La shock disinformation e la stampa italiana

•marzo 7, 2014 • Lascia un commento

In calce ad un ottimo articolo di Stefano Santachiara, una commentatrice dall’enigmatico nickname di “Niki-ta-ta-ta” scrive:Immagine

Come ha reagito la stampa democratica, riformista, sedicente di sinistra e pseudolibera all’editoriale di Stefano Santachiara pubblicato la tarda sera di lunedì 3 marzo? Ma ignorando i contenuti-bomba del fondamentale compendio, che del resto sono off limits da sempre! L’ascesa di Napolitano garante atlantico, i servizi sbrigativamente definiti “deviati” dagli stessi questurini di penna che mai hanno denunciato l’infinita strategia della tensione stato-terrorismo-mafia, gli scoop de “I panni sporchi” su Sposetti, D’Alema, i casi Forleo e Digeronimo, la spiegazione finalmente completa dell’involuzione della sinistra progettuale ed etica, la denuncia dei poteri forti che sostengono Renzi, l’onnipotente Fiat, le svendite pubbliche di Prodi, il divorzio Tesoro-Bankitalia, il fiscal compact, tutte questioni cancellate appositamente dai media che invece ripetono in modo ossessivo il mantra di privatizzazioni e spending review e tutto il resto, appunto il meccanismo spiegato magistralmente nell’articolo: light, ordinary, shock disinformation.

Leggiamo dunque i quotidiani del 5 marzo 2014:

Il Manifesto, perso nei labirinti del comma 22 della legge elettorale come fosse un pollaio televisivo qualsiasi, dedica una pagina di cultura a Pietro Secchia. L’articolo, a firma Gianspaquale Santomassimo, mira a stroncare la presunta mitologia che aleggerebbe sull’ex partigiano che fu leader della sinistra del Pci: ”Istituì un legame con Feltrinelli, che si tradusse nella cura di Annali e nel libro sulla Guerriglia in Italia (1969) che probabilmente influì moltissimo sul mito postumo. Viaggiò molto, per documentarsi sulle crisi rivoluzionarie che si erano aperte nel mondo, e nel suo ultimo viaggio in Cile contrasse una misteriosa intossicazione che dopo qualche mese lo condusse alla morte il 7 luglio 1973. Si parlò di un avvelenamento da parte della Cia, senza alcun elemento di plausibilità, ma anche questo entrò a far parte dell’alone mitico che circondò a lungo la sua figura (…) LIGHT

L’Unità pubblica un editoriale di Tommaso Nannicini per chiedere il superamento del messaggio socialdemocratico. Lo scrivente dapprima mostra stupore circa il compromesso tra capitalismo di mercato e stato sociale, che non è stato uno sbocco fisiologico ma “appartiene alle grandi invenzioni della storia, al pari della ruota e della penicillina”. Poi stupisce i lettori del quotidiano fondato da Antonio Gramsci: ”Il passaggio da società “a piramide” (con tanti poveri alla base e pochi ricchi in cima) verso società “ a diamante” (con un’ampia classe media nel mezzo) ha cambiato la natura delle politiche pubbliche, che hanno spesso finito per perseguire obiettivi distributivi (finanziati con inflazione, disavanzo pubblico o tasse nascoste) piuttosto che redistributivi. Nella società dei consumi e dell’istruzione di massa, la sfera personale ha smesso di coincidere con quella lavorativa. La globalizzazione, sia pure tra mille ritardi, sta estendendo la classe media ad altre parti del pianeta. E le attuali difficoltà della classe media nei Paesi sviluppati non implicano certo la sua scomparsa (…) A sinistra si accusa spesso la globalizzazione liberista (ammesso che questo aggettivo significhi qualcosa) di aver ridotto l’uguaglianza. Ma la disuguaglianza tra paesi si è enormemente ridotta negli ultimi due decenni. C’è un eccesso di euro-centrismo in questi gridi d’allarme (…) Lo stesso vale per l’uguaglianza all’interno di un Paese. L’uguaglianza distributiva è senz’altro importante. Ma la stessa distribuzione del reddito può essere o meno accettabile, proprio da una prospettiva di sinistra, se corrisponde a una maggiore o minore uguaglianza delle opportunità.. E una maggiore uguaglianza distributiva non sempre è giustificabile (di nuovo: in un’ottica di sinistra) se è raggiunta sacrificando del tutto l’uguaglianza tra generazioni. L’uguaglianza nei punti d’arrivo degli individui, infine, non vive di solo reddito (…) SHOCK

