Questa sì che è Euro-sclerosi (1)

di Pier Giorgio Ardeni

Forse in pochi ricordano un termine venuto di moda in certi circoli negli anni ’80 – Euro-sclerosi – per indicare un mercato del lavoro “sclerotico”, come fossero le arterie otturate della vecchia Europa, a fronte di un’economia comunque in crescita che non lasciava fluire i lavoratori dentro e fuori, a differenza di quello americano a quel tempo più “dinamico”. Ne parlarono Olivier Blanchard e Larry Summers, allora “giovani economisti” promettenti, in un famoso articolo del 1986 sull’isteresi della disoccupazione europea (agli economisti è sempre piaciuto rifarsi ai fisici e prenderne a prestito i termini con ben altro significato). L’Euro-sclerosi come sinonimo di alta disoccupazione e bassa mobilità. Non che gli Stati Uniti stessero poi così meglio, a quel tempo, e con il senno di poi lo si può ben dire, visto che il productivity slowdown cominciato alla fine degli anni ’70 faceva ancora sentire i suoi strascichi. E, anche lì, giù a dare la colpa al mercato del lavoro! Gli anni sono passati, e di acqua sotto i ponti ne è passata al punto di allagare, esondare, ritirarsi in siccità e cambiare il mondo.

Oggi siamo nel mondo del post, dal postmoderno al post-capitalismo, al post-comunismo (quello ce lo siamo già dimenticati). La globalizzazione ha spazzato via tutto, dopo la crisi finanziaria delle tigri asiatiche (1987), il crollo del muro di Berlino (1989) e delle economie sovietiche (1991), le terapie shock (1991-96), la bolla del dot com (1999-2000), la bolla immobiliare (2004-07), la crisi dei sub-prime (2007-08). A quel tempo la Cina era ancora un nano, oggi è l’Orco dell’economia mondo. E se quella Euro-sclerosi appare lontana come fosse un’altra era geologica, le arterie della vecchia Europa si sono di nuovo intasate. Ma questa volta, potremmo dirlo, non sono quelle del mercato del lavoro: sono quelle dell’Economia e dei suoi Signori e dei suoi Governanti. L’Euro-sclerosi ha il suo ceppo infettivo a Brussels, nelle stanze Palazzo a Stella della Commissione Europea, in quelle della Eurotower di Frankfurt, e in vari altri Importanti Centri di Potere.

Europa
Per una crisi che da più parti è stata riconosciuta come “la più grave dai tempi della Grande Depressione”, tanto che molti la chiamano la Grande Recessione, quali politiche, quale grandioso disegno è stato concepito? Nessuno. Non me la faccio con i “politici”, qui, che oggi è come sparare a un uomo morto, ma con i loro ispiratori. Se fu Franklin Delano Roosevelt a portare avanti il New Deal, contro l’opposizione feroce dei conservatori cui dovette concedere molto – come ad esempio la non universalità della copertura della spesa sociale che esso inaugurò – furono pensatori come John Maynard Keynes e Lester Ward e tutto il pensiero progressivo americano a tracciarne le linee guida ispiratrici. Non solo una politica fiscale espansiva (possibile che ancora l’insegniamo ai nostri studenti, come caso da manuale, e si faccia tanta fatica ad accettarne la possibilità?), ma uno Stato che si prende cura dei suoi ceti più deboli, sulla base non solo di un principio economico – sono consumatori anche loro: dategli un salario e lo spenderanno – ma di un principio di equità e giustizia. Lo stato sociale rooseveltiano fu il pendant americano dello stato sociale europeo, che partì da Beveridge e fu poi sposato dal Labour inglese nel dopoguerra e poi dall’Europa tutta, quella democristiana tedesca bismarckiana e interclassista italiana, quella universalistica francese. Sappiamo quanto in Italia anche l’esperienza comunista di governo degli Enti Locali abbia poi coniato stato sociale, logica inclusiva cooperativa e competitività d’impresa. Ma, si dice, quelle esperienze furono possibili perché “erano anni di vacche grasse”. E tutto è poi degenerato nel “consociativismo” se non nel “clientelismo”. E in ogni caso oggi non c’è trippa per gatti.

