Spiragli

Un breve intervento, che è doveroso fare alla luce della partecipazione di Paolo Barnard ieri sera a L’Ultima Parola (Rai2).

Doveroso perché finalmente, dopo mesi di inutili richiami ad una fantomatica “unità nazionale” e ad una non meglio precisata ricetta per la “crescita”, il grande pubblico ha avuto modo di conoscere scampoli di verità, proclamati a chiare lettere.

Non dimenticherò mai la faccia di Colaninno, e il suo intervento berlusconeggiante e censorio, quando Barnard ha esposto il suo pensiero circa l’attuale premier: è l’emblema di una classe politica che per 20 anni ha sbraitato contro il Nemico Finale Berlusconi (senza mai prendere, però, quei due o tre provvedimenti che lo avrebbero definitivamente messo fuori gioco) e che ora difende attivamente un gruppo di tecnocrati non eletti che stanno devastando l’Eurozona.

Questa è storia, gente.

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La cura Monti ci porterà all’eutanasia

Cito testualmente dal sito Democrazia Radical Popolare (http://www.democraziaradicalpopolare.it).

“Mario Monti, a margine del suo recente soggiorno londinese, ha specificamente chiesto ai Fratelli della City di impegnarsi in modo massiccio per acquisti di titoli di stato italiani, in modo tale da favorire un significativo calo del suddetto e famigerato spread. Ciò, in cambio di generose concessioni affaristiche sull’imminente business delle dismissioni/privatizzazioni di beni e aziende pubbliche italiane, nazionali e locali. In tal modo, i cittadini del bel Paese avranno l’illusione (mediante un’artificiosa e revocabile discesa dello spread, scientemente e strumentalmente realizzata per fini speculativo-predatori imminenti da gruppi finanziari e fondi di investimento manovrabili da Fratelli britannici) di aver cominciato a migliorare qualcosa, mentre in realtà la disoccupazione continua ad aumentare, le aziende italiane continuano a fallire, le banche concedono sempre meno credito, le tasse aumentano, i redditi calano così come il potere d’acquisto di salari e pensioni, la spesa e i servizi pubblici diminuiscono in qualità e quantità, la precarietà non diviene mai flessibilità e dinamismo di offerta lavorativa, e ci si prepara anche a rendere i licenziamenti più facili e indolori per chi li dispone, spacciando impunemente la cosa per un incentivo all’assunzione e alla mobilità professionale.

Il governo Monti, in sostanza, è un esecutivo di pericolosi impostori, manipolatori e parolai che, con la complicità di mass-media servili e di forze politiche ignave, ignoranti e imbelli (oltre che subalterne culturalmente e ideologicamente), vendono agli italiani le loro ricette dogmaticamente mercatiste come preziose perle di sapienza politico-economica.

Si tratta in realtà di provvedimenti legislativi e normativi in certa misura insignificanti, in altri casi, invece, drammaticamente pericolosi e nocivi per il bene comune.

Ma l’aspetto più rilevante dell’esecutivo Monti non è rappresentato da ciò che esso sta facendo o intende fare, quanto da quello che esso non sta facendo né mai farà, causando così la perdita di tempo prezioso all’Italia e all’Europa, che avrebbe avuto bisogno di un Premier italiano (in rottura con il pernicioso duetto “Merkozy”) sostanzialmente autorevole ed incisivo nel far cambiare rotta alle politiche della UE e non vanamente celebrato per i suoi allori passati e futuri di servizievole cane da guardia dell’ortodossia mercatista propugnata da “Sorella Merkel” e “Fratello Draghi” (tanto per usare termini cari al lessico muratorio in voga legittimamente, purtroppo, anche presso gli ambienti più reazionari e oligarchici di certa massoneria e para-massoneria planetaria).

In definitiva, il “giochetto” per truffare/abbindolare gli italiani è il seguente (ammesso che riesca sino in fondo , perché le variabili sono notevoli, anche in presenza di massicci acquisti artificiosi e mirati di titoli di stato italianida parte di solidi gruppi finanziari vicini al Massone Monti) : fintanto che scende lo spread, il Premier bocconiano si sente autorizzato a procedere spedito con le sue pseudo-riforme pseudo-liberalizzanti e a traccheggiare sulla richiesta di vere e incisive riforme strutturali della governance politico-economica europea ai vari partners europei (Germania e Francia in testa).