La Stampa innalza i vessilli del regno di Sabaudia e dei monarchi assoluti. Il record di umidità non spetta però al selfie di Sergio Marchionne, passato in pochi minuti da un onirico “non ho mai chiesto una lira al governo” alla consueta doglianza per i niet dei politici alla riapertura del museo di Arese per “rilanciare l’Alfa Romeo”. Marco Zatterin, riportando la cronaca delle pagelle della Commissione europea alle Regioni italiane in tema di innovazione, ricorda le parole del commissario per l’industria Antonio Tajani:”La presenza della Fiat è stata importante come tutto il sistema delle piccole imprese, hanno fatto la differenza mentre il Paese faticava”. Prosegue di suo pugno l’inviato a Bruxelles:”La regione sabauda è in effetti la migliore a livello nazionale per l’innovazione del business, per la capacità delle piccole imprese di evolversi con progetti fatti in casa e la dote di saper introdurre i processi. E’ regina, infine, anche per la qualità della manodopera ad alta specializzazione. Chapeau!”. ORDINARY

Come accade sovente Il Fatto Quotidiano e Il Foglio intervengono contestualmente sui temi caldi. Il ricettivo quotidiano diretto (ancora per poco) da Antonio Padellaro parla in prima pagina di “tre livelli”. No, non quelli descritti per la shock disinformation ma relativi al governo Renzi, accusato di questioni secondarie e svianti, anche se più sottili rispetto alle consuete invettive televisive sul politico di turno: bella presenza, inciuci, economia. Dove per economia, dalle parti di via Valadier, si intendono, abilmente mescolate dal bocconiano Stefano Feltri, le incapacità dei governi di fare pulizia (richiesta sacrosanta) ma anche di rispettare i diktat del potere esecutivo della Troika al fine di ridurre la spesa pubblica: turboliberismo puro. LIGHT-ORDINARY

Il Fatto è anche l’unico quotidiano a riportare tale agenzinter di Romano Prodi: ”La semplicità delle mie parole nel breve messaggio di auguri all’amico di antica data Guy Verhostadt mi sembrava tale da metterla al riparo da ogni possibile strumentalizzazione, ma prendo atto che non è così. Spiego dunque, a chi non avesse compreso, che le mie parole non sono un sostegno alla lista dei Liberal democratici”. Il Foglio invece si concentra sull’affinità di Romano Prodi con Mosca, sin dai tempi in cui, nel 2008, “venne chiamato a presiedere la società del gasdotto South Stream da Gazprom, salvo poi rifiutare quella che per il governo russo è una sorta di medaglia alla legion d’onore”. In particolare l’articolo non firmato nel giornale di Giuliano Ferrara coglie la coincidenza della nomina di Prodi alla presidenza dell’International Advisory Board (a titolo gratuito) della Unicredit al posto di Amato, nello stesso giorno in cui il professore bolognese “firmava un editoriale sull’International New York Times nel quale avallava, oltre a una soluzione diplomatica e accondiscendente nei confronti di Vladimir Putin, anche alcune tesi propagandistiche del Cremlino. Nello stesso editoriale, l’ex presidente della Commissione Ue smentiva di fatto i suoi ex colleghi di Bruxelles accorsi in piazza a sostegno dei manifestanti”. Mentre soffiano i venti di guerra in una regione dove Unicredit ha interessi nevralgici, “con l’ingresso di Prodi nella pattuglia dei superconsulenti europeisti Unicredit tenta intende forse equilibrare – con diplomazia – il suo posizionamento strategico nell’area”. RADIO FOGLIO

Una riflessione senz’altro degna di nota da parte della lettrice; tanto più alla luce del fatto che a differenza dei quotidiani italiani, più o meno consapevolmente addormentati sulla questione, due personaggi di rilievo all’interno del panorama culturale come Giulietto Chiesa e Luciano Gallino hanno abbondantemente saccheggiato le idee contenute nel saggio di Santachiara.

Un pensiero di Stefano Santachiara su Pier Paolo Pasolini

•febbraio 25, 2014 • Lascia un commento
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Foto di Pasolini realizzata dal set photographer Hans Visser, esclusiva mai uscita su alcuna testata cartacea né online

Ho recuperato un pensiero che rischiava di andare disperso tra i tanti che leggiamo sui social network. E’ dello scrittore Stefano Santachiara, che rispondendo ad una ascoltatrice in merito ad una intervista realizzata per Radio Toscana web ha così ricordato la concezione anticonformista di Pier Paolo Pasolini rispetto all’ipocrisia

“Sì, come intendeva Pasolini, le cui letture (usurpate e manipolate ancora oggi, giocoforza senza citazione) non smettono mai di nutrirmi, sublimando concetti nobili che sento di condividere quasi in toto, ad eccezione della sua posizione, rispettabile poichè attinente alla sfera dell’intima spiritualità ma a mio avviso sbagliata, sul referendum dei radicali. Trovo invece magistrale il discorso di PPP sulla negatività delle critiche all’ipocrisia della sinistra, dei sindacati, della religione o di una filosofia, in definitiva della struttura che ha idealmente valore pubblico, mosse sin dagli albori della rivoluzione industriale italiana da quelle forze politico-mediatiche capitaliste trasversali per conculcare modelli consumistici e privi di etica civile. E’ ovviamente importante fare emergere malaffare, incoerenze e liturgie insensate, ma per migliorare questi aspetti, gravi ma sovrastrutturali (anche se da anticlericale convinto non credo che la Chiesa sia riformabile, comprendo la provocazione intellettuale pasoliniana), ed elaborare una visione di società, classica o/e innovatrice, votata al bene collettivo e ambientale, cosa che come ricordi Renzi si guarda bene dal fare. Invece la geometrica potenza dei poteri forti amplifica mediante apposite maschere politiche (panem et circenses) quegli aspetti negativi, dovuti alla natura predatoria e meschina dei singoli, con lo scopo occulto di svilire e delegittimare nell’inconscio i principi e le idee afferenti alla sinistra (marxismo, socialismo, keynesismo) e al cristianesimo.”