Il punto è che, comunque la si guardi, la più grave crisi da ottanta anni a questa parte non ha ancora trovato una chiave di lettura, una politica guidata da un principio ispiratore che porti al suo superamento. Non che manchino pensatori illuminati: è che non c’è consenso. La Grande Depressione ebbe un effetto devastante perché finì per colpire ceti medi, masse popolari e élites imprenditoriali, quasi a 360 gradi, di qua e di là dall’oceano. Certo, ci fu poi una guerra mondiale che se portò distruzione e morte a suo modo contribuì alla crescita – eccome – con la ricostruzione che ne seguì. E dopo la guerra il consenso verso le politiche espansive fu generalizzato.
Perché oggi non vi è consenso sulle vie di uscita dalla crisi? Non voglio qui affrontare un tema che non solo non saprei modestamente trattare in poche righe, ma che non sarebbe giusto liquidare in pochi paragrafi. Ma voglio però puntare il mio dito contro il furore ideologico che appanna l’odierno discorso pubblico, ormai universale. L’economia odierna è nelle mani di pochi – non un complesso pluto-giudaico-massonico d’antan – ma semplicemente una élite transnazionale che governa l’economia sovra-nazionale. È l’élite che governa quella parte dell’economia finanziaria che negli ultimi decenni è cresciuta a dismisura – e che è pari a n volte il valore dell’economia reale della produzione di beni e servizi. È l’élite dell’1%, i cui redditi e i cui emolumenti sono cresciuti fino a diventare cento, mille, diecimila volte maggiori di quelli del 99% della popolazione (dei paesi “avanzati” e non). È l’élite che regge le sorti di nazioni intere: il turn-over delle più grandi corporations multinazionali è pari oggi al PIL di non so quanti paesi, il capitale di quelle stesse corporations è nelle mani di poche centinaia di persone che non hanno nazionalità perché sono transnazionali. Ne hanno già parlato in molti – da Saskia Sassen a Zigmunt Bauman, da Guido Rossi a Paul Krugman, da Noam Chomsky a Mark Weisbrot –. Questa élite è composta di americani, inglesi, tedeschi, italiani, cinesi, giapponesi, israeliani, finlandesi, svedesi, olandesi, finanche angolani, messicani, colombiani, brasiliani, indiani. Ha regolare passaporto (anzi più di uno), va a fare shopping nelle metropoli à la page, poi torna a casa nei weekend, regala ai figli l’ultimo I-phone e spende ovunque in valuta pregiata – non sono forse i beni di lusso che vanno fortissimo negli ultimi tempi? – . Perché mai questa élite è così influente? Perché può decidere di vendere con una sola telefonata metà del debito sovrano di un paese, metà delle azioni di una grossa banca, e mandare un’intera popolazione “in vacca”, d’un colpo. Non paga le tasse, e dove gliele fanno pagare ne paga la metà dei suoi dipendenti. Ma, si dice, “crea ricchezza”. Possiamo forse ostacolare la naturale dinamica del mercato capitalistico? Dove c’è innovazione c’è profitto, un enorme profitto, la finanza serve poi solo a moltiplicarlo.

Sono le 100 persone più ricche e influenti del mondo che contano (e guadagnano quanto il reddito di due miliardi di abitanti del pianeta terra). Il resto dell’umanità può solo accodarsi e sperare che si comportino bene e benevolmente. Per un Mark Zuckenberg che si compra una villa da 10 milioni a Palo Alto e tutte le ville intorno – per non avere fastidi con i vicini – ci sono mille, centomila che sono lì che smanettano con le loro app sperando di diventare ricchi. E meno male, dice l’Economist, così si favorisce la concorrenza. Il problema è però che l’economia si è fatta via via sempre più piramidale e ormai tra i più ricchi e i più poveri c’è una distanza che non si era mai vista dagli albori della storia, nemmeno ai tempi dei sovrani divini. È solo un mercato libero, vivace, dinamico, che può produrre innovazione e quindi ricchezza, questo è il mantra: tanta ricchezza per pochi e che quei pochi diventano ricchi non per volere divino né per eredità, ma perché “sono stati capaci”. Questa è la religione del nostro tempo: per permettere a pochi “scelti a caso” – non “prescelti” – di diventare qualcuno, il prezzo da pagare è che tutti gli altri debbano poi sgomitare per sbarcare il lunario. È questa la vera democrazia dell’economia: non c’è più diritto divino né di casta ma solo il mercato che consente ai pochi di farcela (e che sia poi a scapito dei molti, è solo una triste conseguenza). Ci vorrebbe una postilla, in effetti: quanto sia veramente “democratico” il mercato delle possibilità, ma questa è un’altra storia.

La crisi di questi anni ha reso tutto questo evidente. Le praterie per questi nuovi eroi della frontiera sono lì davanti, sterminate, solo la finitezza del pianeta li potrà fermare ormai. Non i confini nazionali, non le regole, non i governi, le tasse, la polizia o la CIA. È solo il mercato che li può fermare. Non c’è più il potere di contrattazione dei lavoratori: se non ti va bene, prendo un altro, se non trovo un altro qui, cambio paese. Ma quali sindacati, ma quali politiche dei redditi! Se il tuo governo mi tassa troppo, io cambio sede al mio headquarter, vado dove più mi conviene. Mai come negli ultimi anni le multinazionali hanno fatto i profitti che hanno fatto (consultare le classifiche di Fortune e dell’Economist per rendersene conto). Certo, il buon vecchio capitale nuts-and-bolts fa ancora fare buoni affari – il turn-over delle Oil companies, della IBM, della Nestlè o della Monsanto è sempre considerevole – ma sono le internet-companies-plus-financial-innovators, è il superamento dei confini – nazionali, settoriali, economici – finalmente in libertà che ha sancito la definitiva conquista del West.

E noi comuni mortali? E i nostri pii governanti, comuni mortali anch’essi? Gli Olli Rehn, esimio politico finnico ora Commissario Europeo per gli Affari Economici e Monetari – sì, quello del “Rehn’s Terror” di Paul Krugman, che sa anche essere spiritoso – sono anch’essi mortali comuni, non ambiscono a tanto e non possono che inchinarsi al dio del libero mercato. Di fronte a tanto squasso – nel 2009 la crisi finanziaria ha portato ad un crollo del PIL in tutta Europa – i governi sono dovuti intervenire massicciamente per salvare banche sull’orlo del fallimento – per aver giocato all’alta finanza, perdendoci – e la Commissione Europea si è inventata la “procedura speciale”. La Banca Centrale Europea ha poi disegnato lo strumento. Per salvare le banche è stato concesso un deficit fino al 30% del PIL ad un solo paese (come all’Irlanda), per poi, certo, vedere nel giro di due anni il suo debito pubblico raddoppiare. Con il beneplacito della signora Merkel i cui funzionari hanno tenuto d’occhio l’andamento dei mercati, perché l’economia tedesca export-driven non subisse troppi contraccolpi (e perché le sue banche, così esposte sui debiti sovrani, non avessero a soffrire troppo). Ci hanno guadagnato, poi, in rendimenti, comprando a prezzi stracciati (e rendimenti altissimi) e vendendo una volta che era passata la bufera.

