Questa sì che è Euro-sclerosi (1)

di Pier Giorgio Ardeni

Forse in pochi ricordano un termine venuto di moda in certi circoli negli anni ’80 – Euro-sclerosi – per indicare un mercato del lavoro “sclerotico”, come fossero le arterie otturate della vecchia Europa, a fronte di un’economia comunque in crescita che non lasciava fluire i lavoratori dentro e fuori, a differenza di quello americano a quel tempo più “dinamico”. Ne parlarono Olivier Blanchard e Larry Summers, allora “giovani economisti” promettenti, in un famoso articolo del 1986 sull’isteresi della disoccupazione europea (agli economisti è sempre piaciuto rifarsi ai fisici e prenderne a prestito i termini con ben altro significato). L’Euro-sclerosi come sinonimo di alta disoccupazione e bassa mobilità. Non che gli Stati Uniti stessero poi così meglio, a quel tempo, e con il senno di poi lo si può ben dire, visto che il productivity slowdown cominciato alla fine degli anni ’70 faceva ancora sentire i suoi strascichi. E, anche lì, giù a dare la colpa al mercato del lavoro! Gli anni sono passati, e di acqua sotto i ponti ne è passata al punto di allagare, esondare, ritirarsi in siccità e cambiare il mondo.

Oggi siamo nel mondo del post, dal postmoderno al post-capitalismo, al post-comunismo (quello ce lo siamo già dimenticati). La globalizzazione ha spazzato via tutto, dopo la crisi finanziaria delle tigri asiatiche (1987), il crollo del muro di Berlino (1989) e delle economie sovietiche (1991), le terapie shock (1991-96), la bolla del dot com (1999-2000), la bolla immobiliare (2004-07), la crisi dei sub-prime (2007-08). A quel tempo la Cina era ancora un nano, oggi è l’Orco dell’economia mondo. E se quella Euro-sclerosi appare lontana come fosse un’altra era geologica, le arterie della vecchia Europa si sono di nuovo intasate. Ma questa volta, potremmo dirlo, non sono quelle del mercato del lavoro: sono quelle dell’Economia e dei suoi Signori e dei suoi Governanti. L’Euro-sclerosi ha il suo ceppo infettivo a Brussels, nelle stanze Palazzo a Stella della Commissione Europea, in quelle della Eurotower di Frankfurt, e in vari altri Importanti Centri di Potere.

Europa
Per una crisi che da più parti è stata riconosciuta come “la più grave dai tempi della Grande Depressione”, tanto che molti la chiamano la Grande Recessione, quali politiche, quale grandioso disegno è stato concepito? Nessuno. Non me la faccio con i “politici”, qui, che oggi è come sparare a un uomo morto, ma con i loro ispiratori. Se fu Franklin Delano Roosevelt a portare avanti il New Deal, contro l’opposizione feroce dei conservatori cui dovette concedere molto – come ad esempio la non universalità della copertura della spesa sociale che esso inaugurò – furono pensatori come John Maynard Keynes e Lester Ward e tutto il pensiero progressivo americano a tracciarne le linee guida ispiratrici. Non solo una politica fiscale espansiva (possibile che ancora l’insegniamo ai nostri studenti, come caso da manuale, e si faccia tanta fatica ad accettarne la possibilità?), ma uno Stato che si prende cura dei suoi ceti più deboli, sulla base non solo di un principio economico – sono consumatori anche loro: dategli un salario e lo spenderanno – ma di un principio di equità e giustizia. Lo stato sociale rooseveltiano fu il pendant americano dello stato sociale europeo, che partì da Beveridge e fu poi sposato dal Labour inglese nel dopoguerra e poi dall’Europa tutta, quella democristiana tedesca bismarckiana e interclassista italiana, quella universalistica francese. Sappiamo quanto in Italia anche l’esperienza comunista di governo degli Enti Locali abbia poi coniato stato sociale, logica inclusiva cooperativa e competitività d’impresa. Ma, si dice, quelle esperienze furono possibili perché “erano anni di vacche grasse”. E tutto è poi degenerato nel “consociativismo” se non nel “clientelismo”. E in ogni caso oggi non c’è trippa per gatti.

