ostacolando qualunque sviluppo neo-keynesiano in termini di intervento pubblico nell’economia, questi massoni neo-oligarchici diffondono e rendono ovunque (accademie, think-tanks, istituzioni economico-finanziarie internazionali, alte burocrazie dei singoli stati, dirigenti politici di destra e sinistra) egemone una visione iper-liberista ed iper-mercatista, in cui, per dirla con Reagan, lo Stato diviene il problema e non la soluzione. E via con tagli alla spesa statale, deregolamentazioni mostruose, progressivo annullamento dei margini d’azione pubblici nelle politiche economiche. Ecco che gli anni ’90 e 2000 divengono le epoche d’oro della finanza speculativa, ma si trasformano nell’incubo del 99% della popolazione, che vive una crisi strutturale ormai vecchia di 30 anni.

L’Europa è, in questo senso, un laboratorio ideale per questo esperimento di ingegneria sociale. Riuniti negli stessi consessi in cui altri massoni, favorevoli ad un’idea di progresso ecumenico dell’intero continente, elaborano i passi necessari per giungere agli Stati Uniti d’Europa, gli “oligarchici” si muovono per eliminare ogni residuo di sovranità, prima monetaria, poi politica delle singole nazioni, ma badando bene di non restituirle in alcun modo ai cittadini europei, magari sotto forma di organi comunitari funzionanti, controllabili dal popolo e sottoposti a regole liberali e democratiche.

I risultati sono sotto gli occhi di tutti: un sistema monetario (l’euro) che introduce assurdi vincoli finanziari agli Stati, costringendoli a reperire risorse nei mercati di capitali, una Commissione Europea non eletta da nessuno che ha però la prerogativa di iniziare gli iter legislativi, una Banca Centrale Europea che è preposta all’unico e teologico obiettivo del mantenimento della stabilità dei prezzi, ma che per di più impone precisi indirizzi di natura politico-economica ai singoli stati.

In sostanza: zero sovranità monetaria, zero impatto del settore pubblico sull’economia, squilibri insanabili fra Paesi “forti” e “deboli” dell’UE.

Il tutto culmina con la svolta dell’autunno 2011, quando Grecia ed Italia, colpite dalla crisi degli spread, vengono sottoposte al commissariamento dei podestà forestieri Lucas Papademos e Mario Monti (rispettando formalmente le Costituzioni dei due Paesi, ma imponendo determinate politiche economiche con diktat insindacabili e la costante minaccia dello spauracchio “spread” sui buoni del tesoro). Guarda caso, si tratta di due alfieri neoliberisti, che s’impegnano sin da subito a realizzare politiche di austerità totalmente recessive e depressive che strangolano ancor di più le economie interne. Il tutto sotto la scaltra presidenza della BCE di Mario Draghi, il quale si profonde nell’obiettivo di dirottare enormi quantità di fondi europei verso banche e istituti finanziari internazionali: mai però un euro in più alle imprese in condizioni di stretta creditizia o ai governi degli Stati, i quali, evidentemente, non sono too big to fail come le banche.

Nell’ottica di Magaldi, questa serie di operazioni ha come obiettivo finale la creazione di un nuovo ordine sociale, in cui un gruppo di tecnocrati non eletti cerca ed ottiene la leadership incondizionata dell’Occidente, ma resta all’ombra di istituzioni solo apparentemente democratiche. Una nuova Matrix, insomma, dove le frequenze del potere sono condensate in palazzi inaccessibili ai più e i poteri non sono più legittimati dal basso, ma eterodiretti dall’alto.

ImageCiò che però egli ribadisce costantemente è che questo Progetto, così abilmente congegnato, non è una macchinazione portata avanti dall’intera classe dirigente mondiale (un presunto Vero Potere elitario monolitico e uniforme immaginato da complottisti e cospirazionisti vari, in realtà inesistente in questi termini); così come non nasce nei Club mondialisti di cui si è parlato in precedenza, che al massimo sono teatro di incontro e scontro tra diverse componenti e fazioni (particolarmente sopravvalutati sono Aspen Institute e Club Bilderberg, luogo di incontro e discussione tra istanze macropolitiche differenti tra loro). Se di Piano o Progetto intelligente e consapevole si deve parlare, esso va semmai ascritto all’opera di alcune fazioni massoniche e paramassoniche elitarie e neo-aristocratiche/oligarchiche. In tutto ciò, Magaldi aggiunge che, nonostante in questo momento il “partito oligarchico” sia in netto vantaggio, gli oppositori, di cui egli fa parte, si stanno attrezzando per combattere e resistere ad una epocale involuzione e stabilizzazione anti-democratica ed illiberale dell’ecumene globalizzata, Occidente compreso.

Naturalmente, mi scuso con Magaldi se ho tentato di semplificare a scopo introduttivo alcuni temi del suo libro – certo assai più complesso, articolato e ricco di analisi esplicative sulla natura e sulla genesi del potere nella società moderna e contemporanea di quanto non sia raccontato in questa mia esposizione – ma ho ritenuto utile iniziare a familiarizzare l’opinione pubblica su un’ermeneutica così raffinata e preziosa per comprendere il Mondo in cui viviamo, e le sue radici storiche e ideologiche più profonde. Tutto ciò viene esposto, sia chiaro, al di là di tutte le teorie complottiste e cospirazioniste monodirezionali (che servono a deviare l’attenzione dalle effettive e complesse trame egemoniche perseguite da influenti gruppi sovra-nazionali in conflitto e concorrenza tra loro); e invece, come direbbe Magaldi, cercando di portare alla luce un po’ per volta quello che effettivamente accade nel Back-Office del Potere, solitamente sottratto allo sguardo dell’individuo comune, del politico comune e persino del mainstream mediatico. Quest’ultimo, d’altronde, si presenta spesso o poco attrezzato culturalmente per comprendere quello che si muove all’ombra dell’ufficialità istituzionale-diplomatica, oppure troppo asservito, mediocre e intimorito per indagare e spiegare senza superficialità censoria o auto-censoria le vicende più complesse dell’attualità.