Che la “crisi” abbia poi messo in ginocchio le economie di mezzo mondo (senz’altro di mezza Europa), tra i diktat della Troika e le dismissioni, le vendite, le de- e ri-localizzazioni, la pressione dei mercati e via dicendo, non ha poi contato più di tanto. La disoccupazione è un fenomeno ciclico, dicono (loro), quando l’economia si riprenderà quella tornerà a calare. Se il debito è aumentato per via dei movimenti sui debiti sovrani (vendo di qua e compro di là, variano i rendimenti) e per salvare le banche poco importa, il deficit di bilancio e i vincoli di Maastricht non si devono comunque toccare. Per rientrare dal debito si deve tagliare. Dove? Forse dove si è speso? No, si deve tagliare la spesa “improduttiva”, la spesa sociale, come se fosse quella la ragione dell’indebitamento crescente.

È stata forse concessa una procedura speciale per uscire dalla crisi con politiche espansive? No, perché quelle non lo meritano. Salvare le banche dal fallimento, sì, too big to fail (o forse, come ha detto qualcuno, too big to jail), aiutare le economie in crisi, no, non fa parte delle opzioni possibili. Quelle masse di milioni di disoccupati, precari, pensionati alla fame, quelle no, quelle non sono anch’esse il segno di un fallimento davvero too big.

È questa ipocrisia, questa sclerosi che va combattuta. Quale dovrebbe essere la ragione per cui l’economia dovrebbe uscire dalla crisi? È stata forse affrontata e risolta una sola delle ragioni che hanno portato alla crisi? E quale sarebbero le responsabilità della spesa sociale, della spesa per sanità, istruzione e protezione sociale, nell’avere portato ai livelli d’indebitamento attuali? Se il debito sovrano è oggi nelle mani degli “investitori” al punto che ne possono decretare d’un soffio il prospetto, non sarebbe forse più oculato mettere quel debito al riparo? Non sarebbe forse più saggio intervenire sul meccanismo diabolico del mercato che non si autoregola perché ivi vige la legge del gregge? Non c’è peggior ignorante di chi non vuol capire e di chi non capisce facendo finta di capire. Quanta ipocrisia, quanta sclerosi nel cuore della Vecchia Europa!

Fonte: http://www2.dse.unibo.it/ardeni/scritti/Eurosclerosi-1.html

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L’ESM: criminalità o delinquenza?

Sottoscrivo in pieno la seguente mozione, scritta e promossa da Lidia Undiemi di PalermoReport.it. Invito tutti a leggerla, farla propria e diffonderla il più possibile.
Scegliete da che parte stare, perchè questa è guerra.

Mozione popolare contro l’attribuzione ad una organizzazione finanziaria intergovernativa del fondo “salva stati”

