RATING

La novità più sensazionale della settimana, in materia economica, è il declassamento del debito di 9 Paesi europei ad opera delle agenzie di rating, una su tutte Standard & Poor’s. L’evento, che commenterò fra qualche riga, ci offre un ottimo spunto per definire cosa diavolo sia il benedetto rating.

Il rating è una misurazione del rischio di investimento sui titoli (di un’azienda o di uno Stato) che scaturisce dall’osservazione delle dinamiche della domanda e dell’offerta. In altre parole, l’agenzia di rating (un ente privato, su questo poi torneremo) osserva quanti investitori hanno comprato determinati pacchetti di titoli e formula una previsione sul potenziale e futuro rischio di investimento in base al rapporto fra quanti titoli sono stati emessi e quanti ne sono stati venduti da un determinato ente (azienda o Stato).
Il meccanismo è complesso, ma con buona approssimazione possiamo dire che se le compravendite sono andate male per diverso tempo ad un determinato ente, il rating di quest’ultimo verrà portato ad una classe “inferiore” di sicurezza; o, in altri casi, sono particolari analisi di mercato degli operatori finanziari delle agenzie che, in base a valutazioni sulla capacità dell’emittente (Stato o azienda) di far fronte al pagamento degli interessi, portano a promozioni o declassamenti.

Detto ciò, veniamo al caso specifico. L’Italia è stata declassata dall’agenzia Standard & Poor’s dal livello A- al livello BBB+, ovvero di due “punti”, proprio alcuni giorni fa. Una pioggia di critiche è arrivata dal mondo politico europeo, che ha unanimemente condannato le agenzie di rating definendole pericolose per la stabilità dell’Eurozona e bollando il declassamento come un attacco spropositato ed ingiustificato.
In più, i più agguerriti fra i giornalisti d’inchiesta hanno giustamente sottolineato che il capitale di Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch è in massima parte detenuto dalle principali banche d’investimento americane, ovvero Goldman Sachs, JP Morgan e Merrill Lynch; e molti, compresi eminenti politici, non hanno trattenuto insinuazioni “a bassa voce” sulla possibilità che dietro il declassamento vi sia la longa manus degli speculatori americani, rei di giocare contro l’Eurozona. Non è un caso, sostengono in molti, che nel 2008 siano state proprio le agenzie di rating a “sdoganare” i titoli tossici di Lehman Brothers definendoli investimenti sicurissimi mentre invece erano carta straccia: perchè quindi continuare a dare ascolto ad analisti privati al soldo della finanzia a stelle e strisce?
Inoltre, a breve saranno redatti in tutta Europa dei severi regolamenti per limitare i giudizi delle agenzie di rating sui debiti degli Stati sovrani.

L'agenzia di rating Standard & Poor's ha declassato 9 Paesi europei, e la linea politica neoliberista incassa il colpo.

Ve lo dico onestamente: le reazioni del mondo politico e giornalistico (salve alcune eccezioni) mi inquietano. Se è vero infatti che le agenzie di rating dovrebbero essere fortemente limitate nell’esercizio dei loro giudizi (pagati a suon di milioni di $ dai colossi finanziari), non bisogna trascurare il fatto che il giudizio espresso da Standard & Poor’s sia impeccabile, e che confermi ciò che una schiera di economisti di alto calibro (tra cui Paul Krugman, Amartya Sen, Randall Wray, Nouriel Roubini, Joseph Stiglitz) sostiene da anni.
La verità è che il giudizio di S&P brucia poiché mette per l’ennesima volta a nudo tutte le falle del sistema economico europeo e rivela la profonda crisi politica di un continente che le Destre neoliberiste e neomercantili stanno facendo affossare.
Dice S&P nel suo report:

I risultati del summit europeo del 9 dicembre 2011, e le successive dichiarazioni del mondo politico ci portano a credere che l’accordo raggiunto non abbia prodotto cambiamenti di rotta sufficienti né pienamente indicati per risolvere i problemi finanziari dell’eurozona. A nostro avviso, l’accordo politico non fornisce risorse sufficienti né la flessibilità operativa per rafforzare le misure di salvataggio dell’Europa, né estende un supporto adeguato a quei Paesi sovrani europei soggetti ad elevate pressioni di mercato.