Il punto è che, comunque la si guardi, la più grave crisi da ottanta anni a questa parte non ha ancora trovato una chiave di lettura, una politica guidata da un principio ispiratore che porti al suo superamento. Non che manchino pensatori illuminati: è che non c’è consenso. La Grande Depressione ebbe un effetto devastante perché finì per colpire ceti medi, masse popolari e élites imprenditoriali, quasi a 360 gradi, di qua e di là dall’oceano. Certo, ci fu poi una guerra mondiale che se portò distruzione e morte a suo modo contribuì alla crescita – eccome – con la ricostruzione che ne seguì. E dopo la guerra il consenso verso le politiche espansive fu generalizzato.
Perché oggi non vi è consenso sulle vie di uscita dalla crisi? Non voglio qui affrontare un tema che non solo non saprei modestamente trattare in poche righe, ma che non sarebbe giusto liquidare in pochi paragrafi. Ma voglio però puntare il mio dito contro il furore ideologico che appanna l’odierno discorso pubblico, ormai universale. L’economia odierna è nelle mani di pochi – non un complesso pluto-giudaico-massonico d’antan – ma semplicemente una élite transnazionale che governa l’economia sovra-nazionale. È l’élite che governa quella parte dell’economia finanziaria che negli ultimi decenni è cresciuta a dismisura – e che è pari a n volte il valore dell’economia reale della produzione di beni e servizi. È l’élite dell’1%, i cui redditi e i cui emolumenti sono cresciuti fino a diventare cento, mille, diecimila volte maggiori di quelli del 99% della popolazione (dei paesi “avanzati” e non). È l’élite che regge le sorti di nazioni intere: il turn-over delle più grandi corporations multinazionali è pari oggi al PIL di non so quanti paesi, il capitale di quelle stesse corporations è nelle mani di poche centinaia di persone che non hanno nazionalità perché sono transnazionali. Ne hanno già parlato in molti – da Saskia Sassen a Zigmunt Bauman, da Guido Rossi a Paul Krugman, da Noam Chomsky a Mark Weisbrot –. Questa élite è composta di americani, inglesi, tedeschi, italiani, cinesi, giapponesi, israeliani, finlandesi, svedesi, olandesi, finanche angolani, messicani, colombiani, brasiliani, indiani. Ha regolare passaporto (anzi più di uno), va a fare shopping nelle metropoli à la page, poi torna a casa nei weekend, regala ai figli l’ultimo I-phone e spende ovunque in valuta pregiata – non sono forse i beni di lusso che vanno fortissimo negli ultimi tempi? – . Perché mai questa élite è così influente? Perché può decidere di vendere con una sola telefonata metà del debito sovrano di un paese, metà delle azioni di una grossa banca, e mandare un’intera popolazione “in vacca”, d’un colpo. Non paga le tasse, e dove gliele fanno pagare ne paga la metà dei suoi dipendenti. Ma, si dice, “crea ricchezza”. Possiamo forse ostacolare la naturale dinamica del mercato capitalistico? Dove c’è innovazione c’è profitto, un enorme profitto, la finanza serve poi solo a moltiplicarlo.

Sono le 100 persone più ricche e influenti del mondo che contano (e guadagnano quanto il reddito di due miliardi di abitanti del pianeta terra). Il resto dell’umanità può solo accodarsi e sperare che si comportino bene e benevolmente. Per un Mark Zuckenberg che si compra una villa da 10 milioni a Palo Alto e tutte le ville intorno – per non avere fastidi con i vicini – ci sono mille, centomila che sono lì che smanettano con le loro app sperando di diventare ricchi. E meno male, dice l’Economist, così si favorisce la concorrenza. Il problema è però che l’economia si è fatta via via sempre più piramidale e ormai tra i più ricchi e i più poveri c’è una distanza che non si era mai vista dagli albori della storia, nemmeno ai tempi dei sovrani divini. È solo un mercato libero, vivace, dinamico, che può produrre innovazione e quindi ricchezza, questo è il mantra: tanta ricchezza per pochi e che quei pochi diventano ricchi non per volere divino né per eredità, ma perché “sono stati capaci”. Questa è la religione del nostro tempo: per permettere a pochi “scelti a caso” – non “prescelti” – di diventare qualcuno, il prezzo da pagare è che tutti gli altri debbano poi sgomitare per sbarcare il lunario. È questa la vera democrazia dell’economia: non c’è più diritto divino né di casta ma solo il mercato che consente ai pochi di farcela (e che sia poi a scapito dei molti, è solo una triste conseguenza). Ci vorrebbe una postilla, in effetti: quanto sia veramente “democratico” il mercato delle possibilità, ma questa è un’altra storia.

La crisi di questi anni ha reso tutto questo evidente. Le praterie per questi nuovi eroi della frontiera sono lì davanti, sterminate, solo la finitezza del pianeta li potrà fermare ormai. Non i confini nazionali, non le regole, non i governi, le tasse, la polizia o la CIA. È solo il mercato che li può fermare. Non c’è più il potere di contrattazione dei lavoratori: se non ti va bene, prendo un altro, se non trovo un altro qui, cambio paese. Ma quali sindacati, ma quali politiche dei redditi! Se il tuo governo mi tassa troppo, io cambio sede al mio headquarter, vado dove più mi conviene. Mai come negli ultimi anni le multinazionali hanno fatto i profitti che hanno fatto (consultare le classifiche di Fortune e dell’Economist per rendersene conto). Certo, il buon vecchio capitale nuts-and-bolts fa ancora fare buoni affari – il turn-over delle Oil companies, della IBM, della Nestlè o della Monsanto è sempre considerevole – ma sono le internet-companies-plus-financial-innovators, è il superamento dei confini – nazionali, settoriali, economici – finalmente in libertà che ha sancito la definitiva conquista del West.

