MMT e protezionismo – dialogo con Emiliano Brancaccio

Qualche settimana fa, dopo il Forum Europeo 2014 organizzato dal Coordinamento nazionale sinistra contro l’euro ad Assisi, ho avuto il piacere di incontrare Vox Populi per approfondire alcuni dei temi discussi in quella sede.

Proviamo a costruire ponti per comunicare con tutte le visioni critiche rispetto a questa gestione oligarchica dell’Europa e del Mondo.

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Questa sì che è Euro-sclerosi (1)

di Pier Giorgio Ardeni

Forse in pochi ricordano un termine venuto di moda in certi circoli negli anni ’80 – Euro-sclerosi – per indicare un mercato del lavoro “sclerotico”, come fossero le arterie otturate della vecchia Europa, a fronte di un’economia comunque in crescita che non lasciava fluire i lavoratori dentro e fuori, a differenza di quello americano a quel tempo più “dinamico”. Ne parlarono Olivier Blanchard e Larry Summers, allora “giovani economisti” promettenti, in un famoso articolo del 1986 sull’isteresi della disoccupazione europea (agli economisti è sempre piaciuto rifarsi ai fisici e prenderne a prestito i termini con ben altro significato). L’Euro-sclerosi come sinonimo di alta disoccupazione e bassa mobilità. Non che gli Stati Uniti stessero poi così meglio, a quel tempo, e con il senno di poi lo si può ben dire, visto che il productivity slowdown cominciato alla fine degli anni ’70 faceva ancora sentire i suoi strascichi. E, anche lì, giù a dare la colpa al mercato del lavoro! Gli anni sono passati, e di acqua sotto i ponti ne è passata al punto di allagare, esondare, ritirarsi in siccità e cambiare il mondo.

Oggi siamo nel mondo del post, dal postmoderno al post-capitalismo, al post-comunismo (quello ce lo siamo già dimenticati). La globalizzazione ha spazzato via tutto, dopo la crisi finanziaria delle tigri asiatiche (1987), il crollo del muro di Berlino (1989) e delle economie sovietiche (1991), le terapie shock (1991-96), la bolla del dot com (1999-2000), la bolla immobiliare (2004-07), la crisi dei sub-prime (2007-08). A quel tempo la Cina era ancora un nano, oggi è l’Orco dell’economia mondo. E se quella Euro-sclerosi appare lontana come fosse un’altra era geologica, le arterie della vecchia Europa si sono di nuovo intasate. Ma questa volta, potremmo dirlo, non sono quelle del mercato del lavoro: sono quelle dell’Economia e dei suoi Signori e dei suoi Governanti. L’Euro-sclerosi ha il suo ceppo infettivo a Brussels, nelle stanze Palazzo a Stella della Commissione Europea, in quelle della Eurotower di Frankfurt, e in vari altri Importanti Centri di Potere.

Europa
Per una crisi che da più parti è stata riconosciuta come “la più grave dai tempi della Grande Depressione”, tanto che molti la chiamano la Grande Recessione, quali politiche, quale grandioso disegno è stato concepito? Nessuno. Non me la faccio con i “politici”, qui, che oggi è come sparare a un uomo morto, ma con i loro ispiratori. Se fu Franklin Delano Roosevelt a portare avanti il New Deal, contro l’opposizione feroce dei conservatori cui dovette concedere molto – come ad esempio la non universalità della copertura della spesa sociale che esso inaugurò – furono pensatori come John Maynard Keynes e Lester Ward e tutto il pensiero progressivo americano a tracciarne le linee guida ispiratrici. Non solo una politica fiscale espansiva (possibile che ancora l’insegniamo ai nostri studenti, come caso da manuale, e si faccia tanta fatica ad accettarne la possibilità?), ma uno Stato che si prende cura dei suoi ceti più deboli, sulla base non solo di un principio economico – sono consumatori anche loro: dategli un salario e lo spenderanno – ma di un principio di equità e giustizia. Lo stato sociale rooseveltiano fu il pendant americano dello stato sociale europeo, che partì da Beveridge e fu poi sposato dal Labour inglese nel dopoguerra e poi dall’Europa tutta, quella democristiana tedesca bismarckiana e interclassista italiana, quella universalistica francese. Sappiamo quanto in Italia anche l’esperienza comunista di governo degli Enti Locali abbia poi coniato stato sociale, logica inclusiva cooperativa e competitività d’impresa. Ma, si dice, quelle esperienze furono possibili perché “erano anni di vacche grasse”. E tutto è poi degenerato nel “consociativismo” se non nel “clientelismo”. E in ogni caso oggi non c’è trippa per gatti.