“Non si poteva fare diversamente”

Nel mezzo del casin di nostra vita, fra i beceri exploit del Trota e i soliti giochi di prestigio di Comunione e Liberazione, la notizia politica più significativa dell’anno 2012 è passata inosservata grazie all’immancabile silenzio dei media.

Lo scorso 17 aprile infatti, il Senato ha approvato in seconda lettura il ddl che introduce nell’art. 81 della nostra Costituzione il vincolo del pareggio di bilancio: 235 voti favorevoli, 11 contrari, i restanti astenuti o “in missione”. Roba da economisti, diranno i più. Sarà, ma cosa tutto ciò significhi in termini pratici lo hanno spiegato con dovizia di particolari Paolo Barnard, Lanfranco Turci, Vladimiro Giacchè e perfino un accademico della Luiss, il prof. Giuseppe Di Taranto, ai microfoni del Tg1.

Il messaggio è forte e chiaro: se lo Stato tassa esattamente in misura eguale alla spesa che effettua per la cittadinanza, quella che gli economisti chiamano “domanda aggregata interna” subisce delle pesanti diminuzioni, che a loro volta hanno un effetto depressivo sui redditi, e così via fino ai consumi, che ne usciranno devastati. Per anni, l’egemonia neo-liberista imperante, che regna in maniera assolutamente bipartisan, ci ha raccontato che il debito pubblico è di per sè un cancro da combattere, ma senza spiegarcene accuratamente la ragione. Si dà per scontato che lo Stato, come un qualsiasi padre di famiglia o una qualunque impresa, debba risparmiare in misura uguale o superiore a quella che desidera spendere: da qui l’idea che sia necessario tendere verso il pareggio di bilancio, per assicurare un buon corso dell’economia interna.

Niente di più falso, e lo possiamo appurare riflettendo sulla natura del sistema monetario vigente. In sostanza, gli Stati membri dell’Unione Europea hanno perso ogni forma di sovranità monetaria: sono vincolati dal punto di vista finanziario dalla quantità di titoli del debito che riescono a collocare sul mercato, offrendoli a investitori privati, a tassi d’interesse decisi dal mercato stesso (non mi dilungo sul meccanismo, che ho trattato in questo post).

Una misura così fortemente depressiva è stata votata a maggioranza dall’intero asse partitico che sostiene il governo Monti (Pd, Pdl, Udc); eppure non è poi così datata l’affermazione del segretario del Pd Pierluigi Bersani, il quale in data 11/08/2011 affermava: “Non parlateci di pareggio di bilancio in Costituzione, sarebbe castrarsi da ogni politica economica“.
E certo che sarebbe castrarsi da ogni politica economica: del resto anche negli Usa si era provato ad introdurre un simile principio, ma con grande tempestività diversi premi Nobel per l’economia hanno informato il governo Obama e l’opinione pubblica dell’assoluta scempiaggine che si stava per compiere.

Cosa ha spinto allora il Pd a votare in maniera così allineata e coperta questo provvedimento, imposto con diktat degno degli antichi imperatori persiani dal Direttorio tedesco dell’Unione Europea?
Senz’altro, all’interno del partito esiste un solco profondo fra i convinti assertori di simili norme, ad esempio i centristi ex-Margherita che guardano con favore ad uno “Stato minimo” di matrice reaganiana, e la corrente più a sinistra, che Bersani sembra rappresentare; ma il voto è stato unanime e compatto.

La redazione di Democrazia Radical Popolare, movimento politico vicino al Grande Oriente Democratico, ha così descritto gli avvenimenti di quei giorni:

Costui [Bersani], dopo aver affermato nell’agosto 2011 che inserire il principio del Pareggio di Bilancio obbligatorio in Costituzione sarebbe equivalso ad un’opera di castrazione e inibizione di qualsivoglia politica economica, con inenarrabile faccia di bronzo ha impartito ai deputati e senatori PD l’ordine di scuderia di approvare questa misura suicida e criminale per le sorti del popolo italiano.

[…] Si tratta di misure ferocemente neoliberiste, di una destrorsità talmente ottusa che anche un conservatore come David Cameron le ha rigettate e persino un liberal-liberista italiota doc come Nicola Porro ha dovuto ammettere che, in un momento come l’attuale, spingere per il Pareggio di Bilancio Costituzionale era quantomeno inopportuno.

Si tratta insomma di un’inversione a 90° gradi, di cui gli stessi elettori del PD non si rendono minimamente conto. La domanda che sorge spontanea è: chi è questo dio potente che induce il segretario del partito a militarizzare il tal senso la votazione?
Soprattutto perché ieri, 20 aprile, Pierluigi Bersani ha dichiarato ad un cittadino, che gli poneva una simile domanda, che ribadisce le posizioni espresse l’11 agosto 2011, così come la sua disapprovazione delle politiche economiche tracciate dal Fiscal Compact. “Non si poteva fare diversamente“, ha però aggiunto, quando lo stesso cittadino gli faceva notare che il voto del suo partito al Senato andava esattamente nella direzione opposta.