Mentre la Grecia sta costituendo il laboratorio più truculento e tragico della ferocia iper-mercatista tecnocratica ed oligarchica (con BCE, FMI, UE e tutti gli altri soggetti interessati placidamente coesi nel massacrare socialmente la culla della civiltà europea), il disegno progettato per l’Italia è solo poco più soft.

E prevede delle varianti, in caso di opposizione parlamentare alla sua realizzazione.

Non appena le misure austere, recessive e depressive dovessero essere stoppate o ostacolate, il Massone Contro-Iniziato Monti, di concerto con il Massone Contro-Iniziato Draghi, provvederà a facilitare nuovi aumenti dello spread (attivando fior di amici fraterni operanti sulle principali piazze finanziarie, Londra in testa, per mettere in opera, in questo caso, massicce vendite di titoli di stato italiani), il cui rialzo sarà opportunamente enfatizzato dalle truppe mediatiche asservite, così da ri-legittimare il proseguimento senza intoppi della legiferazione neoliberista e ipermercatista montiana.

Obiettivi principali e finali dell’esecutivo Monti: dismissione/privatizzazione di beni, aziende e servizi pubblici nazionali, regionali e locali (a very great business for many brothers and friends) e, naturalmente, revisione dei diritti del lavoro, così da rendere disponibile anche nel Bel Paese molta nuova manodopera a basso costo, soprattutto per aziende tedesche, francesi o sovra-nazionali interessate ad una forzata proletarizzazione/cinesizzazione dell’Italia e dell’Europa.

Quindi, ammesso e non concesso che il famigerato spread possa tornare ai livelli pre-estate 2011, ma nel contempo la disoccupazione dovesse aumentare esponenzialmente (serve agli Oligarchi per imporre nuove forme di occupazione con salari e condizioni contrattuali sempre più infimi), il potere d’acquisto delle famiglie (vessate da nuove tasse e private sempre più di servizi pubblici) diminuire sensibilmente, il credito divenire sempre più inaccessibile per aziende e cittadini, le imprese fallire, i commerci languire e i professionisti non ottenere pagamenti da clienti sempre più squattrinati, che cosa se ne saranno fatti gli ITALIANI della CURA MONTI?

Un Nuovo Centro-Sinistra degno di questo nome deve iniziare sin d’ora ad elaborare le giuste strategie comportamentali per far fronte a questo ordine di cose, tanto nel presente che nell’immediato futuro. Senza sottovalutare i suoi antagonisti, che si annidano spesso, come serpi in seno, all’interno degli stessi partiti “progressisti”. Serpi inviate/infiltrate per conto di poteri oligarchici disposti a manipolare indifferentemente destre e sinistre, pur di conseguire i propri scopi eversivi di una normale vita democratica delle società umane contemporanee.”

Qualcosa mi dice che dovrete tenere a mente queste parole fra qualche mese.

La miopia neoliberista

In questi giorni il governo e le parti sociali si stanno confrontando sullo spinosissimo tema della riforma del lavoro. Tanto il ministro Fornero quanto i vertici sindacali, diciamolo subito, sono fuori strada e stanno discutendo del “sesso degli angeli” mentre i lavoratori italiani ed europei muoiono di stenti. Tutti presi dal tema dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, dal guadagnare un anno in più di lavoro assicurato, dall’euro in più in busta paga a fronte di un diritto in meno nei contratti di lavoro.

Il problema fondamentale è che è inutile liberalizzare, deregolamentare, incentivare il lavoro: il lavoro non c’è e ci sarà sempre meno. Le imprese se ne andranno del tutto dall’Italia nei prossimo 10 anni, e i nostri operai staranno con le mani in mano, miseramente sorretti dalla Cassa Integrazione che alle casse statali costa un occhio della testa, e a loro non porta alcun beneficio.

Bisogna creare più lavoro, non decorare di orpelli la schiavitù.