Il punto è che, comunque la si guardi, la più grave crisi da ottanta anni a questa parte non ha ancora trovato una chiave di lettura, una politica guidata da un principio ispiratore che porti al suo superamento. Non che manchino pensatori illuminati: è che non c’è consenso. La Grande Depressione ebbe un effetto devastante perché finì per colpire ceti medi, masse popolari e élites imprenditoriali, quasi a 360 gradi, di qua e di là dall’oceano. Certo, ci fu poi una guerra mondiale che se portò distruzione e morte a suo modo contribuì alla crescita – eccome – con la ricostruzione che ne seguì. E dopo la guerra il consenso verso le politiche espansive fu generalizzato.
Perché oggi non vi è consenso sulle vie di uscita dalla crisi? Non voglio qui affrontare un tema che non solo non saprei modestamente trattare in poche righe, ma che non sarebbe giusto liquidare in pochi paragrafi. Ma voglio però puntare il mio dito contro il furore ideologico che appanna l’odierno discorso pubblico, ormai universale. L’economia odierna è nelle mani di pochi – non un complesso pluto-giudaico-massonico d’antan – ma semplicemente una élite transnazionale che governa l’economia sovra-nazionale. È l’élite che governa quella parte dell’economia finanziaria che negli ultimi decenni è cresciuta a dismisura – e che è pari a n volte il valore dell’economia reale della produzione di beni e servizi. È l’élite dell’1%, i cui redditi e i cui emolumenti sono cresciuti fino a diventare cento, mille, diecimila volte maggiori di quelli del 99% della popolazione (dei paesi “avanzati” e non). È l’élite che regge le sorti di nazioni intere: il turn-over delle più grandi corporations multinazionali è pari oggi al PIL di non so quanti paesi, il capitale di quelle stesse corporations è nelle mani di poche centinaia di persone che non hanno nazionalità perché sono transnazionali. Ne hanno già parlato in molti – da Saskia Sassen a Zigmunt Bauman, da Guido Rossi a Paul Krugman, da Noam Chomsky a Mark Weisbrot –. Questa élite è composta di americani, inglesi, tedeschi, italiani, cinesi, giapponesi, israeliani, finlandesi, svedesi, olandesi, finanche angolani, messicani, colombiani, brasiliani, indiani. Ha regolare passaporto (anzi più di uno), va a fare shopping nelle metropoli à la page, poi torna a casa nei weekend, regala ai figli l’ultimo I-phone e spende ovunque in valuta pregiata – non sono forse i beni di lusso che vanno fortissimo negli ultimi tempi? – . Perché mai questa élite è così influente? Perché può decidere di vendere con una sola telefonata metà del debito sovrano di un paese, metà delle azioni di una grossa banca, e mandare un’intera popolazione “in vacca”, d’un colpo. Non paga le tasse, e dove gliele fanno pagare ne paga la metà dei suoi dipendenti. Ma, si dice, “crea ricchezza”. Possiamo forse ostacolare la naturale dinamica del mercato capitalistico? Dove c’è innovazione c’è profitto, un enorme profitto, la finanza serve poi solo a moltiplicarlo.

Sono le 100 persone più ricche e influenti del mondo che contano (e guadagnano quanto il reddito di due miliardi di abitanti del pianeta terra). Il resto dell’umanità può solo accodarsi e sperare che si comportino bene e benevolmente. Per un Mark Zuckenberg che si compra una villa da 10 milioni a Palo Alto e tutte le ville intorno – per non avere fastidi con i vicini – ci sono mille, centomila che sono lì che smanettano con le loro app sperando di diventare ricchi. E meno male, dice l’Economist, così si favorisce la concorrenza. Il problema è però che l’economia si è fatta via via sempre più piramidale e ormai tra i più ricchi e i più poveri c’è una distanza che non si era mai vista dagli albori della storia, nemmeno ai tempi dei sovrani divini. È solo un mercato libero, vivace, dinamico, che può produrre innovazione e quindi ricchezza, questo è il mantra: tanta ricchezza per pochi e che quei pochi diventano ricchi non per volere divino né per eredità, ma perché “sono stati capaci”. Questa è la religione del nostro tempo: per permettere a pochi “scelti a caso” – non “prescelti” – di diventare qualcuno, il prezzo da pagare è che tutti gli altri debbano poi sgomitare per sbarcare il lunario. È questa la vera democrazia dell’economia: non c’è più diritto divino né di casta ma solo il mercato che consente ai pochi di farcela (e che sia poi a scapito dei molti, è solo una triste conseguenza). Ci vorrebbe una postilla, in effetti: quanto sia veramente “democratico” il mercato delle possibilità, ma questa è un’altra storia.