Il quadro assume tinte sempre più fosche. Al di là del giudizio di merito che si può dare ad una simile insipienza, ed una tale mancanza di lungimiranza da parte del PD, ciò che emerge dalla vicenda è che il Parlamento italiano è stato completamente esautorato da ogni suo potere.
Non solo il governo tecnocratico europeo, nella persona di Monti, ha stretto sempre più rapidamente la sua morsa attorno all’Italia, ma anche attorno a quelle sparute frange di dissenso. L’evidente minaccia a tali forze è stata chiara: ve la sentite di opporvi a qualcuno che è in grado di far aumentare vertiginosamente lo spread fino al punto di non ritorno, e di far ricadere, tramite i media, la responsabilità del successivo collasso sulle vostre teste?
Evidentemente non se la sono sentita.

Il massimo del dissenso possibile, per membri del PD come Vincenzo Vita, è stato l’astensione. Dalle sue parole, apparse su Twitter, si deduce l’entità dell’assoluta impotenza della politica italiana, di fronte alla forza di lorsignori: “Ieri mi sono astenuto nel voto sull’equilibrio di bilancio, ritenendo sbagliato metterlo in Costituzione. E’ stata una scelta di dissenso“.

E così, all’insegna del “ce lo chiede l’Europa” e del “non si poteva fare diversamente”, si chiude un cerchio che è iniziato da qualche decina di anni, con la ratifica benpensante del Trattato di Maastricht e dei successivi accordi europei, le privatizzazioni selvagge del ’92, ad opera di un signore che oggi presiede la BCE, le misure destabilizzanti e depressive su occupazione e tassazione promosse dai governi di centro-destra e centro-sinistra, legati a doppio filo alle lobby finanziarie mondiali che stanno profittando da questa crisi.
Questo paziente lavoro di estromissione della politica dal suo ambito d’azione ha dato i suoi frutti, grazie ai rapidi passi in avanti che le forze politiche italiane hanno permesso a questo progetto di compiere.

Lasciate ogni speranza voi che entrate“, quindi, ma soprattutto, lasciate ogni speranza voi che votate.

La cura Monti ci porterà all’eutanasia

Cito testualmente dal sito Democrazia Radical Popolare (http://www.democraziaradicalpopolare.it).

“Mario Monti, a margine del suo recente soggiorno londinese, ha specificamente chiesto ai Fratelli della City di impegnarsi in modo massiccio per acquisti di titoli di stato italiani, in modo tale da favorire un significativo calo del suddetto e famigerato spread. Ciò, in cambio di generose concessioni affaristiche sull’imminente business delle dismissioni/privatizzazioni di beni e aziende pubbliche italiane, nazionali e locali. In tal modo, i cittadini del bel Paese avranno l’illusione (mediante un’artificiosa e revocabile discesa dello spread, scientemente e strumentalmente realizzata per fini speculativo-predatori imminenti da gruppi finanziari e fondi di investimento manovrabili da Fratelli britannici) di aver cominciato a migliorare qualcosa, mentre in realtà la disoccupazione continua ad aumentare, le aziende italiane continuano a fallire, le banche concedono sempre meno credito, le tasse aumentano, i redditi calano così come il potere d’acquisto di salari e pensioni, la spesa e i servizi pubblici diminuiscono in qualità e quantità, la precarietà non diviene mai flessibilità e dinamismo di offerta lavorativa, e ci si prepara anche a rendere i licenziamenti più facili e indolori per chi li dispone, spacciando impunemente la cosa per un incentivo all’assunzione e alla mobilità professionale.

Il governo Monti, in sostanza, è un esecutivo di pericolosi impostori, manipolatori e parolai che, con la complicità di mass-media servili e di forze politiche ignave, ignoranti e imbelli (oltre che subalterne culturalmente e ideologicamente), vendono agli italiani le loro ricette dogmaticamente mercatiste come preziose perle di sapienza politico-economica.

Si tratta in realtà di provvedimenti legislativi e normativi in certa misura insignificanti, in altri casi, invece, drammaticamente pericolosi e nocivi per il bene comune.

Ma l’aspetto più rilevante dell’esecutivo Monti non è rappresentato da ciò che esso sta facendo o intende fare, quanto da quello che esso non sta facendo né mai farà, causando così la perdita di tempo prezioso all’Italia e all’Europa, che avrebbe avuto bisogno di un Premier italiano (in rottura con il pernicioso duetto “Merkozy”) sostanzialmente autorevole ed incisivo nel far cambiare rotta alle politiche della UE e non vanamente celebrato per i suoi allori passati e futuri di servizievole cane da guardia dell’ortodossia mercatista propugnata da “Sorella Merkel” e “Fratello Draghi” (tanto per usare termini cari al lessico muratorio in voga legittimamente, purtroppo, anche presso gli ambienti più reazionari e oligarchici di certa massoneria e para-massoneria planetaria).

In definitiva, il “giochetto” per truffare/abbindolare gli italiani è il seguente (ammesso che riesca sino in fondo , perché le variabili sono notevoli, anche in presenza di massicci acquisti artificiosi e mirati di titoli di stato italianida parte di solidi gruppi finanziari vicini al Massone Monti) : fintanto che scende lo spread, il Premier bocconiano si sente autorizzato a procedere spedito con le sue pseudo-riforme pseudo-liberalizzanti e a traccheggiare sulla richiesta di vere e incisive riforme strutturali della governance politico-economica europea ai vari partners europei (Germania e Francia in testa).

Mentre la Grecia sta costituendo il laboratorio più truculento e tragico della ferocia iper-mercatista tecnocratica ed oligarchica (con BCE, FMI, UE e tutti gli altri soggetti interessati placidamente coesi nel massacrare socialmente la culla della civiltà europea), il disegno progettato per l’Italia è solo poco più soft.

E prevede delle varianti, in caso di opposizione parlamentare alla sua realizzazione.