Premesso che:
Il dibattito sulle cause della crisi è praticamente scomparso dalla scena pubblica.
In un contesto di questo tipo le politiche di austerity rappresentano un sacrificio drammaticamente inutile per i cittadini in quanto, sostanzialmente, si tratta di versare ulteriore liquidità nel buco nero della finanza speculativa.
I leader dei paesi europei stanno tentando, in fretta e furia, di portare a regime il trattato che istituisce il Meccanismo Europeo di Stabilità (ESM), ossia lo strumento scelto dalla politica di Bruxelles per fornire assistenza finanziaria ai paesi in difficoltà, sulla base, si badi bene, del rispetto da parte dello Stato (potenziale) debitore di “rigorose condizionalità” negoziate con l’ESM nell’ambito di un programma macro-economico di aggiustamento e di una rigorosa analisi di sostenibilità del debito pubblico.
Il trattato ESM non è semplicemente un insieme di regole finalizzate ad ottenere la stabilità finanziaria della zona euro ma si tratta di un documento che disciplina l’istituzione di un organismo finanziario internazionale dove i 17 paesi aderenti, compresa l’Italia, dovranno negoziare, non in qualità di Stati sovrani ma di soci e di debitori, scelte di politica nazionale al fine di ottenere la liquidità necessaria per evitare il default.
La pericolosità di tale scelta per i cittadini europei è riscontrabile nelle trattative con il governo greco: organismi internazionali (troika) mirano a sostituirsi alle istituzioni nazionali imponendo ai rappresentanti politici la firma di un documento che attribuisce il peso della crisi alla popolazione, in cambio dell’assistenza finanziaria necessaria per pagare il debito in scadenza. Taglio delle pensioni, riduzione dei salari minimi e privatizzazioni, queste sono misure di austerità che scavalcano i sistemi democratici e che tolgono ai cittadini la possibilità di poter attuare politiche di sviluppo economico in grado di contrastare la finanza speculativa.
L’ESM intende operare come un qualsiasi istituto finanziario, erogando prestiti, rivolgendosi al mercato per potere soddisfare le richieste di concessione di denaro al fine di ottenerne un profitto.
I membri dell’istituzione finanziaria ESM, compresi quelli dello staff, sono immuni da procedimenti legali in relazione ad atti da essi compiuti nell’esercizio delle proprie funzioni. L’ESM gode inoltre di una incomprensibile “inviolabilità” dei documenti.
Il trattato stabilisce che i beni, le disponibilità e le proprietà del MES, ovunque si trovino e da chiunque siano detenute “godono dell’immunità da ogni forma di giurisdizione, salvo qualora il MES rinunci espressamente alla propria immunità in pendenza di determinati procedimenti o in forza dei termini contrattuali, compresa la documentazione inerente gli strumenti di debito” e “non possono essere oggetto di perquisizione, sequestro, confisca, esproprio e di qualsiasi altra forma di sequestro o pignoramento derivanti da azioni esecutive, giudiziarie, amministrative o normative”.
Dal punto di vista democratico, considerando anche i grandi sacrifici che vengono chiesti agli stati europei, risulta incomprensibile la scelta di garantire l’esenzione fiscale all’ESM.
Nonostante l’assenza pressoché totale di informazione, il trattato ESM non è ancora entrato in vigore in quanto occorre la ratifica da parte degli stati aderenti della modifica dell’art. 136 del Trattato sul Funzionamento dell’UE (decisione del Consiglio Europeo) che istituisce il meccanismo di stabilità finanziaria per la zona euro.
Il Parlamento europeo si è già espresso in favore della modifica dell’art. 136 con 494 voti favorevoli.
Se i parlamenti nazionali ratificano l’entrata in vigore del trattato ESM si potrebbero anche verificare gravi scenari di retrocessione civile.
In Italia, il disegno di legge (n. 2914/2011) per la ratifica è stato presentato dall’ex ministro degli Affari esteri, Franco Frattini, di concerto con l’ex ministro dell’Economia e delle Finanze, Giulio Tremonti, l’ex ministro dello Sviluppo economico, Paolo Romani, l’ex ministro per le Politiche europee, Anna Marina Bernini Bovicelli. Già la 1° commissione permanente Affari Costituzionali ha dato esito “non ostativo” (14 dicembre 2011) e la 14° commissione permanente Politiche dell’unione europea si è espressa in modo favorevole con osservazioni (25 gennaio 2012).
Sarebbe estremamente utile che i cittadini degli altri 16 stati verificassero lo stato di attuazione della ratifica della modifica dell’art. 136 nel proprio paese.
Si chiede:
ai parlamentari nazionali di esprimere voto contrario alla ratifica della modifica dell’art. 136 del Trattato sul Funzionamento dell’UE; al Presidente del Consiglio Mario Monti di spiegare ai cittadini italiani “luci ed ombre” del trattato ESM mediante dibattiti pubblici e di valutare proposte alternative di soluzione alla crisi;
al Presidente della Repubblica di non autorizzare la ratifica e di riferire pubblicamente le motivazioni del grande silenzio sui reali termini dell’entrata in vigore dell’ESM.
Si invitano:
associazioni, movimenti, intellettuali, lavoratori, imprenditori e qualsiasi altra categoria sociale dei 17 paesi aderenti a mobilitarsi per contrastare l’entrata in vigore del trattato ESM in modo civile e non violento, anzitutto sottoscrivendo questa mozione popolare. Sarebbe inoltre utile inviare richieste di chiarimenti ai parlamentari nazionali, ai ministri e, almeno per quanto riguarda l’Italia, al Presidente della Repubblica;
giornalisti di qualsiasi mezzo di informazione pubblico o privato a trattare la questione; magistrati e docenti universitari a valutare l’esistenza di profili di incostituzionalità e ad esprimersi sull’impatto che le immunità ed i privilegi contenuti nel trattato ESM possono avere nella vita democratica del paese, tenendo anche conto del crescente grado di corruzione politica.

La miopia neoliberista

In questi giorni il governo e le parti sociali si stanno confrontando sullo spinosissimo tema della riforma del lavoro. Tanto il ministro Fornero quanto i vertici sindacali, diciamolo subito, sono fuori strada e stanno discutendo del “sesso degli angeli” mentre i lavoratori italiani ed europei muoiono di stenti. Tutti presi dal tema dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, dal guadagnare un anno in più di lavoro assicurato, dall’euro in più in busta paga a fronte di un diritto in meno nei contratti di lavoro.

Il problema fondamentale è che è inutile liberalizzare, deregolamentare, incentivare il lavoro: il lavoro non c’è e ci sarà sempre meno. Le imprese se ne andranno del tutto dall’Italia nei prossimo 10 anni, e i nostri operai staranno con le mani in mano, miseramente sorretti dalla Cassa Integrazione che alle casse statali costa un occhio della testa, e a loro non porta alcun beneficio.

Bisogna creare più lavoro, non decorare di orpelli la schiavitù.