L’unica soluzione possibile, come ormai sostengono le voci più autorevoli dell’economia mondiale, è che gli Stati europei si impegnino in un moderno NEW DEAL e creino direttamente posti di lavoro pubblici, smettendola di chiedere l’elemosina alle imprese che, ormai, non hanno più mezzi per investire. Per Luciano Gallino, “Lo Stato dovrebbe semplicemente istituire un’Agenzia per l’occupazione, che determina i criteri di assunzione e il sistema di pagamento. Dopodiché questa si mette in contatto con enti territoriali, servizi per l’impiego, organizzazioni del volontariato, che provvedono localmente alle pratiche di assunzione delle persone interessate e le avvìano al lavoro”.
Cioè, in soldoni, lo Stato deve fungere da datore di lavoro di ultima istanza, come vanno da anni sostenendo i promotori della Modern Monetary Theory di Randall Wray: posti di lavoro pubblici in settori come “il riassetto idrogeologico, la ristrutturazione delle scuole che violano le norme di sicurezza, la ricostruzione degli ospedali obsoleti” e molto altro ancora.

Ovviamente, questo è possibile solo tramite una fortissima spesa pubblica, che sia indirizzata nei giusti canali, e che deve provenire direttamente dalla BCE; per far questo, perciò, è necessario abbandonare le folli politiche di austerità depressiva e l’inutile anelito al pareggio di bilancio.
Capiamoci ragazzi, il pareggio di bilancio equivale a morte per ipotermia per il sistema dell’Eurozona: l’unico Paese che ci ha provato (e per un periodo ci è anche riuscito) è la Spagna, dove guarda caso c’è il più alto tasso di disoccupazione dell’Eurozona.

In più, il patto denominato Fiscal Compact ci costringe a ridurre in maniera indiscriminata la spesa pubblica per rientrare nei parametri di bilancio voluti da una BCE che Stefano Fassina (PD) definisce giustamente “istituzione senza legittimazione democratica”. Questo Fiscal Compact, per James Meadaway di neweconomics.org, “è totalmente folle, un’imbecillità economica su grande scala continentale. L’austerità sta trascinando l’Europa verso uno stato di perenne stagnazione. La crisi non è stata causata dalla spesa pubblica, ma dal collasso del sistema bancario e dai persistenti squilibri nella bilancia dei pagamenti. E invece tutta la discussione è ancora incentrata, almeno per le élite europee, intorno alla necessità di effettuare tagli via via più aspri”.

Stefano Fassina, intelligente politico del PD, ingiustamente ostracizzato

Non è più tempo di stare a guardare; non è più il momento della “coesione nazionale”, del “meno peggio” e del “Franza o Spagna, basta che se magna”. C’è una guerra spirituale che va combattuta in campo europeo e mondiale contro le élite neoliberiste che guidano l’azione delle corporations, dei politici e dei giuslavoristi europei. Bisogna armarsi di conoscenza, guardare oltreoceano dove da vent’anni le menti più lucide stanno avvertendo l’Eurozona del pericolo che incorre nell’abbraccio mortale con il Neoliberismo.
Ancora Stefano Fassina: “La verità è che continuare sulla via della austerità cieca porta alla rottura dell’area euro e ad una involuzione sociale e democratica”.
La soluzione è semplice, continua il deputato PD ostracizzato ed escluso da quelle frange più vendute e anti-democratiche del partito (che lo dirigono, ahimè):

“1) trasferimento della sovranità economica ancora formalmente ed inutilmente custodita all’interno dei confini nazionali ad una istituzione di governance legittimata democraticamente dell’euro-area;
2) sostegno politico alla Bce per acquisti illimitati sul mercato secondario dei titoli di Stato in sofferenza;
3) ristrutturazione del debito greco;
4) ricapitalizzazione delle banche colpite dalla svalutazione dei titoli;
5) trasformazione del Fondo Salva-Stati in una Agenzia Europea per la gestione dei debiti sovrani;
6) allentamento delle politiche di bilancio e sostegno alla domanda aggregata attraverso investimenti pubblici trans-europei alimentati da eurobonds e dalla tassa sulle transazioni finanziarie speculative. “

La vera lotta, cari sindacati, non è contro il Marchionne o la Fornero di turno. Si tratta di una lotta per ottenere il futuro, e consiste nella possibilità che gli Stati europei ricomincino a creare ricchezza e posti di lavoro tramite un’utilizzo intelligente ed oculato della spesa pubblica, incrociato con una politica fiscale che tassi le rendite finanziarie e i grandi capitali e diminuisca le aliquote per i dipendenti e le piccole e medie imprese. Non armatevi contro i vostri datori di lavoro, armatevi contro chi coordina le politiche depressive e suicide dell’Eurozona.