Non appena le misure austere, recessive e depressive dovessero essere stoppate o ostacolate, il Massone Contro-Iniziato Monti, di concerto con il Massone Contro-Iniziato Draghi, provvederà a facilitare nuovi aumenti dello spread (attivando fior di amici fraterni operanti sulle principali piazze finanziarie, Londra in testa, per mettere in opera, in questo caso, massicce vendite di titoli di stato italiani), il cui rialzo sarà opportunamente enfatizzato dalle truppe mediatiche asservite, così da ri-legittimare il proseguimento senza intoppi della legiferazione neoliberista e ipermercatista montiana.

Obiettivi principali e finali dell’esecutivo Monti: dismissione/privatizzazione di beni, aziende e servizi pubblici nazionali, regionali e locali (a very great business for many brothers and friends) e, naturalmente, revisione dei diritti del lavoro, così da rendere disponibile anche nel Bel Paese molta nuova manodopera a basso costo, soprattutto per aziende tedesche, francesi o sovra-nazionali interessate ad una forzata proletarizzazione/cinesizzazione dell’Italia e dell’Europa.

Quindi, ammesso e non concesso che il famigerato spread possa tornare ai livelli pre-estate 2011, ma nel contempo la disoccupazione dovesse aumentare esponenzialmente (serve agli Oligarchi per imporre nuove forme di occupazione con salari e condizioni contrattuali sempre più infimi), il potere d’acquisto delle famiglie (vessate da nuove tasse e private sempre più di servizi pubblici) diminuire sensibilmente, il credito divenire sempre più inaccessibile per aziende e cittadini, le imprese fallire, i commerci languire e i professionisti non ottenere pagamenti da clienti sempre più squattrinati, che cosa se ne saranno fatti gli ITALIANI della CURA MONTI?

Un Nuovo Centro-Sinistra degno di questo nome deve iniziare sin d’ora ad elaborare le giuste strategie comportamentali per far fronte a questo ordine di cose, tanto nel presente che nell’immediato futuro. Senza sottovalutare i suoi antagonisti, che si annidano spesso, come serpi in seno, all’interno degli stessi partiti “progressisti”. Serpi inviate/infiltrate per conto di poteri oligarchici disposti a manipolare indifferentemente destre e sinistre, pur di conseguire i propri scopi eversivi di una normale vita democratica delle società umane contemporanee.”

Qualcosa mi dice che dovrete tenere a mente queste parole fra qualche mese.

MAXI-EVASIONE FISCALE DA PARTE DELLE BANCHE

RIPORTO PER INTERO UN’INTERROGAZIONE PARLAMENTARE AVVIATA NEL 2008 DAL SEN. LANNUTTI (IDV) RIGUARDANTE UNA MAXI-FRODE AL FISCO DELL’ENTITA’ DI OLTRE 4 MILIARDI DI EURO.
IN QUESTO PERIODO DI CACCIA ALL’EVASORE, ANDATE A ROVISTARE FRA LE SITUAZIONI DELLE GRANDI BANCHE.
DRAGHI, LETTA, TREMONTI, BERLUSCA: VERGOGNA.

Atto Senato

Interrogazione a risposta scritta 4-00170
presentata da
ELIO LANNUTTI
martedì 17 giugno 2008 nella seduta n.020

LANNUTTI, BELISARIO, GIAMBRONE, ASTORE, BUGNANO, CAFORIO, CARLINO, DE TONI, DI NARDO, LI GOTTI, MASCITELLI, PARDI, PEDICA, RUSSO – Al Ministro dell’economia e delle finanze – Premesso che:

l’evasione fiscale, una piaga da cento miliardi di euro l’anno, dovrebbe essere combattuta senza distinzioni da parte dello Stato: sette punti di PIL di mancate entrate per l’erario, oltre 100 miliardi di euro, cioè il 15-20 per cento di tutte le entrate fiscali raccolte. Se venissero pagati regolarmente potrebbero cambiare il volto dell’Italia;

lo Stato non sembrerebbe adottare lo stesso comportamento sanzionatorio nei confronti di tutti gli evasori. Infatti, anche solo giudicando in base a quanto riportato dai principali organi di stampa, alcuni evasori vengono “sbattuti” sulla stampa e sui telegiornali, mentre, per altri, non viene adottato un adeguato livello di contrasto. Solo a titolo di esempio, sono caduti nella rete del fisco, nell’ambito della lotta all’evasione, nomi illustri come Lele Mora, Riccardo Cocciante, Ennio Morricone, Luciano Pavarotti, Katia Ricciarelli, Ornella Muti, Giancarlo Fisichella, Valentino Rossi, Alberto Tomba, Riccardo Tognazzi, Mario Cipollini. Nel 1982 la grande attrice Sofia Loren fu l’unica ad affrontare la legge, scontando 17 giorni nel carcere di Caserta. L’ultimo a cadere nella rete, è stato Leonardo del Vecchio, patron della Luxottica ed uno degli uomini più ricchi d’Italia, che dovrà restituire al fisco 20,4 milioni di euro, per via di una società tedesca creata allo scopo di ridurre le tasse in Italia. I trucchi della “esterovestizione” – costituire scatole societarie estere in Irlanda, Svizzera, Lussemburgo, Londra, Ginevra o Montecarlo – per eludere il fisco nostrano, sono sempre stati realizzati dai nostri “capitani d’industria”. Il caso più famoso riguarda Emilio Gnutti, il protagonista delle scalate alla Telecom con la madre di tutte le offerte pubbliche d’acquisto. Secondo la Procura di Milano, nella vendita della Telecom di Roberto Colaninno alla Pirelli di Marco Tronchetti Provera, Emilio Gnutti, Roberto Colaninno ed altri, tramite la Bell, società con sede in Lussemburgo, avrebbero omesso di pagare 680 milioni di euro di tasse sui ricavi della cessione della Telecom;