L’unica soluzione possibile, come ormai sostengono le voci più autorevoli dell’economia mondiale, è che gli Stati europei si impegnino in un moderno NEW DEAL e creino direttamente posti di lavoro pubblici, smettendola di chiedere l’elemosina alle imprese che, ormai, non hanno più mezzi per investire. Per Luciano Gallino, “Lo Stato dovrebbe semplicemente istituire un’Agenzia per l’occupazione, che determina i criteri di assunzione e il sistema di pagamento. Dopodiché questa si mette in contatto con enti territoriali, servizi per l’impiego, organizzazioni del volontariato, che provvedono localmente alle pratiche di assunzione delle persone interessate e le avvìano al lavoro”.
Cioè, in soldoni, lo Stato deve fungere da datore di lavoro di ultima istanza, come vanno da anni sostenendo i promotori della Modern Monetary Theory di Randall Wray: posti di lavoro pubblici in settori come “il riassetto idrogeologico, la ristrutturazione delle scuole che violano le norme di sicurezza, la ricostruzione degli ospedali obsoleti” e molto altro ancora.

Ovviamente, questo è possibile solo tramite una fortissima spesa pubblica, che sia indirizzata nei giusti canali, e che deve provenire direttamente dalla BCE; per far questo, perciò, è necessario abbandonare le folli politiche di austerità depressiva e l’inutile anelito al pareggio di bilancio.
Capiamoci ragazzi, il pareggio di bilancio equivale a morte per ipotermia per il sistema dell’Eurozona: l’unico Paese che ci ha provato (e per un periodo ci è anche riuscito) è la Spagna, dove guarda caso c’è il più alto tasso di disoccupazione dell’Eurozona.

In più, il patto denominato Fiscal Compact ci costringe a ridurre in maniera indiscriminata la spesa pubblica per rientrare nei parametri di bilancio voluti da una BCE che Stefano Fassina (PD) definisce giustamente “istituzione senza legittimazione democratica”. Questo Fiscal Compact, per James Meadaway di neweconomics.org, “è totalmente folle, un’imbecillità economica su grande scala continentale. L’austerità sta trascinando l’Europa verso uno stato di perenne stagnazione. La crisi non è stata causata dalla spesa pubblica, ma dal collasso del sistema bancario e dai persistenti squilibri nella bilancia dei pagamenti. E invece tutta la discussione è ancora incentrata, almeno per le élite europee, intorno alla necessità di effettuare tagli via via più aspri”.

Stefano Fassina, intelligente politico del PD, ingiustamente ostracizzato

Non è più tempo di stare a guardare; non è più il momento della “coesione nazionale”, del “meno peggio” e del “Franza o Spagna, basta che se magna”. C’è una guerra spirituale che va combattuta in campo europeo e mondiale contro le élite neoliberiste che guidano l’azione delle corporations, dei politici e dei giuslavoristi europei. Bisogna armarsi di conoscenza, guardare oltreoceano dove da vent’anni le menti più lucide stanno avvertendo l’Eurozona del pericolo che incorre nell’abbraccio mortale con il Neoliberismo.
Ancora Stefano Fassina: “La verità è che continuare sulla via della austerità cieca porta alla rottura dell’area euro e ad una involuzione sociale e democratica”.
La soluzione è semplice, continua il deputato PD ostracizzato ed escluso da quelle frange più vendute e anti-democratiche del partito (che lo dirigono, ahimè):

“1) trasferimento della sovranità economica ancora formalmente ed inutilmente custodita all’interno dei confini nazionali ad una istituzione di governance legittimata democraticamente dell’euro-area;
2) sostegno politico alla Bce per acquisti illimitati sul mercato secondario dei titoli di Stato in sofferenza;
3) ristrutturazione del debito greco;
4) ricapitalizzazione delle banche colpite dalla svalutazione dei titoli;
5) trasformazione del Fondo Salva-Stati in una Agenzia Europea per la gestione dei debiti sovrani;
6) allentamento delle politiche di bilancio e sostegno alla domanda aggregata attraverso investimenti pubblici trans-europei alimentati da eurobonds e dalla tassa sulle transazioni finanziarie speculative. “

La vera lotta, cari sindacati, non è contro il Marchionne o la Fornero di turno. Si tratta di una lotta per ottenere il futuro, e consiste nella possibilità che gli Stati europei ricomincino a creare ricchezza e posti di lavoro tramite un’utilizzo intelligente ed oculato della spesa pubblica, incrociato con una politica fiscale che tassi le rendite finanziarie e i grandi capitali e diminuisca le aliquote per i dipendenti e le piccole e medie imprese. Non armatevi contro i vostri datori di lavoro, armatevi contro chi coordina le politiche depressive e suicide dell’Eurozona.

“O con il popolo e la democrazia, o con la BCE e le oligarchie finanziarie” (Grande Oriente Democratico).

RATING

La novità più sensazionale della settimana, in materia economica, è il declassamento del debito di 9 Paesi europei ad opera delle agenzie di rating, una su tutte Standard & Poor’s. L’evento, che commenterò fra qualche riga, ci offre un ottimo spunto per definire cosa diavolo sia il benedetto rating.