“O con il popolo e la democrazia, o con la BCE e le oligarchie finanziarie” (Grande Oriente Democratico).

RATING

La novità più sensazionale della settimana, in materia economica, è il declassamento del debito di 9 Paesi europei ad opera delle agenzie di rating, una su tutte Standard & Poor’s. L’evento, che commenterò fra qualche riga, ci offre un ottimo spunto per definire cosa diavolo sia il benedetto rating.

Il rating è una misurazione del rischio di investimento sui titoli (di un’azienda o di uno Stato) che scaturisce dall’osservazione delle dinamiche della domanda e dell’offerta. In altre parole, l’agenzia di rating (un ente privato, su questo poi torneremo) osserva quanti investitori hanno comprato determinati pacchetti di titoli e formula una previsione sul potenziale e futuro rischio di investimento in base al rapporto fra quanti titoli sono stati emessi e quanti ne sono stati venduti da un determinato ente (azienda o Stato).
Il meccanismo è complesso, ma con buona approssimazione possiamo dire che se le compravendite sono andate male per diverso tempo ad un determinato ente, il rating di quest’ultimo verrà portato ad una classe “inferiore” di sicurezza; o, in altri casi, sono particolari analisi di mercato degli operatori finanziari delle agenzie che, in base a valutazioni sulla capacità dell’emittente (Stato o azienda) di far fronte al pagamento degli interessi, portano a promozioni o declassamenti.

Detto ciò, veniamo al caso specifico. L’Italia è stata declassata dall’agenzia Standard & Poor’s dal livello A- al livello BBB+, ovvero di due “punti”, proprio alcuni giorni fa. Una pioggia di critiche è arrivata dal mondo politico europeo, che ha unanimemente condannato le agenzie di rating definendole pericolose per la stabilità dell’Eurozona e bollando il declassamento come un attacco spropositato ed ingiustificato.
In più, i più agguerriti fra i giornalisti d’inchiesta hanno giustamente sottolineato che il capitale di Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch è in massima parte detenuto dalle principali banche d’investimento americane, ovvero Goldman Sachs, JP Morgan e Merrill Lynch; e molti, compresi eminenti politici, non hanno trattenuto insinuazioni “a bassa voce” sulla possibilità che dietro il declassamento vi sia la longa manus degli speculatori americani, rei di giocare contro l’Eurozona. Non è un caso, sostengono in molti, che nel 2008 siano state proprio le agenzie di rating a “sdoganare” i titoli tossici di Lehman Brothers definendoli investimenti sicurissimi mentre invece erano carta straccia: perchè quindi continuare a dare ascolto ad analisti privati al soldo della finanzia a stelle e strisce?
Inoltre, a breve saranno redatti in tutta Europa dei severi regolamenti per limitare i giudizi delle agenzie di rating sui debiti degli Stati sovrani.

L'agenzia di rating Standard & Poor's ha declassato 9 Paesi europei, e la linea politica neoliberista incassa il colpo.

Ve lo dico onestamente: le reazioni del mondo politico e giornalistico (salve alcune eccezioni) mi inquietano. Se è vero infatti che le agenzie di rating dovrebbero essere fortemente limitate nell’esercizio dei loro giudizi (pagati a suon di milioni di $ dai colossi finanziari), non bisogna trascurare il fatto che il giudizio espresso da Standard & Poor’s sia impeccabile, e che confermi ciò che una schiera di economisti di alto calibro (tra cui Paul Krugman, Amartya Sen, Randall Wray, Nouriel Roubini, Joseph Stiglitz) sostiene da anni.
La verità è che il giudizio di S&P brucia poiché mette per l’ennesima volta a nudo tutte le falle del sistema economico europeo e rivela la profonda crisi politica di un continente che le Destre neoliberiste e neomercantili stanno facendo affossare.
Dice S&P nel suo report:

I risultati del summit europeo del 9 dicembre 2011, e le successive dichiarazioni del mondo politico ci portano a credere che l’accordo raggiunto non abbia prodotto cambiamenti di rotta sufficienti né pienamente indicati per risolvere i problemi finanziari dell’eurozona. A nostro avviso, l’accordo politico non fornisce risorse sufficienti né la flessibilità operativa per rafforzare le misure di salvataggio dell’Europa, né estende un supporto adeguato a quei Paesi sovrani europei soggetti ad elevate pressioni di mercato.

