La shock disinformation e la stampa italiana

In calce ad un ottimo articolo di Stefano Santachiara, una commentatrice dall’enigmatico nickname di “Niki-ta-ta-ta” scrive:Immagine

Come ha reagito la stampa democratica, riformista, sedicente di sinistra e pseudolibera all’editoriale di Stefano Santachiara pubblicato la tarda sera di lunedì 3 marzo? Ma ignorando i contenuti-bomba del fondamentale compendio, che del resto sono off limits da sempre! L’ascesa di Napolitano garante atlantico, i servizi sbrigativamente definiti “deviati” dagli stessi questurini di penna che mai hanno denunciato l’infinita strategia della tensione stato-terrorismo-mafia, gli scoop de “I panni sporchi” su Sposetti, D’Alema, i casi Forleo e Digeronimo, la spiegazione finalmente completa dell’involuzione della sinistra progettuale ed etica, la denuncia dei poteri forti che sostengono Renzi, l’onnipotente Fiat, le svendite pubbliche di Prodi, il divorzio Tesoro-Bankitalia, il fiscal compact, tutte questioni cancellate appositamente dai media che invece ripetono in modo ossessivo il mantra di privatizzazioni e spending review e tutto il resto, appunto il meccanismo spiegato magistralmente nell’articolo: light, ordinary, shock disinformation.

Leggiamo dunque i quotidiani del 5 marzo 2014:

Il Manifesto, perso nei labirinti del comma 22 della legge elettorale come fosse un pollaio televisivo qualsiasi, dedica una pagina di cultura a Pietro Secchia. L’articolo, a firma Gianspaquale Santomassimo, mira a stroncare la presunta mitologia che aleggerebbe sull’ex partigiano che fu leader della sinistra del Pci: ”Istituì un legame con Feltrinelli, che si tradusse nella cura di Annali e nel libro sulla Guerriglia in Italia (1969) che probabilmente influì moltissimo sul mito postumo. Viaggiò molto, per documentarsi sulle crisi rivoluzionarie che si erano aperte nel mondo, e nel suo ultimo viaggio in Cile contrasse una misteriosa intossicazione che dopo qualche mese lo condusse alla morte il 7 luglio 1973. Si parlò di un avvelenamento da parte della Cia, senza alcun elemento di plausibilità, ma anche questo entrò a far parte dell’alone mitico che circondò a lungo la sua figura (…) LIGHT

L’Unità pubblica un editoriale di Tommaso Nannicini per chiedere il superamento del messaggio socialdemocratico. Lo scrivente dapprima mostra stupore circa il compromesso tra capitalismo di mercato e stato sociale, che non è stato uno sbocco fisiologico ma “appartiene alle grandi invenzioni della storia, al pari della ruota e della penicillina”. Poi stupisce i lettori del quotidiano fondato da Antonio Gramsci: ”Il passaggio da società “a piramide” (con tanti poveri alla base e pochi ricchi in cima) verso società “ a diamante” (con un’ampia classe media nel mezzo) ha cambiato la natura delle politiche pubbliche, che hanno spesso finito per perseguire obiettivi distributivi (finanziati con inflazione, disavanzo pubblico o tasse nascoste) piuttosto che redistributivi. Nella società dei consumi e dell’istruzione di massa, la sfera personale ha smesso di coincidere con quella lavorativa. La globalizzazione, sia pure tra mille ritardi, sta estendendo la classe media ad altre parti del pianeta. E le attuali difficoltà della classe media nei Paesi sviluppati non implicano certo la sua scomparsa (…) A sinistra si accusa spesso la globalizzazione liberista (ammesso che questo aggettivo significhi qualcosa) di aver ridotto l’uguaglianza. Ma la disuguaglianza tra paesi si è enormemente ridotta negli ultimi due decenni. C’è un eccesso di euro-centrismo in questi gridi d’allarme (…) Lo stesso vale per l’uguaglianza all’interno di un Paese. L’uguaglianza distributiva è senz’altro importante. Ma la stessa distribuzione del reddito può essere o meno accettabile, proprio da una prospettiva di sinistra, se corrisponde a una maggiore o minore uguaglianza delle opportunità.. E una maggiore uguaglianza distributiva non sempre è giustificabile (di nuovo: in un’ottica di sinistra) se è raggiunta sacrificando del tutto l’uguaglianza tra generazioni. L’uguaglianza nei punti d’arrivo degli individui, infine, non vive di solo reddito (…) SHOCK