E noi comuni mortali? E i nostri pii governanti, comuni mortali anch’essi? Gli Olli Rehn, esimio politico finnico ora Commissario Europeo per gli Affari Economici e Monetari – sì, quello del “Rehn’s Terror” di Paul Krugman, che sa anche essere spiritoso – sono anch’essi mortali comuni, non ambiscono a tanto e non possono che inchinarsi al dio del libero mercato. Di fronte a tanto squasso – nel 2009 la crisi finanziaria ha portato ad un crollo del PIL in tutta Europa – i governi sono dovuti intervenire massicciamente per salvare banche sull’orlo del fallimento – per aver giocato all’alta finanza, perdendoci – e la Commissione Europea si è inventata la “procedura speciale”. La Banca Centrale Europea ha poi disegnato lo strumento. Per salvare le banche è stato concesso un deficit fino al 30% del PIL ad un solo paese (come all’Irlanda), per poi, certo, vedere nel giro di due anni il suo debito pubblico raddoppiare. Con il beneplacito della signora Merkel i cui funzionari hanno tenuto d’occhio l’andamento dei mercati, perché l’economia tedesca export-driven non subisse troppi contraccolpi (e perché le sue banche, così esposte sui debiti sovrani, non avessero a soffrire troppo). Ci hanno guadagnato, poi, in rendimenti, comprando a prezzi stracciati (e rendimenti altissimi) e vendendo una volta che era passata la bufera.

Che la “crisi” abbia poi messo in ginocchio le economie di mezzo mondo (senz’altro di mezza Europa), tra i diktat della Troika e le dismissioni, le vendite, le de- e ri-localizzazioni, la pressione dei mercati e via dicendo, non ha poi contato più di tanto. La disoccupazione è un fenomeno ciclico, dicono (loro), quando l’economia si riprenderà quella tornerà a calare. Se il debito è aumentato per via dei movimenti sui debiti sovrani (vendo di qua e compro di là, variano i rendimenti) e per salvare le banche poco importa, il deficit di bilancio e i vincoli di Maastricht non si devono comunque toccare. Per rientrare dal debito si deve tagliare. Dove? Forse dove si è speso? No, si deve tagliare la spesa “improduttiva”, la spesa sociale, come se fosse quella la ragione dell’indebitamento crescente.

È stata forse concessa una procedura speciale per uscire dalla crisi con politiche espansive? No, perché quelle non lo meritano. Salvare le banche dal fallimento, sì, too big to fail (o forse, come ha detto qualcuno, too big to jail), aiutare le economie in crisi, no, non fa parte delle opzioni possibili. Quelle masse di milioni di disoccupati, precari, pensionati alla fame, quelle no, quelle non sono anch’esse il segno di un fallimento davvero too big.

È questa ipocrisia, questa sclerosi che va combattuta. Quale dovrebbe essere la ragione per cui l’economia dovrebbe uscire dalla crisi? È stata forse affrontata e risolta una sola delle ragioni che hanno portato alla crisi? E quale sarebbero le responsabilità della spesa sociale, della spesa per sanità, istruzione e protezione sociale, nell’avere portato ai livelli d’indebitamento attuali? Se il debito sovrano è oggi nelle mani degli “investitori” al punto che ne possono decretare d’un soffio il prospetto, non sarebbe forse più oculato mettere quel debito al riparo? Non sarebbe forse più saggio intervenire sul meccanismo diabolico del mercato che non si autoregola perché ivi vige la legge del gregge? Non c’è peggior ignorante di chi non vuol capire e di chi non capisce facendo finta di capire. Quanta ipocrisia, quanta sclerosi nel cuore della Vecchia Europa!

Fonte: http://www2.dse.unibo.it/ardeni/scritti/Eurosclerosi-1.html

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“Non si poteva fare diversamente”

Nel mezzo del casin di nostra vita, fra i beceri exploit del Trota e i soliti giochi di prestigio di Comunione e Liberazione, la notizia politica più significativa dell’anno 2012 è passata inosservata grazie all’immancabile silenzio dei media.

Lo scorso 17 aprile infatti, il Senato ha approvato in seconda lettura il ddl che introduce nell’art. 81 della nostra Costituzione il vincolo del pareggio di bilancio: 235 voti favorevoli, 11 contrari, i restanti astenuti o “in missione”. Roba da economisti, diranno i più. Sarà, ma cosa tutto ciò significhi in termini pratici lo hanno spiegato con dovizia di particolari Paolo Barnard, Lanfranco Turci, Vladimiro Giacchè e perfino un accademico della Luiss, il prof. Giuseppe Di Taranto, ai microfoni del Tg1.

Il messaggio è forte e chiaro: se lo Stato tassa esattamente in misura eguale alla spesa che effettua per la cittadinanza, quella che gli economisti chiamano “domanda aggregata interna” subisce delle pesanti diminuzioni, che a loro volta hanno un effetto depressivo sui redditi, e così via fino ai consumi, che ne usciranno devastati. Per anni, l’egemonia neo-liberista imperante, che regna in maniera assolutamente bipartisan, ci ha raccontato che il debito pubblico è di per sè un cancro da combattere, ma senza spiegarcene accuratamente la ragione. Si dà per scontato che lo Stato, come un qualsiasi padre di famiglia o una qualunque impresa, debba risparmiare in misura uguale o superiore a quella che desidera spendere: da qui l’idea che sia necessario tendere verso il pareggio di bilancio, per assicurare un buon corso dell’economia interna.