Riteniamo inoltre che l’accordo sia basato solo su una parziale ricognizione della fonte della crisi: che l’attuale dissesto finanziario scaturisca principalmente dalla prodigalità fiscale alla periferia dell’Eurozona. Dal nostro punto di vista, tuttavia, i problemi finanziari dell’Eurozona sono più che altro la conseguenza di crescenti squilibri esterni e differenziali di competitività fra il centro dell’Eurozona e la cosiddetta “periferia”. Perciò, riteniamo che un processo di riforme basato soltanto sul pilastro dell’austerità fiscale rischia di essere auto-distruttivo, poiché la domanda interna crolla in linea con la crescita delle preoccupazioni dei consumatori riguardo alla sicurezza del lavoro e dei redditi netti, e ciò fa calare il gettito fiscale. (corsivo mio, nda)

Quello che si attendeva l’intero mercato finanziario dal summit europeo del 9 dicembre è un programma basato sulle seguenti linee guida:
1) Aumento dei poteri della BCE, con la possibilità che essa funga da prestatore di ultima istanza e che acquisti titoli di Stato dei Paesi europei come tutte le banche centrali del mondo.
2) Istituzione di un’unica obbligazione europea (Eurobond) a seguito dell’acquisto di tutte le obbligazioni sovrane dei singoli Paesi.
3) Unificazione della politica fiscale in tutta l’Eurozona e istituzione di un governo europeo unico della moneta che si possa avvalere di un fondo centrale illimitato per poter fronteggiare situazioni di emergenza (molto più efficace dell’inutile fondo salva-Stati EFSF).
Ovviamente, nessuna delle 3 misure di cui sopra è stata presa ed anzi è stato riaffermato l’assoluto primato dell’austerità e del pareggio di bilancio come “via di fuga” dalla crisi. Una via di fuga che non porta da nessuna parte, peraltro, poiché come sostiene giustamente S&P il dissesto finanziario e il crollo di fiducia degli investitori che sta mettendo in crisi l’Europa deriva dalla paura che gli Stati non abbiano le risorse per poter ripagare il debito e i relativi interessi ai finanziatori, non certo dall’indisciplina fiscale dei Paesi in crisi, di cui i mercati se ne strafregano. La possibilità che il debito non venga ripagato ( = default) è resa reale dal fatto che il sistema di finanziamento degli Stati che utilizzano l’euro è progettato male, poiché toglie agli Stati la sovranità monetaria senza affidarla ad un organo sovranazionale in grado di sostituirsi ad essi (abbiamo detto che la BCE non può compiere le due operazioni fondamentali di qualsiasi banca centrale). Questo sistema, così congegnato, premia i Paesi più forti dal punto di vista delle esportazioni, più competitivi perché usufruiscono di forza lavoro a basso costo ma con produttività più alte della media europea: perciò la forza dei Paesi esportatori è dovuta alla debolezza dei Paesi a bassa produttività. Ciò genera un differenziale di competitività irreversibile che porta i mercati ad investire sui debiti dei Paesi “deboli” solo a patto che i tassi di interesse siano elevati e il valore delle obbligazioni molto basso, a titolo di garanzia.

La sensazione che provo anch'io quando sento parlare la Merkel o Sarkozy.

Il declassamento di quei Paesi stride con il rating invariato di Paesi “forti” come la Germania, e rende ancora più urgente una serie di interventi necessari a rilanciare la produttività, la competitività e soprattuto la domanda nei Paesi in crisi. Tali interventi avrebbero il merito di sanare gli squilibri fra il Nord e il Sud dell’Europa, permettendo finalmente la stabilità. Il problema più grave non è, come molti vorrebbero far credere, la volontà da parte di investitori non europei di mettere “zizzania” fra gli Stati europei; è invece la volontà di alcuni Stati europei di continuare a mantenere i privilegi delle proprie élite (non dei propri cittadini, sia chiaro) pur sapendo che essi sono causa di sventura per gli altri Paesi. Si tratta quindi di un messaggio chiarissimo che la politica europea dovrebbe recepire al più presto: ma mentre chi ha capito punta il dito verso la luna, la politica sta a guardare il dito.
E viene il sospetto che lo faccia di comune accordo con interessi che hanno come preciso obiettivo la prosecuzione di questa crisi.