il circo mediatico si mette subito in movimento quando nelle maglie del fisco restano impigliati attori, sportivi e cantanti. Edizioni speciali di telegiornali ed intere pagine dei quotidiani raccontano i particolari scrutando e sezionando la vita e le storie più segrete degli evasori. Evasori che, pizzicati dal fisco e messi insieme, avranno frodato non meno di 500 milioni di euro. Una cifra rispettabile, ma certamente inferiore agli oltre 4 miliardi di euro sottratti al fisco dalle grandi banche, accusate di aver messo in piedi una gigantesca frode fiscale, per 4,3 miliardi di euro, nei confronti dei quali lo Stato è diventato distratto se non addirittura reticente. Lehman Brothers, Goldman Sachs e Jp Morgan, fra le principali banche d’affari mondiali, hanno frodato il fisco italiano per la somma di 4,3 miliardi di euro, una mezza legge finanziaria. Ma quasi nessuno ne parla. Nemmeno la Banca d’Italia, supremo organo di vigilanza e di controllo del sistema bancario. Nessun telegiornale o grande organo di informazione, così solerti nel dare la caccia agli evasori, ha dato risalto a questa colossale frode ai danni dello Stato. Eccetto “l’Espresso”, che in un articolo del 1° giugno 2007, firmato da Primo De Nicola, racconta nei dettagli la notizia, che non viene rilanciata da nessun giornale. Ci si chiede cosa avevano fatto le banche, per appropriarsi di una montagna di soldi. Avevano messo in piedi una gigantesca truffa ai danni dello Stato, consumata con i pacchetti azionari di investitori di ogni angolo del globo: europei, americani, asiatici, australiani. Per riuscire a spillare denaro è stato sufficiente chiedere il rimborso del credito d’imposta sui dividendi delle società italiane, facendo credere di averne diritto. In base a quanto riportato dal settimanale “l’Espresso”, secondo la Procura della Repubblica di Pescara, banche americane ed altri istituti di credito erano riusciti a mettere le mani su una torta miliardaria. Passando al setaccio oltre 40.000 richieste di rimborso del credito d’imposta sui dividendi per gli anni 1999-2003, il Procuratore capo di Pescara, Nicola Trifuoggi, ed i suoi sostituti, Giampiero Di Florio (esperto di reati finanziari) e Giuseppe Bellelli hanno portato alla luce le dimensioni colossali del raggiro. La scoperta della truffa sui rimborsi, nome in codice “easy credit”, risale al 2005 quando, dopo un’indagine sulle richieste di rimborso inoltrate da società inglesi, il Gruppo repressione frodi della Guardia di finanza di Roma ha trasmesso un rapporto alla Procura di Pescara, competente per territorio visto che nella città abruzzese ha sede un centro operativo dell’Agenzia delle entrate. Secondo la legislazione il diritto al credito d’imposta sui dividendi spetta unicamente alle società ed agli enti residenti in Italia. Le tre banche d’affari per mettere le mani sui rimborsi miliardari italiani si sono fatte prestare temporaneamente, da ogni angolo del mondo, da fondi di investimento e istituti di credito delle più svariate nazionalità, pacchetti azionari in maniera che, al momento dello stacco del dividendo delle società italiane, queste azioni risultassero di proprietà delle loro filiali inglesi Lehman Brothers International Europe, Goldman Sachs International e Jp Morgan Securities Limited, tutte e tre con sede a Londra e perciò titolate a chiedere il rimborso. Una volta incassato il dividendo e maturato il credito, tempo qualche settimana, i titoli azionari venivano restituiti agli effettivi proprietari. Un caso tra i tanti. Il 23 marzo 2001, Banca Intesa riceve dalla Deutsche Bank di Londra l’ordine di prelevare 3 milioni di azioni Eni da un proprio conto per girarle a quello della Lehman Brothers International acceso presso la Citibank di Milano. Il 5 maggio, puntualmente, le azioni entrano sul conto milanese della Lehman. Il 18 giugno avviene lo stacco del dividendo Eni e meno di un mese dopo, maturato il diritto al rimborso, le azioni fanno il percorso inverso rientrando sul conto londinese di Deutsche Bank. In quei giorni sono state fatte migliaia di operazioni di questo genere. Lehman Brothers international Europe, per esempio, rispetto a una giacenza media nell’intero arco del 2001 di 5.400.000 azioni Eni, nel mese di giugno vedeva il numero dei titoli petroliferi registrati sul proprio conto milanese superare i 155 milioni. Una grande performance, ma non la sola. Anche Goldman Sachs e Jp Morgan sono state attivissime. La prima, rispetto a una giacenza media annuale di meno di 50.000 titoli Eni, sempre nel giugno 2001 arrivava a possederne 355 milioni. La lista degli accusati potrebbe essere molto lunga con un totale di circa 4.500 soggetti finanziari, quali Merrill Lynch, Nomura International, Citigroup Global Markets Limited e la svizzera Ubs;