Niente di più falso, e lo possiamo appurare riflettendo sulla natura del sistema monetario vigente. In sostanza, gli Stati membri dell’Unione Europea hanno perso ogni forma di sovranità monetaria: sono vincolati dal punto di vista finanziario dalla quantità di titoli del debito che riescono a collocare sul mercato, offrendoli a investitori privati, a tassi d’interesse decisi dal mercato stesso (non mi dilungo sul meccanismo, che ho trattato in questo post).

Una misura così fortemente depressiva è stata votata a maggioranza dall’intero asse partitico che sostiene il governo Monti (Pd, Pdl, Udc); eppure non è poi così datata l’affermazione del segretario del Pd Pierluigi Bersani, il quale in data 11/08/2011 affermava: “Non parlateci di pareggio di bilancio in Costituzione, sarebbe castrarsi da ogni politica economica“.
E certo che sarebbe castrarsi da ogni politica economica: del resto anche negli Usa si era provato ad introdurre un simile principio, ma con grande tempestività diversi premi Nobel per l’economia hanno informato il governo Obama e l’opinione pubblica dell’assoluta scempiaggine che si stava per compiere.

Cosa ha spinto allora il Pd a votare in maniera così allineata e coperta questo provvedimento, imposto con diktat degno degli antichi imperatori persiani dal Direttorio tedesco dell’Unione Europea?
Senz’altro, all’interno del partito esiste un solco profondo fra i convinti assertori di simili norme, ad esempio i centristi ex-Margherita che guardano con favore ad uno “Stato minimo” di matrice reaganiana, e la corrente più a sinistra, che Bersani sembra rappresentare; ma il voto è stato unanime e compatto.

La redazione di Democrazia Radical Popolare, movimento politico vicino al Grande Oriente Democratico, ha così descritto gli avvenimenti di quei giorni:

Costui [Bersani], dopo aver affermato nell’agosto 2011 che inserire il principio del Pareggio di Bilancio obbligatorio in Costituzione sarebbe equivalso ad un’opera di castrazione e inibizione di qualsivoglia politica economica, con inenarrabile faccia di bronzo ha impartito ai deputati e senatori PD l’ordine di scuderia di approvare questa misura suicida e criminale per le sorti del popolo italiano.

[…] Si tratta di misure ferocemente neoliberiste, di una destrorsità talmente ottusa che anche un conservatore come David Cameron le ha rigettate e persino un liberal-liberista italiota doc come Nicola Porro ha dovuto ammettere che, in un momento come l’attuale, spingere per il Pareggio di Bilancio Costituzionale era quantomeno inopportuno.

Si tratta insomma di un’inversione a 90° gradi, di cui gli stessi elettori del PD non si rendono minimamente conto. La domanda che sorge spontanea è: chi è questo dio potente che induce il segretario del partito a militarizzare il tal senso la votazione?
Soprattutto perché ieri, 20 aprile, Pierluigi Bersani ha dichiarato ad un cittadino, che gli poneva una simile domanda, che ribadisce le posizioni espresse l’11 agosto 2011, così come la sua disapprovazione delle politiche economiche tracciate dal Fiscal Compact. “Non si poteva fare diversamente“, ha però aggiunto, quando lo stesso cittadino gli faceva notare che il voto del suo partito al Senato andava esattamente nella direzione opposta.

Il quadro assume tinte sempre più fosche. Al di là del giudizio di merito che si può dare ad una simile insipienza, ed una tale mancanza di lungimiranza da parte del PD, ciò che emerge dalla vicenda è che il Parlamento italiano è stato completamente esautorato da ogni suo potere.
Non solo il governo tecnocratico europeo, nella persona di Monti, ha stretto sempre più rapidamente la sua morsa attorno all’Italia, ma anche attorno a quelle sparute frange di dissenso. L’evidente minaccia a tali forze è stata chiara: ve la sentite di opporvi a qualcuno che è in grado di far aumentare vertiginosamente lo spread fino al punto di non ritorno, e di far ricadere, tramite i media, la responsabilità del successivo collasso sulle vostre teste?
Evidentemente non se la sono sentita.

Il massimo del dissenso possibile, per membri del PD come Vincenzo Vita, è stato l’astensione. Dalle sue parole, apparse su Twitter, si deduce l’entità dell’assoluta impotenza della politica italiana, di fronte alla forza di lorsignori: “Ieri mi sono astenuto nel voto sull’equilibrio di bilancio, ritenendo sbagliato metterlo in Costituzione. E’ stata una scelta di dissenso“.

E così, all’insegna del “ce lo chiede l’Europa” e del “non si poteva fare diversamente”, si chiude un cerchio che è iniziato da qualche decina di anni, con la ratifica benpensante del Trattato di Maastricht e dei successivi accordi europei, le privatizzazioni selvagge del ’92, ad opera di un signore che oggi presiede la BCE, le misure destabilizzanti e depressive su occupazione e tassazione promosse dai governi di centro-destra e centro-sinistra, legati a doppio filo alle lobby finanziarie mondiali che stanno profittando da questa crisi.
Questo paziente lavoro di estromissione della politica dal suo ambito d’azione ha dato i suoi frutti, grazie ai rapidi passi in avanti che le forze politiche italiane hanno permesso a questo progetto di compiere.