La Stampa innalza i vessilli del regno di Sabaudia e dei monarchi assoluti. Il record di umidità non spetta però al selfie di Sergio Marchionne, passato in pochi minuti da un onirico “non ho mai chiesto una lira al governo” alla consueta doglianza per i niet dei politici alla riapertura del museo di Arese per “rilanciare l’Alfa Romeo”. Marco Zatterin, riportando la cronaca delle pagelle della Commissione europea alle Regioni italiane in tema di innovazione, ricorda le parole del commissario per l’industria Antonio Tajani:”La presenza della Fiat è stata importante come tutto il sistema delle piccole imprese, hanno fatto la differenza mentre il Paese faticava”. Prosegue di suo pugno l’inviato a Bruxelles:”La regione sabauda è in effetti la migliore a livello nazionale per l’innovazione del business, per la capacità delle piccole imprese di evolversi con progetti fatti in casa e la dote di saper introdurre i processi. E’ regina, infine, anche per la qualità della manodopera ad alta specializzazione. Chapeau!”. ORDINARY

Come accade sovente Il Fatto Quotidiano e Il Foglio intervengono contestualmente sui temi caldi. Il ricettivo quotidiano diretto (ancora per poco) da Antonio Padellaro parla in prima pagina di “tre livelli”. No, non quelli descritti per la shock disinformation ma relativi al governo Renzi, accusato di questioni secondarie e svianti, anche se più sottili rispetto alle consuete invettive televisive sul politico di turno: bella presenza, inciuci, economia. Dove per economia, dalle parti di via Valadier, si intendono, abilmente mescolate dal bocconiano Stefano Feltri, le incapacità dei governi di fare pulizia (richiesta sacrosanta) ma anche di rispettare i diktat del potere esecutivo della Troika al fine di ridurre la spesa pubblica: turboliberismo puro. LIGHT-ORDINARY

Il Fatto è anche l’unico quotidiano a riportare tale agenzinter di Romano Prodi: ”La semplicità delle mie parole nel breve messaggio di auguri all’amico di antica data Guy Verhostadt mi sembrava tale da metterla al riparo da ogni possibile strumentalizzazione, ma prendo atto che non è così. Spiego dunque, a chi non avesse compreso, che le mie parole non sono un sostegno alla lista dei Liberal democratici”. Il Foglio invece si concentra sull’affinità di Romano Prodi con Mosca, sin dai tempi in cui, nel 2008, “venne chiamato a presiedere la società del gasdotto South Stream da Gazprom, salvo poi rifiutare quella che per il governo russo è una sorta di medaglia alla legion d’onore”. In particolare l’articolo non firmato nel giornale di Giuliano Ferrara coglie la coincidenza della nomina di Prodi alla presidenza dell’International Advisory Board (a titolo gratuito) della Unicredit al posto di Amato, nello stesso giorno in cui il professore bolognese “firmava un editoriale sull’International New York Times nel quale avallava, oltre a una soluzione diplomatica e accondiscendente nei confronti di Vladimir Putin, anche alcune tesi propagandistiche del Cremlino. Nello stesso editoriale, l’ex presidente della Commissione Ue smentiva di fatto i suoi ex colleghi di Bruxelles accorsi in piazza a sostegno dei manifestanti”. Mentre soffiano i venti di guerra in una regione dove Unicredit ha interessi nevralgici, “con l’ingresso di Prodi nella pattuglia dei superconsulenti europeisti Unicredit tenta intende forse equilibrare – con diplomazia – il suo posizionamento strategico nell’area”. RADIO FOGLIO

Una riflessione senz’altro degna di nota da parte della lettrice; tanto più alla luce del fatto che a differenza dei quotidiani italiani, più o meno consapevolmente addormentati sulla questione, due personaggi di rilievo all’interno del panorama culturale come Giulietto Chiesa e Luciano Gallino hanno abbondantemente saccheggiato le idee contenute nel saggio di Santachiara.

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