MAXI-EVASIONE FISCALE DA PARTE DELLE BANCHE

RIPORTO PER INTERO UN’INTERROGAZIONE PARLAMENTARE AVVIATA NEL 2008 DAL SEN. LANNUTTI (IDV) RIGUARDANTE UNA MAXI-FRODE AL FISCO DELL’ENTITA’ DI OLTRE 4 MILIARDI DI EURO.
IN QUESTO PERIODO DI CACCIA ALL’EVASORE, ANDATE A ROVISTARE FRA LE SITUAZIONI DELLE GRANDI BANCHE.
DRAGHI, LETTA, TREMONTI, BERLUSCA: VERGOGNA.

Atto Senato

Interrogazione a risposta scritta 4-00170
presentata da
ELIO LANNUTTI
martedì 17 giugno 2008 nella seduta n.020

LANNUTTI, BELISARIO, GIAMBRONE, ASTORE, BUGNANO, CAFORIO, CARLINO, DE TONI, DI NARDO, LI GOTTI, MASCITELLI, PARDI, PEDICA, RUSSO – Al Ministro dell’economia e delle finanze – Premesso che:

l’evasione fiscale, una piaga da cento miliardi di euro l’anno, dovrebbe essere combattuta senza distinzioni da parte dello Stato: sette punti di PIL di mancate entrate per l’erario, oltre 100 miliardi di euro, cioè il 15-20 per cento di tutte le entrate fiscali raccolte. Se venissero pagati regolarmente potrebbero cambiare il volto dell’Italia;

lo Stato non sembrerebbe adottare lo stesso comportamento sanzionatorio nei confronti di tutti gli evasori. Infatti, anche solo giudicando in base a quanto riportato dai principali organi di stampa, alcuni evasori vengono “sbattuti” sulla stampa e sui telegiornali, mentre, per altri, non viene adottato un adeguato livello di contrasto. Solo a titolo di esempio, sono caduti nella rete del fisco, nell’ambito della lotta all’evasione, nomi illustri come Lele Mora, Riccardo Cocciante, Ennio Morricone, Luciano Pavarotti, Katia Ricciarelli, Ornella Muti, Giancarlo Fisichella, Valentino Rossi, Alberto Tomba, Riccardo Tognazzi, Mario Cipollini. Nel 1982 la grande attrice Sofia Loren fu l’unica ad affrontare la legge, scontando 17 giorni nel carcere di Caserta. L’ultimo a cadere nella rete, è stato Leonardo del Vecchio, patron della Luxottica ed uno degli uomini più ricchi d’Italia, che dovrà restituire al fisco 20,4 milioni di euro, per via di una società tedesca creata allo scopo di ridurre le tasse in Italia. I trucchi della “esterovestizione” – costituire scatole societarie estere in Irlanda, Svizzera, Lussemburgo, Londra, Ginevra o Montecarlo – per eludere il fisco nostrano, sono sempre stati realizzati dai nostri “capitani d’industria”. Il caso più famoso riguarda Emilio Gnutti, il protagonista delle scalate alla Telecom con la madre di tutte le offerte pubbliche d’acquisto. Secondo la Procura di Milano, nella vendita della Telecom di Roberto Colaninno alla Pirelli di Marco Tronchetti Provera, Emilio Gnutti, Roberto Colaninno ed altri, tramite la Bell, società con sede in Lussemburgo, avrebbero omesso di pagare 680 milioni di euro di tasse sui ricavi della cessione della Telecom;