Lasciate ogni speranza voi che entrate“, quindi, ma soprattutto, lasciate ogni speranza voi che votate.

Tremate.

Iniziate a tremare, Fratelli reazionari ed oligarchici, clericali e anti-democratici.
A Rimini, 2188 persone hanno potuto fruire di contenuti e conoscenze in termini economici che volete occultare da oltre mezzo secolo. Che sia la Modern Money Theory (MMT), che sia il circuitismo, o il mero pensiero di John Maynard Keynes: avete paura che ciò sia divulgato alla massa, perché l’unica arma in grado di distruggervi è la conoscenza.

Scherzate quanto volete con la vita e la sofferenza delle popolazioni europee e mondiali; diffondete disinformazione e provate ad occultare i focolai di resistenza che sorgono ovunque (come il Summit di Rimini, tranquillamente ignorato dalla stragrande maggioranza dei media e della politica nostrana).
Ma ormai le nostre armi non sono i forconi, le proteste irrazionali e viscerali, le occupazioni prolungate: è la conoscenza, proprio quella che state tentando di tenere fuori dal dibattito politico, creando in tal modo una sorta di scollamento tra la tecnica e la democrazia; a causa di cui, peraltro, il 99,9% della popolazione è disorientato, nel marasma di situazioni che non riesce a comprendere.

Il vostro peggior nemico è il benessere comune, la ricchezza condivisa dalla popolazione nel suo insieme, la vita della pòlis perfettamente integrata; ma, come direbbe William K. Black, noi siamo il vostro incubo peggiore, e vi daremo filo da torcere.

No pasaràn.

Veltroni e il Partito Anti-Democratico

Lasciamo lavorare in pace il governo che sta facendo bene per il bene di tutti; non è questo il momento di creare dissidi e confusioni.

La Segreteria del Partito Democratico

Sono schifato, deluso, eppure per niente sorpreso nell’apprendere che quanto sopra sia tutto ciò che ha da dire il Partito Democratico, cioè quello che dovrebbe rappresentare il polo democratico di questo Paese, nel merito della vicenda beauty contest.
In breve, il PD non ha aderito alla mozione presentata da Massimo Donadi (IDV) al fine di indire un’asta pubblica per vendere i pacchetti pubblici di frequenze analogiche, rimasti inutilizzati dopo il passaggio al digitale terrestre; la mozione è stata così facilmente respinta dal governo.
Per il Caimano a nove code, è una vittoria su tutta la linea: si beccherà “a gratis” le frequenze analogiche, potendole rivendere a caro prezzo sul mercato radiotelevisivo; con buona pace dei proventi che l’operazione avrebbe potuto fruttare allo Stato. Evviva la sinistra che sta operando per l’unità nazionale, ed evviva il presidente del fare; c’è bisogno di unità!

Ed è proprio nel generale e ritrovato abbraccio d’amore dell’unità nazionale, che un’intervista come quella di Walter Veltroni per il Corriere è potuta restare indenne da pesanti insulti. Una figura di spicco del PD che utilizza gli stessi argomenti e perfino gli stessi campi semantici delle destre neoliberiste e mercatiste; uno che ha il coraggio di ripetere a reti unificate il colossale falso storico dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori che metterebbe in fuga i capitali.
Caro Veltroni, la fuga dei capitali è già realtà da diversi anni, e basta osservare il tracollo dell’andamento generale dei principali indici di borsa per capire quanti soldi siano scappati a gambe levate da questo Paese.

Ma per Veltroni ciò non avviene perché in Italia la corruzione continua a mangiarsi 60-70 miliardi l’anno (Corte dei Conti), la grande evasione altri 120-150 e le speculazioni finanziarie svariate centinaia di miliardi, senza contare l’evasione fiscale bancaria, di cui ho già trattato. E ovviamente, a causa della strutturale velenosità del sistema Euro, progettato esattamente per mettere in ginocchio le economie mediterranee, che prima del 2001 riuscivano ad essere competitive quanto e più dell’asse franco-tedesco.
Eh no, è colpa dei bamboccioni, degli sfigati, dei lavoratori con troppe tutele, troppo poco aggiornati, troppo poco avventurieri, troppo poco flessibili.
Mai domandarsi, Veltroni, perché gli italiani siano diventati i meno aggiornati, i più sfigati, quelli che non possono permettersi di diventare uomini a 25 anni. Quello no. Dopo 40 anni di Democrazia Cristiana e circa 20 di Berlusconi, gli italiani devono essere ancora più flessibili, così potranno prenderlo, perdonate il lessico, nel culo definitivamente.