sul banco degli imputati ci sono le case madri e le filiali europee di Lehman, Goldman e Jp Morgan, che avevano richiesto al fisco 709 milioni di euro di rimborsi, oltre 600 dei quali non dovuti. Accuse pesantissime: dalla truffa ai danni dello Stato (tentata e consumata) alla responsabilità penale e amministrativa per non avere adottato misure idonee tendenti ad evitare che dirigenti e dipendenti commettessero i reati. Un aspetto molto delicato della vicenda, riguarda proprio Goldman Sachs International di Londra. Negli anni incriminati il vicepresidente e managing director (amministratore delegato) della Goldman Sachs era Mario Draghi, divenuto governatore della Banca d’Italia a fine dicembre 2005. Il conto della Deutsche Bank di Londra dal quale Lehman Brothers prende in prestito il pacchetto di azioni Eni nel giugno del 2001, si legge nel citato articolo, appartiene al fondo Franklin Mutual Series di Short Hills, New Jersey. Un investitore americano: e dunque non titolato a chiedere il rimborso del credito d’imposta. Come non ne avevano diritto gli altri soggetti finanziari dai quali Lehman, Goldman e Jp Morgan che hanno preso in prestito quasi tutti gli altri pacchetti azionari. La Guardia di finanza scrive nel dettagliato rapporto, richiamato dall’articolo di stampa, che si può «ragionevolmente ipotizzare che le maggiori istituzioni finanziarie estere abbiano costituito un vero e proprio cartello finalizzato ad effettuare in Italia operazioni di “lavaggio dei dividendi”», dividend washing in inglese. Un’operazione truffaldina che non si limita alla Gran Bretagna. Se da Londra sono infatti partite richieste sospette di rimborso per 2.200.000.000 euro, anche dalla Francia (l’altro paese con il quale l’Italia ha stipulato un trattato per i crediti d’imposta sui dividendi) sono arrivate istanze per 2 miliardi, molte inoltrate da Bnp Paribas e Credit Lyonnais;

il meccanismo del dividend washing era quello di monetizzare il credito d’imposta assegnato a soggetti italiani percettori di dividendi attraverso il temporaneo trasferimento dei titoli azionari alla vigilia dello stacco dei dividendi. Il non residente non fruitore del credito di imposta vende le partecipazioni con realizzo di plusvalenze a un soggetto italiano legittimato a ottenere il credito di imposta, incassa il dividendo, rivende le partecipazioni a un valore più basso, realizza una minusvalenza deducibile da contrapporre al credito d’imposta e al dividendo per abbattere l’imponibile. Ma una circolare dell’Agenzia delle entrate,che tiene conto delle ultime sentenze della Corte di cassazione, emanata a fine giugno 2007, stronca definitivamente il meccanismo truffaldino denominato credit washing, sbaraglia le difese dei fiscalisti, riconducendo nella giusta sede i tentativi dei legali rappresentanti e dei “Furbetti delle cedoline”, di non pagare le tasse, come tutti i cittadini;

se un povero pensionato, costretto a fare il secondo lavoro “in nero” per sbarcare il lunario viene scoperto, è subito messo alla gogna e denunciato; se un piccolo commerciante, non rilascia la ricevuta fiscale (che deve essere sempre rilasciata) per un modesto importo, viene pesantemente multato rischiando anche la chiusura dell’attività commerciale. Se grandi banche d’affari frodano il fisco, quindi lo Stato ed i cittadini che contribuiscono a far funzionare i servizi pubblici mediante il pagamento delle tasse, per 4,3 miliardi di euro (8.400 miliardi di lire), non vengono neppure cancellate dall’elenco dalle banche di riferimento del Ministero dell’economia e delle finanze,

si chiede di sapere:

se corrisponda al vero la notizia, mai smentita, del citato “scandalo” delle maggiori banche d’affari che hanno frodato il fisco italiano, quindi la totalità dei cittadini, per un controvalore di 4,3 miliardi di euro, come risulta dall’indagine della Procura della Repubblica di Pescara, nell’operazione denominata “easy credit”, resa nota da un’inchiesta del settimanale “L’Espresso”;

se siano stati recuperati i 4,3 miliardi di euro oggetto dell’inchiesta di Pescara;

se risulti compatibile la carica del Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, chiamato a vigilare proprio sulla correttezza e trasparenza delle banche, con il pregresso status di responsabile legale di una grande banca d’affari, accusata di aver frodato il fisco italiano per una somma ingente;

quali misure urgenti il Governo intenda assumere per evitare che vi siano evasori di serie A riveriti ed impuniti, ed evasori di serie B, come i piccoli esercenti che spesso vengono perseguitati dal fisco, allargando in tal modo il solco dell’iniquità e dell’ingiustizia che allontana i cittadini onesti dalle istituzioni democratiche.

RATING

La novità più sensazionale della settimana, in materia economica, è il declassamento del debito di 9 Paesi europei ad opera delle agenzie di rating, una su tutte Standard & Poor’s. L’evento, che commenterò fra qualche riga, ci offre un ottimo spunto per definire cosa diavolo sia il benedetto rating.

Il rating è una misurazione del rischio di investimento sui titoli (di un’azienda o di uno Stato) che scaturisce dall’osservazione delle dinamiche della domanda e dell’offerta. In altre parole, l’agenzia di rating (un ente privato, su questo poi torneremo) osserva quanti investitori hanno comprato determinati pacchetti di titoli e formula una previsione sul potenziale e futuro rischio di investimento in base al rapporto fra quanti titoli sono stati emessi e quanti ne sono stati venduti da un determinato ente (azienda o Stato).
Il meccanismo è complesso, ma con buona approssimazione possiamo dire che se le compravendite sono andate male per diverso tempo ad un determinato ente, il rating di quest’ultimo verrà portato ad una classe “inferiore” di sicurezza; o, in altri casi, sono particolari analisi di mercato degli operatori finanziari delle agenzie che, in base a valutazioni sulla capacità dell’emittente (Stato o azienda) di far fronte al pagamento degli interessi, portano a promozioni o declassamenti.