SPREAD

La categoria di articoli riguardo allo studio degli strumenti basilari dell’economia e della finanza si apre con quello che ormai è l’ospite più inquietante di Casa Italia: il famoso SPREAD.

Maccio Capatonda ha immortalato in maniera sublime l’assalto mediatico alle orecchie degli italiani sui temi della crisi finanziaria:

Cos’è dunque il famigerato spread?
Immaginiamo innanzitutto di essere lo Stato Italiano. Abbiamo necessità di 40 milioni di euro per investire in un determinato bene o servizio utile alla collettività, e dobbiamo trovare i soldi per finanziare l’investimento; vedremo in altri interventi dove sia il devastante meccanismo strozza-Stati che ha generato l’attuale crisi, ma prima di tutto è importante capire come uno Stato europeo reperisce i fondi necessari al suo sostentamento.
Per trovare questi soldi, ci rivolgiamo quindi al cosiddetto mercato dei capitali emettendo delle obbligazioni, ovvero chiediamo un prestito al mercato finanziario offrendo in cambio dei titoli di credito (che possiamo immaginare come dei “pezzi di carta” con un determinato valore, nel nostro esempio 40 milioni di euro in totale) più un determinato tasso di interesse (che costituisce in altre parole il “prezzo” del finanziamento per noi e al contempo lo “stipendio” del creditore).

Le obbligazioni italiane più famose sono i BOT e i BTP a durata decennale (cioè al termine dei 10 anni lo Stato deve restituire il denaro ai creditori); esse vengono piazzate sul mercato e sta agli investitori mondiali stabilire se e in che misura investire in queste obbligazioni o in quelle di altri Stati. Come strumento informativo per gli investitori, gli analisti finanziari valutano le diverse obbligazioni dei Paesi confrontandole con un’obbligazione “campione” che è considerata l’investimento più sicuro con tassi di interesse stabili. Per l’Europa questa obbligazione “campione” è il BUND tedesco a rendimento decennale, e la convenienza dell’investimento per chi deve comprare viene calcolata tramite la differenza fra i tassi di interesse offerti da quelle obbligazioni e i tassi offerti dal BUND.
Questa differenza è proprio il nostro caro SPREAD.

Mentre sto scrivendo, lo spread è circa a quota 476 punti base. Cosa significa?
Banalmente, che la differenza fra i tassi di interesse (anche detti “rendimenti”) dei titoli italiani e dei BUND decennali è pari al 4,76%; più in profondità, che alla Germania il denaro costa il 4,76% in meno rispetto a noi. Vi lascio immaginare le conseguenze a livello di produttività, occupazione, salute sociale.

Ma veniamo al punto clou. Come e perchè oscilla lo spread? Per quale motivo recentemente ha toccato persino quota 580, con tassi di interesse oltre il 7%?
La risposta sta nella fiducia degli investitori/creditori, la quale a sua volta si misura confrontando la domanda con l’offerta di titoli: ovvero, tornando al nostro vecchio esempio, se quei 40 milioni piazzati dall’Italia non se li compra nessuno, i tassi saliranno per convincere gli investitori ad acquistare (sembra un paradosso “comprare il denaro” ma è in buona sostanza quello che accade). Lo spread quindi, misurando la differenza fra i tassi, misura al contempo l’affidabilità di chi piazza i titoli (l’Italia, nel nostro esempio); affidabilità che viene ripresa e classificata dalle cosiddette agenzie di rating.
La fregatura è che sono queste agenzie a costituire la base dati di chi è chiamato ad investire, anche se la famigerata affidabilità è determinata proprio dagli investitori: in pratica, un serpente che si morde la coda.

Le vittime di questo caos, come sempre, sono gli Stati che non hanno un fottuto euro da poter spendere per contribuire al benessere dello Stato sociale; da qui l’inasprimento della pressione fiscale e le altre aggressive misure anti-evasione, proprio per poter ricavare un po’ di fondi utili.
Il ragionier Monti e compagine però conoscono le cause dello strozzinaggio, così come le conoscevano Tremonti, Berlusca e compagni di merende, perciò la domanda sorge spontanea: per quale ragione continuate a non spiegare ciò ai cittadini?

Siamo in guerra

Ringrazio Sergio Di Cori Modigliani (http://sergiodicorimodiglianji.blogspot.com/2011/08/si-chiama-christina-romer-e-una.html), autore del blog da cui è tratto il seguente intervento dell’economista Christina Romer.