Ma se un giorno quegli sfigati, quei bamboccioni, quegli adulti mancati trascinassero voi del PD davanti al tribunale della storia e vi sbattessero in faccia tutto quello che avete fatto e soprattutto quello che non avete fatto, Veltroni, cosa rispondereste? Che cosa rispondereste se vi ricordassero che in 20 anni non siete stati capaci di produrre una legge contro il conflitto d’interessi del Caimano; che l’avete salvato due volte, prima D’Alema nel 1999 con la Bicamerale e poi tu, Veltroni, nel 2008, da una fine politica che sembrava assodata? Che avreste da dire se vi chiedessero che diamine di posizione rappresentino Enrico Letta ed altri, quando siedono all’interno dei consessi internazionali come la Trilateral Commission, faccia a faccia con gli avvoltoi neoliberisti? Facile professarsi democratici, libertari, progressisti e perché no anche socialisti, salvo poi aderire in tutto e per tutto alle istanze oligarchiche e retrive dei falchi neoliberisti come Jacques Attali, tanto per fare un esempio.
Quali argomenti avreste se vi elencassero uno per uno tutti gli incompetenti corrotti che avete candidato nelle Regioni, nelle Province e nei Comuni al solo scopo di raccattare voti, nella peggiore tradizione democristiana?
Quale resistenza avete opposto alle inaccettabili e crescenti ingerenze vaticane e neo-conservatrici, che sono riuscite a far approvare degli obbrobri giuridici come la legge anti-fecondazione assistita e che, un giorno sì e l’altro no, dichiarano guerra alla legge 194 sull’aborto?

Che diavolo vi inventereste se qualcuno vi chiedesse con quale faccia tosta e con quale disgustoso pensiero debole continuate ad appoggiare questo inutile governo, costretti ad accettare qualsiasi ricatto del PDL senza fiatare, e qualsiasi ricetta depressiva dei tecnici oligarchici, i quali stanno consentendo il massacro del lavoro dipendente e della piccola-media impresa (dietro la faccia pulita della lotta all’evasione)?
Con quale miopia politica avete ostracizzato una persona competente e coraggiosa come Stefano Fassina, preferendogli un Pietro Ichino, le cui idee nell’ambito del mercato del lavoro potrebbero trovare spazio in qualsiasi formazione di destra, nel resto del mondo?
E infine, con quale colpevole reticenza state mantenendo il silenzio sulla catastrofe greca, di cui la Troika ritiene responsabili esclusivi quei birbanti spendaccioni compaesani di Platone, mentre l’asse conservatore Merkel-Sarkozy, il premier greco Papademos, Draghi e lo stato maggiore dell’UE le ordinano di eseguire una cura più dannosa della malattia? Una malattia, peraltro, in gran parte dovuta agli squilibri commerciali che hanno consentito alla Germania di prosperare, e non, come le servili campane neoliberiste amano intonare, all’inefficienza del Paese Grecia.

Dovete spiegare a tutti coloro che in questo Paese si riconoscono nei principi socialisti, democratici e libertari quale logica vi sia dietro tutto questo; e se c’è ancora qualcuno, all’interno del PD, a cui i conti non tornano, è bene che esca allo scoperto e disconosca apertamente la classe dirigente che Veltroni rappresenta.
Se queste persone esistono, non so come abbiano fatto a tollerare l’exploit veltroniano finale, che ancor più di quanto discusso finora fa comprendere quanto poco ci sia di autenticamente progressista in questo Paese: “Non lasciamo Monti alla destra” ha tuonato il Nostro.
Che appello politicamente impeccabile, non trovate?
Un consiglio spassionato, Veltroni: sono gli elettori, e non Monti, quelli che non dovete lasciare alla destra.

L’ESM: criminalità o delinquenza?

Sottoscrivo in pieno la seguente mozione, scritta e promossa da Lidia Undiemi di PalermoReport.it. Invito tutti a leggerla, farla propria e diffonderla il più possibile.
Scegliete da che parte stare, perchè questa è guerra.

Mozione popolare contro l’attribuzione ad una organizzazione finanziaria intergovernativa del fondo “salva stati”