La crisi di questi anni ha reso tutto questo evidente. Le praterie per questi nuovi eroi della frontiera sono lì davanti, sterminate, solo la finitezza del pianeta li potrà fermare ormai. Non i confini nazionali, non le regole, non i governi, le tasse, la polizia o la CIA. È solo il mercato che li può fermare. Non c’è più il potere di contrattazione dei lavoratori: se non ti va bene, prendo un altro, se non trovo un altro qui, cambio paese. Ma quali sindacati, ma quali politiche dei redditi! Se il tuo governo mi tassa troppo, io cambio sede al mio headquarter, vado dove più mi conviene. Mai come negli ultimi anni le multinazionali hanno fatto i profitti che hanno fatto (consultare le classifiche di Fortune e dell’Economist per rendersene conto). Certo, il buon vecchio capitale nuts-and-bolts fa ancora fare buoni affari – il turn-over delle Oil companies, della IBM, della Nestlè o della Monsanto è sempre considerevole – ma sono le internet-companies-plus-financial-innovators, è il superamento dei confini – nazionali, settoriali, economici – finalmente in libertà che ha sancito la definitiva conquista del West.

E noi comuni mortali? E i nostri pii governanti, comuni mortali anch’essi? Gli Olli Rehn, esimio politico finnico ora Commissario Europeo per gli Affari Economici e Monetari – sì, quello del “Rehn’s Terror” di Paul Krugman, che sa anche essere spiritoso – sono anch’essi mortali comuni, non ambiscono a tanto e non possono che inchinarsi al dio del libero mercato. Di fronte a tanto squasso – nel 2009 la crisi finanziaria ha portato ad un crollo del PIL in tutta Europa – i governi sono dovuti intervenire massicciamente per salvare banche sull’orlo del fallimento – per aver giocato all’alta finanza, perdendoci – e la Commissione Europea si è inventata la “procedura speciale”. La Banca Centrale Europea ha poi disegnato lo strumento. Per salvare le banche è stato concesso un deficit fino al 30% del PIL ad un solo paese (come all’Irlanda), per poi, certo, vedere nel giro di due anni il suo debito pubblico raddoppiare. Con il beneplacito della signora Merkel i cui funzionari hanno tenuto d’occhio l’andamento dei mercati, perché l’economia tedesca export-driven non subisse troppi contraccolpi (e perché le sue banche, così esposte sui debiti sovrani, non avessero a soffrire troppo). Ci hanno guadagnato, poi, in rendimenti, comprando a prezzi stracciati (e rendimenti altissimi) e vendendo una volta che era passata la bufera.

Che la “crisi” abbia poi messo in ginocchio le economie di mezzo mondo (senz’altro di mezza Europa), tra i diktat della Troika e le dismissioni, le vendite, le de- e ri-localizzazioni, la pressione dei mercati e via dicendo, non ha poi contato più di tanto. La disoccupazione è un fenomeno ciclico, dicono (loro), quando l’economia si riprenderà quella tornerà a calare. Se il debito è aumentato per via dei movimenti sui debiti sovrani (vendo di qua e compro di là, variano i rendimenti) e per salvare le banche poco importa, il deficit di bilancio e i vincoli di Maastricht non si devono comunque toccare. Per rientrare dal debito si deve tagliare. Dove? Forse dove si è speso? No, si deve tagliare la spesa “improduttiva”, la spesa sociale, come se fosse quella la ragione dell’indebitamento crescente.

È stata forse concessa una procedura speciale per uscire dalla crisi con politiche espansive? No, perché quelle non lo meritano. Salvare le banche dal fallimento, sì, too big to fail (o forse, come ha detto qualcuno, too big to jail), aiutare le economie in crisi, no, non fa parte delle opzioni possibili. Quelle masse di milioni di disoccupati, precari, pensionati alla fame, quelle no, quelle non sono anch’esse il segno di un fallimento davvero too big.