Detto ciò, veniamo al caso specifico. L’Italia è stata declassata dall’agenzia Standard & Poor’s dal livello A- al livello BBB+, ovvero di due “punti”, proprio alcuni giorni fa. Una pioggia di critiche è arrivata dal mondo politico europeo, che ha unanimemente condannato le agenzie di rating definendole pericolose per la stabilità dell’Eurozona e bollando il declassamento come un attacco spropositato ed ingiustificato.
In più, i più agguerriti fra i giornalisti d’inchiesta hanno giustamente sottolineato che il capitale di Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch è in massima parte detenuto dalle principali banche d’investimento americane, ovvero Goldman Sachs, JP Morgan e Merrill Lynch; e molti, compresi eminenti politici, non hanno trattenuto insinuazioni “a bassa voce” sulla possibilità che dietro il declassamento vi sia la longa manus degli speculatori americani, rei di giocare contro l’Eurozona. Non è un caso, sostengono in molti, che nel 2008 siano state proprio le agenzie di rating a “sdoganare” i titoli tossici di Lehman Brothers definendoli investimenti sicurissimi mentre invece erano carta straccia: perchè quindi continuare a dare ascolto ad analisti privati al soldo della finanzia a stelle e strisce?
Inoltre, a breve saranno redatti in tutta Europa dei severi regolamenti per limitare i giudizi delle agenzie di rating sui debiti degli Stati sovrani.

L'agenzia di rating Standard & Poor's ha declassato 9 Paesi europei, e la linea politica neoliberista incassa il colpo.

Ve lo dico onestamente: le reazioni del mondo politico e giornalistico (salve alcune eccezioni) mi inquietano. Se è vero infatti che le agenzie di rating dovrebbero essere fortemente limitate nell’esercizio dei loro giudizi (pagati a suon di milioni di $ dai colossi finanziari), non bisogna trascurare il fatto che il giudizio espresso da Standard & Poor’s sia impeccabile, e che confermi ciò che una schiera di economisti di alto calibro (tra cui Paul Krugman, Amartya Sen, Randall Wray, Nouriel Roubini, Joseph Stiglitz) sostiene da anni.
La verità è che il giudizio di S&P brucia poiché mette per l’ennesima volta a nudo tutte le falle del sistema economico europeo e rivela la profonda crisi politica di un continente che le Destre neoliberiste e neomercantili stanno facendo affossare.
Dice S&P nel suo report:

I risultati del summit europeo del 9 dicembre 2011, e le successive dichiarazioni del mondo politico ci portano a credere che l’accordo raggiunto non abbia prodotto cambiamenti di rotta sufficienti né pienamente indicati per risolvere i problemi finanziari dell’eurozona. A nostro avviso, l’accordo politico non fornisce risorse sufficienti né la flessibilità operativa per rafforzare le misure di salvataggio dell’Europa, né estende un supporto adeguato a quei Paesi sovrani europei soggetti ad elevate pressioni di mercato.

Riteniamo inoltre che l’accordo sia basato solo su una parziale ricognizione della fonte della crisi: che l’attuale dissesto finanziario scaturisca principalmente dalla prodigalità fiscale alla periferia dell’Eurozona. Dal nostro punto di vista, tuttavia, i problemi finanziari dell’Eurozona sono più che altro la conseguenza di crescenti squilibri esterni e differenziali di competitività fra il centro dell’Eurozona e la cosiddetta “periferia”. Perciò, riteniamo che un processo di riforme basato soltanto sul pilastro dell’austerità fiscale rischia di essere auto-distruttivo, poiché la domanda interna crolla in linea con la crescita delle preoccupazioni dei consumatori riguardo alla sicurezza del lavoro e dei redditi netti, e ciò fa calare il gettito fiscale. (corsivo mio, nda)

Quello che si attendeva l’intero mercato finanziario dal summit europeo del 9 dicembre è un programma basato sulle seguenti linee guida:
1) Aumento dei poteri della BCE, con la possibilità che essa funga da prestatore di ultima istanza e che acquisti titoli di Stato dei Paesi europei come tutte le banche centrali del mondo.
2) Istituzione di un’unica obbligazione europea (Eurobond) a seguito dell’acquisto di tutte le obbligazioni sovrane dei singoli Paesi.
3) Unificazione della politica fiscale in tutta l’Eurozona e istituzione di un governo europeo unico della moneta che si possa avvalere di un fondo centrale illimitato per poter fronteggiare situazioni di emergenza (molto più efficace dell’inutile fondo salva-Stati EFSF).
Ovviamente, nessuna delle 3 misure di cui sopra è stata presa ed anzi è stato riaffermato l’assoluto primato dell’austerità e del pareggio di bilancio come “via di fuga” dalla crisi. Una via di fuga che non porta da nessuna parte, peraltro, poiché come sostiene giustamente S&P il dissesto finanziario e il crollo di fiducia degli investitori che sta mettendo in crisi l’Europa deriva dalla paura che gli Stati non abbiano le risorse per poter ripagare il debito e i relativi interessi ai finanziatori, non certo dall’indisciplina fiscale dei Paesi in crisi, di cui i mercati se ne strafregano. La possibilità che il debito non venga ripagato ( = default) è resa reale dal fatto che il sistema di finanziamento degli Stati che utilizzano l’euro è progettato male, poiché toglie agli Stati la sovranità monetaria senza affidarla ad un organo sovranazionale in grado di sostituirsi ad essi (abbiamo detto che la BCE non può compiere le due operazioni fondamentali di qualsiasi banca centrale). Questo sistema, così congegnato, premia i Paesi più forti dal punto di vista delle esportazioni, più competitivi perché usufruiscono di forza lavoro a basso costo ma con produttività più alte della media europea: perciò la forza dei Paesi esportatori è dovuta alla debolezza dei Paesi a bassa produttività. Ciò genera un differenziale di competitività irreversibile che porta i mercati ad investire sui debiti dei Paesi “deboli” solo a patto che i tassi di interesse siano elevati e il valore delle obbligazioni molto basso, a titolo di garanzia.