il circo mediatico si mette subito in movimento quando nelle maglie del fisco restano impigliati attori, sportivi e cantanti. Edizioni speciali di telegiornali ed intere pagine dei quotidiani raccontano i particolari scrutando e sezionando la vita e le storie più segrete degli evasori. Evasori che, pizzicati dal fisco e messi insieme, avranno frodato non meno di 500 milioni di euro. Una cifra rispettabile, ma certamente inferiore agli oltre 4 miliardi di euro sottratti al fisco dalle grandi banche, accusate di aver messo in piedi una gigantesca frode fiscale, per 4,3 miliardi di euro, nei confronti dei quali lo Stato è diventato distratto se non addirittura reticente. Lehman Brothers, Goldman Sachs e Jp Morgan, fra le principali banche d’affari mondiali, hanno frodato il fisco italiano per la somma di 4,3 miliardi di euro, una mezza legge finanziaria. Ma quasi nessuno ne parla. Nemmeno la Banca d’Italia, supremo organo di vigilanza e di controllo del sistema bancario. Nessun telegiornale o grande organo di informazione, così solerti nel dare la caccia agli evasori, ha dato risalto a questa colossale frode ai danni dello Stato. Eccetto “l’Espresso”, che in un articolo del 1° giugno 2007, firmato da Primo De Nicola, racconta nei dettagli la notizia, che non viene rilanciata da nessun giornale. Ci si chiede cosa avevano fatto le banche, per appropriarsi di una montagna di soldi. Avevano messo in piedi una gigantesca truffa ai danni dello Stato, consumata con i pacchetti azionari di investitori di ogni angolo del globo: europei, americani, asiatici, australiani. Per riuscire a spillare denaro è stato sufficiente chiedere il rimborso del credito d’imposta sui dividendi delle società italiane, facendo credere di averne diritto. In base a quanto riportato dal settimanale “l’Espresso”, secondo la Procura della Repubblica di Pescara, banche americane ed altri istituti di credito erano riusciti a mettere le mani su una torta miliardaria. Passando al setaccio oltre 40.000 richieste di rimborso del credito d’imposta sui dividendi per gli anni 1999-2003, il Procuratore capo di Pescara, Nicola Trifuoggi, ed i suoi sostituti, Giampiero Di Florio (esperto di reati finanziari) e Giuseppe Bellelli hanno portato alla luce le dimensioni colossali del raggiro. La scoperta della truffa sui rimborsi, nome in codice “easy credit”, risale al 2005 quando, dopo un’indagine sulle richieste di rimborso inoltrate da società inglesi, il Gruppo repressione frodi della Guardia di finanza di Roma ha trasmesso un rapporto alla Procura di Pescara, competente per territorio visto che nella città abruzzese ha sede un centro operativo dell’Agenzia delle entrate. Secondo la legislazione il diritto al credito d’imposta sui dividendi spetta unicamente alle società ed agli enti residenti in Italia. Le tre banche d’affari per mettere le mani sui rimborsi miliardari italiani si sono fatte prestare temporaneamente, da ogni angolo del mondo, da fondi di investimento e istituti di credito delle più svariate nazionalità, pacchetti azionari in maniera che, al momento dello stacco del dividendo delle società italiane, queste azioni risultassero di proprietà delle loro filiali inglesi Lehman Brothers International Europe, Goldman Sachs International e Jp Morgan Securities Limited, tutte e tre con sede a Londra e perciò titolate a chiedere il rimborso. Una volta incassato il dividendo e maturato il credito, tempo qualche settimana, i titoli azionari venivano restituiti agli effettivi proprietari. Un caso tra i tanti. Il 23 marzo 2001, Banca Intesa riceve dalla Deutsche Bank di Londra l’ordine di prelevare 3 milioni di azioni Eni da un proprio conto per girarle a quello della Lehman Brothers International acceso presso la Citibank di Milano. Il 5 maggio, puntualmente, le azioni entrano sul conto milanese della Lehman. Il 18 giugno avviene lo stacco del dividendo Eni e meno di un mese dopo, maturato il diritto al rimborso, le azioni fanno il percorso inverso rientrando sul conto londinese di Deutsche Bank. In quei giorni sono state fatte migliaia di operazioni di questo genere. Lehman Brothers international Europe, per esempio, rispetto a una giacenza media nell’intero arco del 2001 di 5.400.000 azioni Eni, nel mese di giugno vedeva il numero dei titoli petroliferi registrati sul proprio conto milanese superare i 155 milioni. Una grande performance, ma non la sola. Anche Goldman Sachs e Jp Morgan sono state attivissime. La prima, rispetto a una giacenza media annuale di meno di 50.000 titoli Eni, sempre nel giugno 2001 arrivava a possederne 355 milioni. La lista degli accusati potrebbe essere molto lunga con un totale di circa 4.500 soggetti finanziari, quali Merrill Lynch, Nomura International, Citigroup Global Markets Limited e la svizzera Ubs;