Il rating è una misurazione del rischio di investimento sui titoli (di un’azienda o di uno Stato) che scaturisce dall’osservazione delle dinamiche della domanda e dell’offerta. In altre parole, l’agenzia di rating (un ente privato, su questo poi torneremo) osserva quanti investitori hanno comprato determinati pacchetti di titoli e formula una previsione sul potenziale e futuro rischio di investimento in base al rapporto fra quanti titoli sono stati emessi e quanti ne sono stati venduti da un determinato ente (azienda o Stato).
Il meccanismo è complesso, ma con buona approssimazione possiamo dire che se le compravendite sono andate male per diverso tempo ad un determinato ente, il rating di quest’ultimo verrà portato ad una classe “inferiore” di sicurezza; o, in altri casi, sono particolari analisi di mercato degli operatori finanziari delle agenzie che, in base a valutazioni sulla capacità dell’emittente (Stato o azienda) di far fronte al pagamento degli interessi, portano a promozioni o declassamenti.

Detto ciò, veniamo al caso specifico. L’Italia è stata declassata dall’agenzia Standard & Poor’s dal livello A- al livello BBB+, ovvero di due “punti”, proprio alcuni giorni fa. Una pioggia di critiche è arrivata dal mondo politico europeo, che ha unanimemente condannato le agenzie di rating definendole pericolose per la stabilità dell’Eurozona e bollando il declassamento come un attacco spropositato ed ingiustificato.
In più, i più agguerriti fra i giornalisti d’inchiesta hanno giustamente sottolineato che il capitale di Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch è in massima parte detenuto dalle principali banche d’investimento americane, ovvero Goldman Sachs, JP Morgan e Merrill Lynch; e molti, compresi eminenti politici, non hanno trattenuto insinuazioni “a bassa voce” sulla possibilità che dietro il declassamento vi sia la longa manus degli speculatori americani, rei di giocare contro l’Eurozona. Non è un caso, sostengono in molti, che nel 2008 siano state proprio le agenzie di rating a “sdoganare” i titoli tossici di Lehman Brothers definendoli investimenti sicurissimi mentre invece erano carta straccia: perchè quindi continuare a dare ascolto ad analisti privati al soldo della finanzia a stelle e strisce?
Inoltre, a breve saranno redatti in tutta Europa dei severi regolamenti per limitare i giudizi delle agenzie di rating sui debiti degli Stati sovrani.

L'agenzia di rating Standard & Poor's ha declassato 9 Paesi europei, e la linea politica neoliberista incassa il colpo.

Ve lo dico onestamente: le reazioni del mondo politico e giornalistico (salve alcune eccezioni) mi inquietano. Se è vero infatti che le agenzie di rating dovrebbero essere fortemente limitate nell’esercizio dei loro giudizi (pagati a suon di milioni di $ dai colossi finanziari), non bisogna trascurare il fatto che il giudizio espresso da Standard & Poor’s sia impeccabile, e che confermi ciò che una schiera di economisti di alto calibro (tra cui Paul Krugman, Amartya Sen, Randall Wray, Nouriel Roubini, Joseph Stiglitz) sostiene da anni.
La verità è che il giudizio di S&P brucia poiché mette per l’ennesima volta a nudo tutte le falle del sistema economico europeo e rivela la profonda crisi politica di un continente che le Destre neoliberiste e neomercantili stanno facendo affossare.
Dice S&P nel suo report:

I risultati del summit europeo del 9 dicembre 2011, e le successive dichiarazioni del mondo politico ci portano a credere che l’accordo raggiunto non abbia prodotto cambiamenti di rotta sufficienti né pienamente indicati per risolvere i problemi finanziari dell’eurozona. A nostro avviso, l’accordo politico non fornisce risorse sufficienti né la flessibilità operativa per rafforzare le misure di salvataggio dell’Europa, né estende un supporto adeguato a quei Paesi sovrani europei soggetti ad elevate pressioni di mercato.

Riteniamo inoltre che l’accordo sia basato solo su una parziale ricognizione della fonte della crisi: che l’attuale dissesto finanziario scaturisca principalmente dalla prodigalità fiscale alla periferia dell’Eurozona. Dal nostro punto di vista, tuttavia, i problemi finanziari dell’Eurozona sono più che altro la conseguenza di crescenti squilibri esterni e differenziali di competitività fra il centro dell’Eurozona e la cosiddetta “periferia”. Perciò, riteniamo che un processo di riforme basato soltanto sul pilastro dell’austerità fiscale rischia di essere auto-distruttivo, poiché la domanda interna crolla in linea con la crescita delle preoccupazioni dei consumatori riguardo alla sicurezza del lavoro e dei redditi netti, e ciò fa calare il gettito fiscale. (corsivo mio, nda)