È questa ipocrisia, questa sclerosi che va combattuta. Quale dovrebbe essere la ragione per cui l’economia dovrebbe uscire dalla crisi? È stata forse affrontata e risolta una sola delle ragioni che hanno portato alla crisi? E quale sarebbero le responsabilità della spesa sociale, della spesa per sanità, istruzione e protezione sociale, nell’avere portato ai livelli d’indebitamento attuali? Se il debito sovrano è oggi nelle mani degli “investitori” al punto che ne possono decretare d’un soffio il prospetto, non sarebbe forse più oculato mettere quel debito al riparo? Non sarebbe forse più saggio intervenire sul meccanismo diabolico del mercato che non si autoregola perché ivi vige la legge del gregge? Non c’è peggior ignorante di chi non vuol capire e di chi non capisce facendo finta di capire. Quanta ipocrisia, quanta sclerosi nel cuore della Vecchia Europa!

Fonte: http://www2.dse.unibo.it/ardeni/scritti/Eurosclerosi-1.html

La shock disinformation e la stampa italiana

In calce ad un ottimo articolo di Stefano Santachiara, una commentatrice dall’enigmatico nickname di “Niki-ta-ta-ta” scrive:Immagine

Come ha reagito la stampa democratica, riformista, sedicente di sinistra e pseudolibera all’editoriale di Stefano Santachiara pubblicato la tarda sera di lunedì 3 marzo? Ma ignorando i contenuti-bomba del fondamentale compendio, che del resto sono off limits da sempre! L’ascesa di Napolitano garante atlantico, i servizi sbrigativamente definiti “deviati” dagli stessi questurini di penna che mai hanno denunciato l’infinita strategia della tensione stato-terrorismo-mafia, gli scoop de “I panni sporchi” su Sposetti, D’Alema, i casi Forleo e Digeronimo, la spiegazione finalmente completa dell’involuzione della sinistra progettuale ed etica, la denuncia dei poteri forti che sostengono Renzi, l’onnipotente Fiat, le svendite pubbliche di Prodi, il divorzio Tesoro-Bankitalia, il fiscal compact, tutte questioni cancellate appositamente dai media che invece ripetono in modo ossessivo il mantra di privatizzazioni e spending review e tutto il resto, appunto il meccanismo spiegato magistralmente nell’articolo: light, ordinary, shock disinformation.

Leggiamo dunque i quotidiani del 5 marzo 2014:

Il Manifesto, perso nei labirinti del comma 22 della legge elettorale come fosse un pollaio televisivo qualsiasi, dedica una pagina di cultura a Pietro Secchia. L’articolo, a firma Gianspaquale Santomassimo, mira a stroncare la presunta mitologia che aleggerebbe sull’ex partigiano che fu leader della sinistra del Pci: ”Istituì un legame con Feltrinelli, che si tradusse nella cura di Annali e nel libro sulla Guerriglia in Italia (1969) che probabilmente influì moltissimo sul mito postumo. Viaggiò molto, per documentarsi sulle crisi rivoluzionarie che si erano aperte nel mondo, e nel suo ultimo viaggio in Cile contrasse una misteriosa intossicazione che dopo qualche mese lo condusse alla morte il 7 luglio 1973. Si parlò di un avvelenamento da parte della Cia, senza alcun elemento di plausibilità, ma anche questo entrò a far parte dell’alone mitico che circondò a lungo la sua figura (…) LIGHT

L’Unità pubblica un editoriale di Tommaso Nannicini per chiedere il superamento del messaggio socialdemocratico. Lo scrivente dapprima mostra stupore circa il compromesso tra capitalismo di mercato e stato sociale, che non è stato uno sbocco fisiologico ma “appartiene alle grandi invenzioni della storia, al pari della ruota e della penicillina”. Poi stupisce i lettori del quotidiano fondato da Antonio Gramsci: ”Il passaggio da società “a piramide” (con tanti poveri alla base e pochi ricchi in cima) verso società “ a diamante” (con un’ampia classe media nel mezzo) ha cambiato la natura delle politiche pubbliche, che hanno spesso finito per perseguire obiettivi distributivi (finanziati con inflazione, disavanzo pubblico o tasse nascoste) piuttosto che redistributivi. Nella società dei consumi e dell’istruzione di massa, la sfera personale ha smesso di coincidere con quella lavorativa. La globalizzazione, sia pure tra mille ritardi, sta estendendo la classe media ad altre parti del pianeta. E le attuali difficoltà della classe media nei Paesi sviluppati non implicano certo la sua scomparsa (…) A sinistra si accusa spesso la globalizzazione liberista (ammesso che questo aggettivo significhi qualcosa) di aver ridotto l’uguaglianza. Ma la disuguaglianza tra paesi si è enormemente ridotta negli ultimi due decenni. C’è un eccesso di euro-centrismo in questi gridi d’allarme (…) Lo stesso vale per l’uguaglianza all’interno di un Paese. L’uguaglianza distributiva è senz’altro importante. Ma la stessa distribuzione del reddito può essere o meno accettabile, proprio da una prospettiva di sinistra, se corrisponde a una maggiore o minore uguaglianza delle opportunità.. E una maggiore uguaglianza distributiva non sempre è giustificabile (di nuovo: in un’ottica di sinistra) se è raggiunta sacrificando del tutto l’uguaglianza tra generazioni. L’uguaglianza nei punti d’arrivo degli individui, infine, non vive di solo reddito (…) SHOCK