sul banco degli imputati ci sono le case madri e le filiali europee di Lehman, Goldman e Jp Morgan, che avevano richiesto al fisco 709 milioni di euro di rimborsi, oltre 600 dei quali non dovuti. Accuse pesantissime: dalla truffa ai danni dello Stato (tentata e consumata) alla responsabilità penale e amministrativa per non avere adottato misure idonee tendenti ad evitare che dirigenti e dipendenti commettessero i reati. Un aspetto molto delicato della vicenda, riguarda proprio Goldman Sachs International di Londra. Negli anni incriminati il vicepresidente e managing director (amministratore delegato) della Goldman Sachs era Mario Draghi, divenuto governatore della Banca d’Italia a fine dicembre 2005. Il conto della Deutsche Bank di Londra dal quale Lehman Brothers prende in prestito il pacchetto di azioni Eni nel giugno del 2001, si legge nel citato articolo, appartiene al fondo Franklin Mutual Series di Short Hills, New Jersey. Un investitore americano: e dunque non titolato a chiedere il rimborso del credito d’imposta. Come non ne avevano diritto gli altri soggetti finanziari dai quali Lehman, Goldman e Jp Morgan che hanno preso in prestito quasi tutti gli altri pacchetti azionari. La Guardia di finanza scrive nel dettagliato rapporto, richiamato dall’articolo di stampa, che si può «ragionevolmente ipotizzare che le maggiori istituzioni finanziarie estere abbiano costituito un vero e proprio cartello finalizzato ad effettuare in Italia operazioni di “lavaggio dei dividendi”», dividend washing in inglese. Un’operazione truffaldina che non si limita alla Gran Bretagna. Se da Londra sono infatti partite richieste sospette di rimborso per 2.200.000.000 euro, anche dalla Francia (l’altro paese con il quale l’Italia ha stipulato un trattato per i crediti d’imposta sui dividendi) sono arrivate istanze per 2 miliardi, molte inoltrate da Bnp Paribas e Credit Lyonnais;

il meccanismo del dividend washing era quello di monetizzare il credito d’imposta assegnato a soggetti italiani percettori di dividendi attraverso il temporaneo trasferimento dei titoli azionari alla vigilia dello stacco dei dividendi. Il non residente non fruitore del credito di imposta vende le partecipazioni con realizzo di plusvalenze a un soggetto italiano legittimato a ottenere il credito di imposta, incassa il dividendo, rivende le partecipazioni a un valore più basso, realizza una minusvalenza deducibile da contrapporre al credito d’imposta e al dividendo per abbattere l’imponibile. Ma una circolare dell’Agenzia delle entrate,che tiene conto delle ultime sentenze della Corte di cassazione, emanata a fine giugno 2007, stronca definitivamente il meccanismo truffaldino denominato credit washing, sbaraglia le difese dei fiscalisti, riconducendo nella giusta sede i tentativi dei legali rappresentanti e dei “Furbetti delle cedoline”, di non pagare le tasse, come tutti i cittadini;

se un povero pensionato, costretto a fare il secondo lavoro “in nero” per sbarcare il lunario viene scoperto, è subito messo alla gogna e denunciato; se un piccolo commerciante, non rilascia la ricevuta fiscale (che deve essere sempre rilasciata) per un modesto importo, viene pesantemente multato rischiando anche la chiusura dell’attività commerciale. Se grandi banche d’affari frodano il fisco, quindi lo Stato ed i cittadini che contribuiscono a far funzionare i servizi pubblici mediante il pagamento delle tasse, per 4,3 miliardi di euro (8.400 miliardi di lire), non vengono neppure cancellate dall’elenco dalle banche di riferimento del Ministero dell’economia e delle finanze,

si chiede di sapere:

se corrisponda al vero la notizia, mai smentita, del citato “scandalo” delle maggiori banche d’affari che hanno frodato il fisco italiano, quindi la totalità dei cittadini, per un controvalore di 4,3 miliardi di euro, come risulta dall’indagine della Procura della Repubblica di Pescara, nell’operazione denominata “easy credit”, resa nota da un’inchiesta del settimanale “L’Espresso”;

se siano stati recuperati i 4,3 miliardi di euro oggetto dell’inchiesta di Pescara;

se risulti compatibile la carica del Governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, chiamato a vigilare proprio sulla correttezza e trasparenza delle banche, con il pregresso status di responsabile legale di una grande banca d’affari, accusata di aver frodato il fisco italiano per una somma ingente;

quali misure urgenti il Governo intenda assumere per evitare che vi siano evasori di serie A riveriti ed impuniti, ed evasori di serie B, come i piccoli esercenti che spesso vengono perseguitati dal fisco, allargando in tal modo il solco dell’iniquità e dell’ingiustizia che allontana i cittadini onesti dalle istituzioni democratiche.

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