Quello che si attendeva l’intero mercato finanziario dal summit europeo del 9 dicembre è un programma basato sulle seguenti linee guida:
1) Aumento dei poteri della BCE, con la possibilità che essa funga da prestatore di ultima istanza e che acquisti titoli di Stato dei Paesi europei come tutte le banche centrali del mondo.
2) Istituzione di un’unica obbligazione europea (Eurobond) a seguito dell’acquisto di tutte le obbligazioni sovrane dei singoli Paesi.
3) Unificazione della politica fiscale in tutta l’Eurozona e istituzione di un governo europeo unico della moneta che si possa avvalere di un fondo centrale illimitato per poter fronteggiare situazioni di emergenza (molto più efficace dell’inutile fondo salva-Stati EFSF).
Ovviamente, nessuna delle 3 misure di cui sopra è stata presa ed anzi è stato riaffermato l’assoluto primato dell’austerità e del pareggio di bilancio come “via di fuga” dalla crisi. Una via di fuga che non porta da nessuna parte, peraltro, poiché come sostiene giustamente S&P il dissesto finanziario e il crollo di fiducia degli investitori che sta mettendo in crisi l’Europa deriva dalla paura che gli Stati non abbiano le risorse per poter ripagare il debito e i relativi interessi ai finanziatori, non certo dall’indisciplina fiscale dei Paesi in crisi, di cui i mercati se ne strafregano. La possibilità che il debito non venga ripagato ( = default) è resa reale dal fatto che il sistema di finanziamento degli Stati che utilizzano l’euro è progettato male, poiché toglie agli Stati la sovranità monetaria senza affidarla ad un organo sovranazionale in grado di sostituirsi ad essi (abbiamo detto che la BCE non può compiere le due operazioni fondamentali di qualsiasi banca centrale). Questo sistema, così congegnato, premia i Paesi più forti dal punto di vista delle esportazioni, più competitivi perché usufruiscono di forza lavoro a basso costo ma con produttività più alte della media europea: perciò la forza dei Paesi esportatori è dovuta alla debolezza dei Paesi a bassa produttività. Ciò genera un differenziale di competitività irreversibile che porta i mercati ad investire sui debiti dei Paesi “deboli” solo a patto che i tassi di interesse siano elevati e il valore delle obbligazioni molto basso, a titolo di garanzia.

La sensazione che provo anch'io quando sento parlare la Merkel o Sarkozy.

Il declassamento di quei Paesi stride con il rating invariato di Paesi “forti” come la Germania, e rende ancora più urgente una serie di interventi necessari a rilanciare la produttività, la competitività e soprattuto la domanda nei Paesi in crisi. Tali interventi avrebbero il merito di sanare gli squilibri fra il Nord e il Sud dell’Europa, permettendo finalmente la stabilità. Il problema più grave non è, come molti vorrebbero far credere, la volontà da parte di investitori non europei di mettere “zizzania” fra gli Stati europei; è invece la volontà di alcuni Stati europei di continuare a mantenere i privilegi delle proprie élite (non dei propri cittadini, sia chiaro) pur sapendo che essi sono causa di sventura per gli altri Paesi. Si tratta quindi di un messaggio chiarissimo che la politica europea dovrebbe recepire al più presto: ma mentre chi ha capito punta il dito verso la luna, la politica sta a guardare il dito.
E viene il sospetto che lo faccia di comune accordo con interessi che hanno come preciso obiettivo la prosecuzione di questa crisi.

Tertium non datur

La gravità e la rapidità degli eventi che stanno condizionando la politica italiana e mondiale impongono a tutti i cittadini di acquisire più informazioni possibili in materie economiche, storiche, politiche.
Gente, è tempo di studiare ed agire: non dormite, non prendete per i fondelli voi stessi e gli altri fregandovene della congiuntura mondiale che sta inchiodando il nostro futuro.

Per questo, inizierò a condividere con chi desidera un percorso di approfondimenti nelle suddette materie, affinchè tutti (compreso chi scrive) abbiano gli strumenti necessari per poter fronteggiare e resistere alle becere e inconcludenti manovre che i governi europei stanno conducendo in questi mesi.
E magari poter proporne di altre, diametralmente opposte nel contenuto e nelle finalità.
Inizio proponendo alcuni interessanti articoli di giornalisti ed economisti che dovrebbero aiutare nella comprensione dei gravissimi problemi che stiamo affrontando.

Mattia Granata, Piano della Nazione
Krugman, Keynes Was Right
Europe’s Non-Solution
Paolo Barnard, Il Più Grande Crimine

Molti altri contenuti arriveranno presto. Intanto, buon anno a tutti.

Gli eterni nemici: una storia surreale.

Lo stavamo cercando e alla fine è arrivato, signore e signori. No, non c’è bisogno del rullo di tamburi; lo conosciamo abbastanza. Ma come chi è? Il nuovo nemico, il Male Assoluto: il Debito Pubblico.

Non si poteva stare troppo tempo senza un bel nemico da sconfiggere: quando i mulini chiamano, Don Chisciotte risponde.

Facciamo un passo indietro. Nel 1945 si conclude la seconda guerra mondiale: sangue, macerie, l’Europa distrutta, il mondo diviso in due. La parte di Europa assoggettata agli Usa si stringe attorno ai suoi protettori, ne trae risorse preziose e contribuisce a diffondere il Verbo per difendere l’Occidente da un nuovo e pericoloso mostro: il Comunismo. L’uomo bianco del West si arma fino ai denti per difendere il suo stile di vita dall’attacco dei rossi maledetti, e l’Italia dorme sonni tranquilli sotto la calda coperta dell’apatia democristiana.

Nel 1978 succede qualcosa. Uno dei pacifici abitanti si sfila la coperta di dosso e prova a sentire come si respira con il naso esposto al vento: un po’ più freddo, senz’altro, ma almeno da lì si può aiutare i concittadini che soffrono il caldo torrido della coperta. Il cittadino è Aldo Moro, e la storia la sapete: il Gotha stabilisce che l’operazione è troppo pericolosa, l’abitante è un problema e va eliminato. Non si sa mai che faccia comunella coi rossi maledetti, quelli sì che fanno paura.