Premesso che:
Il dibattito sulle cause della crisi è praticamente scomparso dalla scena pubblica.
In un contesto di questo tipo le politiche di austerity rappresentano un sacrificio drammaticamente inutile per i cittadini in quanto, sostanzialmente, si tratta di versare ulteriore liquidità nel buco nero della finanza speculativa.
I leader dei paesi europei stanno tentando, in fretta e furia, di portare a regime il trattato che istituisce il Meccanismo Europeo di Stabilità (ESM), ossia lo strumento scelto dalla politica di Bruxelles per fornire assistenza finanziaria ai paesi in difficoltà, sulla base, si badi bene, del rispetto da parte dello Stato (potenziale) debitore di “rigorose condizionalità” negoziate con l’ESM nell’ambito di un programma macro-economico di aggiustamento e di una rigorosa analisi di sostenibilità del debito pubblico.
Il trattato ESM non è semplicemente un insieme di regole finalizzate ad ottenere la stabilità finanziaria della zona euro ma si tratta di un documento che disciplina l’istituzione di un organismo finanziario internazionale dove i 17 paesi aderenti, compresa l’Italia, dovranno negoziare, non in qualità di Stati sovrani ma di soci e di debitori, scelte di politica nazionale al fine di ottenere la liquidità necessaria per evitare il default.
La pericolosità di tale scelta per i cittadini europei è riscontrabile nelle trattative con il governo greco: organismi internazionali (troika) mirano a sostituirsi alle istituzioni nazionali imponendo ai rappresentanti politici la firma di un documento che attribuisce il peso della crisi alla popolazione, in cambio dell’assistenza finanziaria necessaria per pagare il debito in scadenza. Taglio delle pensioni, riduzione dei salari minimi e privatizzazioni, queste sono misure di austerità che scavalcano i sistemi democratici e che tolgono ai cittadini la possibilità di poter attuare politiche di sviluppo economico in grado di contrastare la finanza speculativa.
L’ESM intende operare come un qualsiasi istituto finanziario, erogando prestiti, rivolgendosi al mercato per potere soddisfare le richieste di concessione di denaro al fine di ottenerne un profitto.
I membri dell’istituzione finanziaria ESM, compresi quelli dello staff, sono immuni da procedimenti legali in relazione ad atti da essi compiuti nell’esercizio delle proprie funzioni. L’ESM gode inoltre di una incomprensibile “inviolabilità” dei documenti.
Il trattato stabilisce che i beni, le disponibilità e le proprietà del MES, ovunque si trovino e da chiunque siano detenute “godono dell’immunità da ogni forma di giurisdizione, salvo qualora il MES rinunci espressamente alla propria immunità in pendenza di determinati procedimenti o in forza dei termini contrattuali, compresa la documentazione inerente gli strumenti di debito” e “non possono essere oggetto di perquisizione, sequestro, confisca, esproprio e di qualsiasi altra forma di sequestro o pignoramento derivanti da azioni esecutive, giudiziarie, amministrative o normative”.
Dal punto di vista democratico, considerando anche i grandi sacrifici che vengono chiesti agli stati europei, risulta incomprensibile la scelta di garantire l’esenzione fiscale all’ESM.
Nonostante l’assenza pressoché totale di informazione, il trattato ESM non è ancora entrato in vigore in quanto occorre la ratifica da parte degli stati aderenti della modifica dell’art. 136 del Trattato sul Funzionamento dell’UE (decisione del Consiglio Europeo) che istituisce il meccanismo di stabilità finanziaria per la zona euro.
Il Parlamento europeo si è già espresso in favore della modifica dell’art. 136 con 494 voti favorevoli.
Se i parlamenti nazionali ratificano l’entrata in vigore del trattato ESM si potrebbero anche verificare gravi scenari di retrocessione civile.
In Italia, il disegno di legge (n. 2914/2011) per la ratifica è stato presentato dall’ex ministro degli Affari esteri, Franco Frattini, di concerto con l’ex ministro dell’Economia e delle Finanze, Giulio Tremonti, l’ex ministro dello Sviluppo economico, Paolo Romani, l’ex ministro per le Politiche europee, Anna Marina Bernini Bovicelli. Già la 1° commissione permanente Affari Costituzionali ha dato esito “non ostativo” (14 dicembre 2011) e la 14° commissione permanente Politiche dell’unione europea si è espressa in modo favorevole con osservazioni (25 gennaio 2012).
Sarebbe estremamente utile che i cittadini degli altri 16 stati verificassero lo stato di attuazione della ratifica della modifica dell’art. 136 nel proprio paese.
Si chiede:
ai parlamentari nazionali di esprimere voto contrario alla ratifica della modifica dell’art. 136 del Trattato sul Funzionamento dell’UE; al Presidente del Consiglio Mario Monti di spiegare ai cittadini italiani “luci ed ombre” del trattato ESM mediante dibattiti pubblici e di valutare proposte alternative di soluzione alla crisi;
al Presidente della Repubblica di non autorizzare la ratifica e di riferire pubblicamente le motivazioni del grande silenzio sui reali termini dell’entrata in vigore dell’ESM.
Si invitano:
associazioni, movimenti, intellettuali, lavoratori, imprenditori e qualsiasi altra categoria sociale dei 17 paesi aderenti a mobilitarsi per contrastare l’entrata in vigore del trattato ESM in modo civile e non violento, anzitutto sottoscrivendo questa mozione popolare. Sarebbe inoltre utile inviare richieste di chiarimenti ai parlamentari nazionali, ai ministri e, almeno per quanto riguarda l’Italia, al Presidente della Repubblica;
giornalisti di qualsiasi mezzo di informazione pubblico o privato a trattare la questione; magistrati e docenti universitari a valutare l’esistenza di profili di incostituzionalità e ad esprimersi sull’impatto che le immunità ed i privilegi contenuti nel trattato ESM possono avere nella vita democratica del paese, tenendo anche conto del crescente grado di corruzione politica.

La miopia neoliberista

In questi giorni il governo e le parti sociali si stanno confrontando sullo spinosissimo tema della riforma del lavoro. Tanto il ministro Fornero quanto i vertici sindacali, diciamolo subito, sono fuori strada e stanno discutendo del “sesso degli angeli” mentre i lavoratori italiani ed europei muoiono di stenti. Tutti presi dal tema dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, dal guadagnare un anno in più di lavoro assicurato, dall’euro in più in busta paga a fronte di un diritto in meno nei contratti di lavoro.