Riteniamo inoltre che l’accordo sia basato solo su una parziale ricognizione della fonte della crisi: che l’attuale dissesto finanziario scaturisca principalmente dalla prodigalità fiscale alla periferia dell’Eurozona. Dal nostro punto di vista, tuttavia, i problemi finanziari dell’Eurozona sono più che altro la conseguenza di crescenti squilibri esterni e differenziali di competitività fra il centro dell’Eurozona e la cosiddetta “periferia”. Perciò, riteniamo che un processo di riforme basato soltanto sul pilastro dell’austerità fiscale rischia di essere auto-distruttivo, poiché la domanda interna crolla in linea con la crescita delle preoccupazioni dei consumatori riguardo alla sicurezza del lavoro e dei redditi netti, e ciò fa calare il gettito fiscale. (corsivo mio, nda)

Quello che si attendeva l’intero mercato finanziario dal summit europeo del 9 dicembre è un programma basato sulle seguenti linee guida:
1) Aumento dei poteri della BCE, con la possibilità che essa funga da prestatore di ultima istanza e che acquisti titoli di Stato dei Paesi europei come tutte le banche centrali del mondo.
2) Istituzione di un’unica obbligazione europea (Eurobond) a seguito dell’acquisto di tutte le obbligazioni sovrane dei singoli Paesi.
3) Unificazione della politica fiscale in tutta l’Eurozona e istituzione di un governo europeo unico della moneta che si possa avvalere di un fondo centrale illimitato per poter fronteggiare situazioni di emergenza (molto più efficace dell’inutile fondo salva-Stati EFSF).
Ovviamente, nessuna delle 3 misure di cui sopra è stata presa ed anzi è stato riaffermato l’assoluto primato dell’austerità e del pareggio di bilancio come “via di fuga” dalla crisi. Una via di fuga che non porta da nessuna parte, peraltro, poiché come sostiene giustamente S&P il dissesto finanziario e il crollo di fiducia degli investitori che sta mettendo in crisi l’Europa deriva dalla paura che gli Stati non abbiano le risorse per poter ripagare il debito e i relativi interessi ai finanziatori, non certo dall’indisciplina fiscale dei Paesi in crisi, di cui i mercati se ne strafregano. La possibilità che il debito non venga ripagato ( = default) è resa reale dal fatto che il sistema di finanziamento degli Stati che utilizzano l’euro è progettato male, poiché toglie agli Stati la sovranità monetaria senza affidarla ad un organo sovranazionale in grado di sostituirsi ad essi (abbiamo detto che la BCE non può compiere le due operazioni fondamentali di qualsiasi banca centrale). Questo sistema, così congegnato, premia i Paesi più forti dal punto di vista delle esportazioni, più competitivi perché usufruiscono di forza lavoro a basso costo ma con produttività più alte della media europea: perciò la forza dei Paesi esportatori è dovuta alla debolezza dei Paesi a bassa produttività. Ciò genera un differenziale di competitività irreversibile che porta i mercati ad investire sui debiti dei Paesi “deboli” solo a patto che i tassi di interesse siano elevati e il valore delle obbligazioni molto basso, a titolo di garanzia.

La sensazione che provo anch'io quando sento parlare la Merkel o Sarkozy.

Il declassamento di quei Paesi stride con il rating invariato di Paesi “forti” come la Germania, e rende ancora più urgente una serie di interventi necessari a rilanciare la produttività, la competitività e soprattuto la domanda nei Paesi in crisi. Tali interventi avrebbero il merito di sanare gli squilibri fra il Nord e il Sud dell’Europa, permettendo finalmente la stabilità. Il problema più grave non è, come molti vorrebbero far credere, la volontà da parte di investitori non europei di mettere “zizzania” fra gli Stati europei; è invece la volontà di alcuni Stati europei di continuare a mantenere i privilegi delle proprie élite (non dei propri cittadini, sia chiaro) pur sapendo che essi sono causa di sventura per gli altri Paesi. Si tratta quindi di un messaggio chiarissimo che la politica europea dovrebbe recepire al più presto: ma mentre chi ha capito punta il dito verso la luna, la politica sta a guardare il dito.
E viene il sospetto che lo faccia di comune accordo con interessi che hanno come preciso obiettivo la prosecuzione di questa crisi.

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