Anche nel 1989 succede qualcosa ma stavolta è un bel problema, perchè i rossi maledetti subiscono un colpo mortale che li porterà all’inesorabile declino. Il Gotha è nel panico totale: chi cavolo ci sarà di tanto spaventoso adesso da impaurire tutti i nostri amici sparsi per il mondo? Mica si può stare senza qualcuno contro cui puntare il dito: sennò poi il dito chi lo guarda? Sì, sì, ce l’ho, risponde il Presidente George H.W. Bush Senior: i musulmani, sì sono loro il nemico. Tra l’altro, citando Luttazzi, hanno tutto quel bel petrolio americano nelle loro riserve; non c’è motivo di evitare di rompergli le palle.

Ed ecco che la spada del guerriero occidentale subisce una rotazione, per così dire, da Mosca al Golfo Persico. La vecchia Europa e l’Occidente tutto scoprono che quei tizi col turbante sono sospetti, e quella religione strana che hanno è un pericolo da cui difendersi: visto che ci sono, gli occidentali si ricordano che una religione ce l’hanno anche loro, e nonostante sia una religione così tranquillina, pacifica in teoria, decidono che è un Tesoro da difendere con le armi.

Gli anni Novanta però sono un tentativo mal riuscito di cambiare direzione del dito. C’è un attentato alle Torri nel 1993 che, insomma, non è troppo soddisfacente per il Gotha: troppo poco pericoloso. Allora nel 1996 la cricca di Paul Wolfowitz, futuro direttore della Banca Mondiale, scrive un documento in cui espone la necessità lampante di una nuova Pearl Harbor: se la gente non si spaventa un po’ siamo fregati, pensa il Paul d’oltreoceano.

Alla fine succede davvero, nel 2001. Gli Stati Uniti vengono colpiti nel loro territorio per la prima volta nella storia dalla loro unificazione, e la reazione non si fa attendere. La guerra al terrorismo porta alla distruzione di due Paesi, già pesantemente fiaccati da due dittature laceranti, come l’Iraq e l’Afghanistan; mentre tutto il mondo insegue il Principe del Male Osama Bin Laden, che dissimula la sua presenza talmente bene da sembrare qualcun altro nei video con cui comunica al mondo. Anzi, è proprio qualcun altro, come risulta da diverse perizie incrociate: di lui nessuna traccia fino al 2 maggio 2011, quando lo si ritrova morto. Resta il fatto che tutto il mondo ha paura dell’arabo bombarolo terrorista, pericolosa minaccia all’Ordine Cristiano e Industriale dell’Occidente.

Nel frattempo, l’intervento militare in Libia del 2011 sbriga e chiude alcune questioni irrisolte con il colonnello Gheddafi, l’ennesimo amico-nemico dei Patrioti Occidentali, e visto che ormai la NATO c’è, perchè non radere al suolo un altro Paese? Uno più, uno meno, tanto sono tutti rompicoglioni questi orientali.

Ma, hey, la storia del turbante e del pacco bomba non funziona più. Si perchè intanto, da due anni a questa parte, l’Occidente è in preda ad una devastante crisi economica partita proprio dagli Usa, le cui principali imprese bancarie ed assicurative hanno truffato e mandato sul lastrico l’intera Nazione più tutta Europa, con strumenti finanziari derivati (“swap”) e mutui a tasso variabile detti “subprime”. Sono cazzi amari, la gente è imbestialita.

Anche l’Europa ha problemi interni: nell’estate di questo 2011 lo spread fra i titoli di Stato italiani e quelli tedeschi (considerati i titoli del debito sovrano più stabili dell’Eurozona), ovvero la differenza fra i rendimenti delle due obbligazioni, sale vertiginosamente. Grecia, Spagna, Portogallo, Italia e Irlanda vengono riuniti sotto la sigla “PIIGS” e classificati come i Paesi più a rischio di solvibilità di tutta l’Unione Europea: in altre parole, rischiano di non avere materialmente i soldi per pagare i servizi e i beni acquistati.

I governi di Grecia ed Italia vengono deposti a favore di governi di unità nazionale, mentre il Direttorio franco-tedesco dell’Unione ripete ossessivamente lo stesso mantra: i Paesi a rischio sono stati cattivi cattivi, non hanno aderito alle politiche di rigore di bilancio dell’UE, e per punizione devono pareggiare del tutto il bilancio. Non si discute: sono stati dei birbanti indisciplinati che hanno trascurato il nemico, il Debito Pubblico che avanza e che fa aumentare l’Inflazione, altro storico e terribile nemico dell’Occidente.

E poco importa se Paesi a moneta sovrana come il Giappone hanno un debito doppio del nostro e non sono in crisi di solvibilità: il Debito è un nemico brutto e cattivo, e va abbattuto a tutti i costi.

Mentre il web viene percorso da teorie che individuano i colpevoli del disastro, scoprono i grandi e satanici corruttori che terrebbero le fila della storia sin dalla nascita della scrittura, e i loro promotori divengono dall’oggi al domani grandi esperti di macroeconomia, l’Eurozona entra in recessione. E i medici del primo soccorso che la governano, osservando gli arti doloranti del paziente decidono che è il caso di amputarli, perchè l’urgenza è massima e non c’è più tempo. Rimarrà senza gambe, però almeno sopravviverà: c’è poco da lamentarsi, tutta colpa del Debito Pubblico. Non mettiamoci a cercare anche le possibili cure.

Nemici di oggi, nemici di ieri. Il Gotha ne ha sempre bisogno per sopravvivere.