“Oggi sostenere, come io faccio, di essere l’orgogliosa interprete e modesta, modestissima, erede del pensiero di Keynes, rivisitato e applicato alle necessità del capitalismo globale, viene identificato dai pirati criminali al comando delle grandi banche private, veri e propri bastardi, che sono accecati dall’avidità di casta e dall’accidia faziosa anti-democratica, come una dichiarazione di appartenenza a una guerriglia comunista. E’ esattamente l’opposto: sto cercando di dare un contributo al salvataggio del capitalismo, e ritengo di avere il diritto/dovere di spiegare agli americani con molta chiarezza come stanno le cose, denunciando le falsificazioni operate dai media costantemente, perché siamo in guerra e guerra sia. Questa non è una crisi economica. I termini recessione, contrazione, addirittura “depressione economica” la cui sola evocazione ci riempie di sgomento, non sono utili né bastevoli per spiegare come stanno le cose. Se si afferma e vince il disegno del gruppo di tecnocrati sorretti politicamente dall’estrema destra planetaria in funzione anti-democratica non ci sarà più sviluppo. In realtà, la destra ha volutamente radicalizzato lo scontro perché intende prendere il potere politico a livello planetario. Siamo in una guerra tra capitale e lavoro. Il che è una follia. Perderanno entrambi. Il capitalismo funziona solo e soltanto quando produce lavoro e quindi ricchezza collettiva e consumo di massa e investimenti strategici”.

Spingere le nazioni europee a immettere il concetto di pareggio di bilancio all’interno del propria costituzione come vogliono fare –così almeno sembra- in Spagna, Italia e Irlanda è un vero golpe e i cittadini devono essere informati. E’ un loro diritto. Così come è bene spiegare che la contrazione del debito pubblico provocherà stagnazione, mentre l’estensione del debito sovrano per stimolare l’economia farebbe di nuovo circolare moneta che dovrebbe servire a produrre le due uniche realtà di cui l’economia reale ha bisogno oggi: lavoro e merci.-Le banche private tengono in pugno i governi ricattandoli perché hanno come obiettivo quello di de-industrrializzare il pianeta spostando gli indici economici dai settori manifatturieri a quelli finanziari, il che vuol dire sostituire le merci con la carta straccia, il che vuol dire sostituire il lavoro con la rendita: una castatrofe per l’economia. Ma lo è anche per la psicologia. In tal modo si spingono individui e popoli a diffondere l’idea che la ricchezza non la si costruisce attraverso l’uso, l’applicazione e l’esercizio del lavoro, bensi’ attraverso l’uso furbo e abile di quotidiane transazioni finanziarie legate a oscillazioni. E’ un abbassamento anche di prospettiva intellettuale. Si spingono individui e nazioni a rinunciare alle strategie di mercato per cercare, invece, come vere e proprie cavallette i campi dove lanciarsi per capitalizzare subito finanza immediata da re-investire subito in qualche altra piazza finanziaria mondiale. Per non parlare del fatto che, quando passano le cavallette dei finanzieri neo-liberisti selvaggi, molto spesso –per non dire quasi sempre- lasciano intere nazioni a secco”.

Lo stato italiano, invece di piagnucolare abbindolando i propri cittadini sul debito pubblico, presentandolo come un cancro, lo aumenta e va controcorrente.. L’Italia ha un debito pubblico che si aggira intorno ai 1.950 miliardi di euro. Portarlo a 2.050 non comporta nessun aggravio SOLO E SOLTANTO SE consente il rilancio alla grande dell’economia in termini di sviluppo. L’Italia può permetterselo. Lo stato lancia un gigantesco piano di rilancio a favore delle istituzioni bancarie, le quali si faranno latori –essendo tutti inter-connessi- presso la Bce. I soldi vengono dati a due condizioni: a) le banche disinvestono dalla finanza e danno mutui agevolati alle imprese che producono merci a firma made in Italy. b) possono avere accesso ai mutui agevolati soltanto le aziende che assumono almeno 10 disoccupati in età tra i 18 e i 35 anni. Quelle aziende si vedono decurtati gli oneri fiscali del 50% se assumono e per il solo fatto di assumere. C) le banche e le aziende che non intendono investire nella creazione di lavoro e nella produzione delle merci perché preferiscono investire nella finanza internazionale –sempre a rischio di attacco speculativo- vengono tassate del 50%. Così, si alzano le tasse e si abbassano le tasse allo stesso tempo. Tutte le banche italiane che hanno usufruito dell’aiuto dello stato nel 2008 (circa 45 miliardi di euro per salvarsi dalla crisi) poiché hanno investito quei soldi in finanza di carta e non in produzioni di merci, devono essere tassate subito nella serie “profitti legati a transizioni finanziarie”.