La sensazione che provo anch'io quando sento parlare la Merkel o Sarkozy.

Il declassamento di quei Paesi stride con il rating invariato di Paesi “forti” come la Germania, e rende ancora più urgente una serie di interventi necessari a rilanciare la produttività, la competitività e soprattuto la domanda nei Paesi in crisi. Tali interventi avrebbero il merito di sanare gli squilibri fra il Nord e il Sud dell’Europa, permettendo finalmente la stabilità. Il problema più grave non è, come molti vorrebbero far credere, la volontà da parte di investitori non europei di mettere “zizzania” fra gli Stati europei; è invece la volontà di alcuni Stati europei di continuare a mantenere i privilegi delle proprie élite (non dei propri cittadini, sia chiaro) pur sapendo che essi sono causa di sventura per gli altri Paesi. Si tratta quindi di un messaggio chiarissimo che la politica europea dovrebbe recepire al più presto: ma mentre chi ha capito punta il dito verso la luna, la politica sta a guardare il dito.
E viene il sospetto che lo faccia di comune accordo con interessi che hanno come preciso obiettivo la prosecuzione di questa crisi.

SPREAD

La categoria di articoli riguardo allo studio degli strumenti basilari dell’economia e della finanza si apre con quello che ormai è l’ospite più inquietante di Casa Italia: il famoso SPREAD.

Maccio Capatonda ha immortalato in maniera sublime l’assalto mediatico alle orecchie degli italiani sui temi della crisi finanziaria:

Cos’è dunque il famigerato spread?
Immaginiamo innanzitutto di essere lo Stato Italiano. Abbiamo necessità di 40 milioni di euro per investire in un determinato bene o servizio utile alla collettività, e dobbiamo trovare i soldi per finanziare l’investimento; vedremo in altri interventi dove sia il devastante meccanismo strozza-Stati che ha generato l’attuale crisi, ma prima di tutto è importante capire come uno Stato europeo reperisce i fondi necessari al suo sostentamento.
Per trovare questi soldi, ci rivolgiamo quindi al cosiddetto mercato dei capitali emettendo delle obbligazioni, ovvero chiediamo un prestito al mercato finanziario offrendo in cambio dei titoli di credito (che possiamo immaginare come dei “pezzi di carta” con un determinato valore, nel nostro esempio 40 milioni di euro in totale) più un determinato tasso di interesse (che costituisce in altre parole il “prezzo” del finanziamento per noi e al contempo lo “stipendio” del creditore).

Le obbligazioni italiane più famose sono i BOT e i BTP a durata decennale (cioè al termine dei 10 anni lo Stato deve restituire il denaro ai creditori); esse vengono piazzate sul mercato e sta agli investitori mondiali stabilire se e in che misura investire in queste obbligazioni o in quelle di altri Stati. Come strumento informativo per gli investitori, gli analisti finanziari valutano le diverse obbligazioni dei Paesi confrontandole con un’obbligazione “campione” che è considerata l’investimento più sicuro con tassi di interesse stabili. Per l’Europa questa obbligazione “campione” è il BUND tedesco a rendimento decennale, e la convenienza dell’investimento per chi deve comprare viene calcolata tramite la differenza fra i tassi di interesse offerti da quelle obbligazioni e i tassi offerti dal BUND.
Questa differenza è proprio il nostro caro SPREAD.

Mentre sto scrivendo, lo spread è circa a quota 476 punti base. Cosa significa?
Banalmente, che la differenza fra i tassi di interesse (anche detti “rendimenti”) dei titoli italiani e dei BUND decennali è pari al 4,76%; più in profondità, che alla Germania il denaro costa il 4,76% in meno rispetto a noi. Vi lascio immaginare le conseguenze a livello di produttività, occupazione, salute sociale.

Ma veniamo al punto clou. Come e perchè oscilla lo spread? Per quale motivo recentemente ha toccato persino quota 580, con tassi di interesse oltre il 7%?
La risposta sta nella fiducia degli investitori/creditori, la quale a sua volta si misura confrontando la domanda con l’offerta di titoli: ovvero, tornando al nostro vecchio esempio, se quei 40 milioni piazzati dall’Italia non se li compra nessuno, i tassi saliranno per convincere gli investitori ad acquistare (sembra un paradosso “comprare il denaro” ma è in buona sostanza quello che accade). Lo spread quindi, misurando la differenza fra i tassi, misura al contempo l’affidabilità di chi piazza i titoli (l’Italia, nel nostro esempio); affidabilità che viene ripresa e classificata dalle cosiddette agenzie di rating.
La fregatura è che sono queste agenzie a costituire la base dati di chi è chiamato ad investire, anche se la famigerata affidabilità è determinata proprio dagli investitori: in pratica, un serpente che si morde la coda.

Le vittime di questo caos, come sempre, sono gli Stati che non hanno un fottuto euro da poter spendere per contribuire al benessere dello Stato sociale; da qui l’inasprimento della pressione fiscale e le altre aggressive misure anti-evasione, proprio per poter ricavare un po’ di fondi utili.
Il ragionier Monti e compagine però conoscono le cause dello strozzinaggio, così come le conoscevano Tremonti, Berlusca e compagni di merende, perciò la domanda sorge spontanea: per quale ragione continuate a non spiegare ciò ai cittadini?