Il problema fondamentale è che è inutile liberalizzare, deregolamentare, incentivare il lavoro: il lavoro non c’è e ci sarà sempre meno. Le imprese se ne andranno del tutto dall’Italia nei prossimo 10 anni, e i nostri operai staranno con le mani in mano, miseramente sorretti dalla Cassa Integrazione che alle casse statali costa un occhio della testa, e a loro non porta alcun beneficio.

Bisogna creare più lavoro, non decorare di orpelli la schiavitù.

L’unica soluzione possibile, come ormai sostengono le voci più autorevoli dell’economia mondiale, è che gli Stati europei si impegnino in un moderno NEW DEAL e creino direttamente posti di lavoro pubblici, smettendola di chiedere l’elemosina alle imprese che, ormai, non hanno più mezzi per investire. Per Luciano Gallino, “Lo Stato dovrebbe semplicemente istituire un’Agenzia per l’occupazione, che determina i criteri di assunzione e il sistema di pagamento. Dopodiché questa si mette in contatto con enti territoriali, servizi per l’impiego, organizzazioni del volontariato, che provvedono localmente alle pratiche di assunzione delle persone interessate e le avvìano al lavoro”.
Cioè, in soldoni, lo Stato deve fungere da datore di lavoro di ultima istanza, come vanno da anni sostenendo i promotori della Modern Monetary Theory di Randall Wray: posti di lavoro pubblici in settori come “il riassetto idrogeologico, la ristrutturazione delle scuole che violano le norme di sicurezza, la ricostruzione degli ospedali obsoleti” e molto altro ancora.

Ovviamente, questo è possibile solo tramite una fortissima spesa pubblica, che sia indirizzata nei giusti canali, e che deve provenire direttamente dalla BCE; per far questo, perciò, è necessario abbandonare le folli politiche di austerità depressiva e l’inutile anelito al pareggio di bilancio.
Capiamoci ragazzi, il pareggio di bilancio equivale a morte per ipotermia per il sistema dell’Eurozona: l’unico Paese che ci ha provato (e per un periodo ci è anche riuscito) è la Spagna, dove guarda caso c’è il più alto tasso di disoccupazione dell’Eurozona.

In più, il patto denominato Fiscal Compact ci costringe a ridurre in maniera indiscriminata la spesa pubblica per rientrare nei parametri di bilancio voluti da una BCE che Stefano Fassina (PD) definisce giustamente “istituzione senza legittimazione democratica”. Questo Fiscal Compact, per James Meadaway di neweconomics.org, “è totalmente folle, un’imbecillità economica su grande scala continentale. L’austerità sta trascinando l’Europa verso uno stato di perenne stagnazione. La crisi non è stata causata dalla spesa pubblica, ma dal collasso del sistema bancario e dai persistenti squilibri nella bilancia dei pagamenti. E invece tutta la discussione è ancora incentrata, almeno per le élite europee, intorno alla necessità di effettuare tagli via via più aspri”.

Stefano Fassina, intelligente politico del PD, ingiustamente ostracizzato

Non è più tempo di stare a guardare; non è più il momento della “coesione nazionale”, del “meno peggio” e del “Franza o Spagna, basta che se magna”. C’è una guerra spirituale che va combattuta in campo europeo e mondiale contro le élite neoliberiste che guidano l’azione delle corporations, dei politici e dei giuslavoristi europei. Bisogna armarsi di conoscenza, guardare oltreoceano dove da vent’anni le menti più lucide stanno avvertendo l’Eurozona del pericolo che incorre nell’abbraccio mortale con il Neoliberismo.
Ancora Stefano Fassina: “La verità è che continuare sulla via della austerità cieca porta alla rottura dell’area euro e ad una involuzione sociale e democratica”.
La soluzione è semplice, continua il deputato PD ostracizzato ed escluso da quelle frange più vendute e anti-democratiche del partito (che lo dirigono, ahimè):

“1) trasferimento della sovranità economica ancora formalmente ed inutilmente custodita all’interno dei confini nazionali ad una istituzione di governance legittimata democraticamente dell’euro-area;
2) sostegno politico alla Bce per acquisti illimitati sul mercato secondario dei titoli di Stato in sofferenza;
3) ristrutturazione del debito greco;
4) ricapitalizzazione delle banche colpite dalla svalutazione dei titoli;
5) trasformazione del Fondo Salva-Stati in una Agenzia Europea per la gestione dei debiti sovrani;
6) allentamento delle politiche di bilancio e sostegno alla domanda aggregata attraverso investimenti pubblici trans-europei alimentati da eurobonds e dalla tassa sulle transazioni finanziarie speculative. “

La vera lotta, cari sindacati, non è contro il Marchionne o la Fornero di turno. Si tratta di una lotta per ottenere il futuro, e consiste nella possibilità che gli Stati europei ricomincino a creare ricchezza e posti di lavoro tramite un’utilizzo intelligente ed oculato della spesa pubblica, incrociato con una politica fiscale che tassi le rendite finanziarie e i grandi capitali e diminuisca le aliquote per i dipendenti e le piccole e medie imprese. Non armatevi contro i vostri datori di lavoro, armatevi contro chi coordina le politiche depressive e suicide dell’Eurozona.

“O con il popolo e la democrazia, o con la BCE e le oligarchie finanziarie” (Grande Oriente Democratico).