(dal discorso di Christina Romer, ordinario di Economia Politica e Pianificazione Economica delle Nazioni all’Università di Berkeley, essendo stata, inoltre, consulente personale del presidente Obama dal 2007 al 2009 gestendo e risolvendo la crisi economica di allora.)

La trappola

La prima osservazione che mi viene in mente è: ve l’avevamo detto.

Oggi un impeccabile Federico Rampini scrive su La Repubblica che gli analisti finanziari e macroeconomici di tutto il mondo (americani in primis) prevedono l’imminente crollo delle economie dell’Eurozona entro il 2013. Inoltre, essi criticano aspramente le politiche de-flazionarie e strozza-crescita della Banca Centrale Europea, affermando che i 489 miliardi erogati alle banche europee a dicembre 2011 costituiscano non la soluzione ma l’ennesimo problema dell’area Euro.

Si tratta di soldi che non aiutano per nulla l’economia reale (ovvero non vanno a fuoriuscire dalle tasche degli investitori sotto forma di investimenti che aiutano l’occupazione), ma in momenti del genere vengono trattenuti dalle banche nelle proprie riserve, al fine di coprire le proprie perdite. John Maynard Keynes ha descritto questo fenomeno come Trappola della liquidità: molto semplicemente, in momenti di crisi dove manca la fiducia dei consumatori nella crescita economica, qualsiasi tipo di fondo erogato ai grandi collettori di denaro finisce per “immobilizzarsi” nelle loro riserve. Ciò determina la cosiddetta recessione, nella quale, checchè ne dicano i profeti del Neoliberismo, ci troviamo già impantanati. Funziona così:

1) Gli investitori soffrono di perdite e hanno smesso da tempo di investire.
2) Arrivano alle banche (non ai governi) grandi quantità di fondi che vengono utilizzati per coprire le perdite, e visto che manca la fiducia nel futuro, il surplus non viene immesso nel circolo degli investimenti ma viene trattenuto dagli investitori stessi.
3) Con il crollo degli investimenti, crollano anche i profitti delle imprese (oltre al fatto che non se ne avviano di nuove), e conseguentemente crollano i redditi dei lavoratori dipendenti.
4) Le spese dei salari diventano insostenibili per i datori di lavoro, perciò iniziano i licenziamenti di massa, spesso accompagnati da spostamenti della produzione dove la manodopera costa meno (vedi caso Omsa).
5) La disoccupazione aumenta le tensioni sociali, abbassa il Pil, diminuisce la fiducia degli investitori esteri, fa entrare l’economia in una spirale depressiva che conduce alla paralisi di massa.

Disoccupazione giovanile
La disoccupazione giovanile: altissima in Italia, al terzo posto dopo Estonia e Lettonia.

Questa è la ricetta salva-Europa proposta da Mario Draghi e dalla scuola di pensiero che governa l’Europa da 20 anni. La crisi in cui si trova l’Eurozona è la naturale conseguenza di un sistema monetario e fiscale che impedisce l’efficace circolazione del denaro, la quale è essenziale per la sostenibilità del Paese.
Ecco perchè mi vengono in mente le reazioni entusiastiche di chi gioiva quando Draghi veniva posto a capo della Bce, quando Monti veniva incaricato della Presidenza del Consiglio, quando Papademos veniva insediato in Grecia: ve l’avevamo detto che sarebbe andata così, dovrebbe gridare il web a gran voce. C’è un gruppo vastissimo ed eterogeneo di voci che partono dai premi Nobel per economia come Paul Krugman, passando per i professori della Modern Money Theory come Randall Wray fino ad arrivare ai blog “complottisti” più elementari; gli allarmi, le critiche, le ricerche di questo gruppo sono rimaste inascoltate come minimo da un decennio, ed ecco dove ci troviamo.