La Stampa innalza i vessilli del regno di Sabaudia e dei monarchi assoluti. Il record di umidità non spetta però al selfie di Sergio Marchionne, passato in pochi minuti da un onirico “non ho mai chiesto una lira al governo” alla consueta doglianza per i niet dei politici alla riapertura del museo di Arese per “rilanciare l’Alfa Romeo”. Marco Zatterin, riportando la cronaca delle pagelle della Commissione europea alle Regioni italiane in tema di innovazione, ricorda le parole del commissario per l’industria Antonio Tajani:”La presenza della Fiat è stata importante come tutto il sistema delle piccole imprese, hanno fatto la differenza mentre il Paese faticava”. Prosegue di suo pugno l’inviato a Bruxelles:”La regione sabauda è in effetti la migliore a livello nazionale per l’innovazione del business, per la capacità delle piccole imprese di evolversi con progetti fatti in casa e la dote di saper introdurre i processi. E’ regina, infine, anche per la qualità della manodopera ad alta specializzazione. Chapeau!”. ORDINARY

Come accade sovente Il Fatto Quotidiano e Il Foglio intervengono contestualmente sui temi caldi. Il ricettivo quotidiano diretto (ancora per poco) da Antonio Padellaro parla in prima pagina di “tre livelli”. No, non quelli descritti per la shock disinformation ma relativi al governo Renzi, accusato di questioni secondarie e svianti, anche se più sottili rispetto alle consuete invettive televisive sul politico di turno: bella presenza, inciuci, economia. Dove per economia, dalle parti di via Valadier, si intendono, abilmente mescolate dal bocconiano Stefano Feltri, le incapacità dei governi di fare pulizia (richiesta sacrosanta) ma anche di rispettare i diktat del potere esecutivo della Troika al fine di ridurre la spesa pubblica: turboliberismo puro. LIGHT-ORDINARY

Il Fatto è anche l’unico quotidiano a riportare tale agenzinter di Romano Prodi: ”La semplicità delle mie parole nel breve messaggio di auguri all’amico di antica data Guy Verhostadt mi sembrava tale da metterla al riparo da ogni possibile strumentalizzazione, ma prendo atto che non è così. Spiego dunque, a chi non avesse compreso, che le mie parole non sono un sostegno alla lista dei Liberal democratici”. Il Foglio invece si concentra sull’affinità di Romano Prodi con Mosca, sin dai tempi in cui, nel 2008, “venne chiamato a presiedere la società del gasdotto South Stream da Gazprom, salvo poi rifiutare quella che per il governo russo è una sorta di medaglia alla legion d’onore”. In particolare l’articolo non firmato nel giornale di Giuliano Ferrara coglie la coincidenza della nomina di Prodi alla presidenza dell’International Advisory Board (a titolo gratuito) della Unicredit al posto di Amato, nello stesso giorno in cui il professore bolognese “firmava un editoriale sull’International New York Times nel quale avallava, oltre a una soluzione diplomatica e accondiscendente nei confronti di Vladimir Putin, anche alcune tesi propagandistiche del Cremlino. Nello stesso editoriale, l’ex presidente della Commissione Ue smentiva di fatto i suoi ex colleghi di Bruxelles accorsi in piazza a sostegno dei manifestanti”. Mentre soffiano i venti di guerra in una regione dove Unicredit ha interessi nevralgici, “con l’ingresso di Prodi nella pattuglia dei superconsulenti europeisti Unicredit tenta intende forse equilibrare – con diplomazia – il suo posizionamento strategico nell’area”. RADIO FOGLIO

Una riflessione senz’altro degna di nota da parte della lettrice; tanto più alla luce del fatto che a differenza dei quotidiani italiani, più o meno consapevolmente addormentati sulla questione, due personaggi di rilievo all’interno del panorama culturale come Giulietto Chiesa e Luciano Gallino hanno abbondantemente saccheggiato le idee contenute nel saggio di Santachiara.