“The dirty clothes of the left wing party”: an interview with Stefano Santachiara

•gennaio 5, 2014 • Lascia un commento

An interview with Stefano Santachiara, co-author with Ferruccio Pinotti, of the journalistic investigative book on the transformation of the major Italian political party.
“I admit it: we could and should have done more and better. We underestimated the
viscosity of the collusive customs that are dominant in our country, even in the
intellectual environment. The point is that a civil, ethical and political culture can’t be
established with articles, seminars and refined books. It must come from a common reason, a shared value”.Image

Salvatore Veca’s explanations can be found in the book “I panni sporchi della Sinistra – I segreti di Napolitano e gli affari sporchi del PD” (in English: “The dirty clothes of the left wing party – Napolitano’s secrets and the dirty affairs of the Democratic Party”) by Ferruccio Pinotti and Stefano Santachiara (Chiarelettere, 2013 pp 382), a book that maybe encompasses the most valuable synthesis of this transformation phenomenon. As the book goes on, it offers a low-key interpretation of the situation, especially targeting the electors of this political party whom, at every defeat or after every incomprehensible action, ask themselves: why?
Meanwhile Silvio Berlusconi, in the evening of November 27, was expelled from the Parliament after a long, lengthy agony, as a result of the application of the Severino law.

“Ousted” – “Voted out” – “Expelled”: International newspapers, especially the anglosaxon ones have reported the decision taken by the Italian Parliament using the most variegated terminology. The rupture, then, was not year 2011, when the “technicians” took office, but November 27, 2013.
Reading “I panni sporchi della Sinistra – I segreti di Napolitano e gli affari sporchi del PD” by Ferruccio Pinotti and Stefano Santachiara is like raising the semi-dark veil which still today covers those schemes and games that we never managed to unveil. The interview with one of the authors, Stefano Santachiara, an inquiry journalist and collaborator for the newspaper “Il Fatto Quotidiano”, aims at clarifying the scope of the book and most of all sheds a light on a story that is still mostly unknown: the inquiries of which very little is said, the collusions, and the endemic sin that brought to the anthropological transformation of a party that was founded to be something different.

In your book there is a full analysis of several happenings that concern the Democratic Party, starting from the time when it was symbolically represented by Berlinguer’s person, and then going through the lives and deeds of some of the key exponents. Why did you feel the necessity, the urgency, to reconstruct the framework of the center-left wing? Did you feel that the press was lacking in reporting the ambiguous, corruption affairs in which the party is involved? 
I believe there was the necessity to reconstruct an organic picture of the party, that would be useful to understand the reasons of the involution of the Italian left wing, both in terms of political program and culture. The publishing industry, despite the frequent polemics inside and outside the PD, induces the reader in believing the contrary, and has treated in a superficial and sometimes neglectful way the various events that affect the nerve centers of the System. I am not just talking about the well-known cases, but also about the several judiciary and journalistic inquiries on opaque relationships, conflicts of interests, and the sophisticated means that also the democrats use to finalize businesses and grow their power.

In light of the new government majority, after the desertion of Forza Italia and the very recent expulsion of Silvio Berlusconi from the Parliament, can the figure of Giorgio Napolitano be interpreted differently from the way you described it in its various aspects (from “migliorista” [ belonging to a reformist subgroup of the former Communist Party] to “atlantista” [tied to Atlantic powers], and finally evidently in sync with Silvio Berlusconi)?
The relationship between Napolitano and Berlusconi has seen phases of explicit syntony alternated with tactic estrangements. We must take into account that the leader of the re-estabilished Forza Italia is not defeated: on one side a law (the former Cirielli law) protects him from all risks of being imprisoned; on the other side he will try to become Prime Minister again without going through the elections, which he will carry on anyway in an even more self-pitying fashion. Also, the hypothesis of an act of grace from the President of the Republic cannot be excluded, unless there really aren’t the prerequisites to grant grace, as the latter has stated. In every case, when the situation will evolve in a negative way for Berlusconi who, as every human phenomenon is destined to disappear, Napolitano will act as a barometer. “King George” is the supreme warrantor of the Atlantic power; he is well-liked by the Vatican and is double-linked to the Italian left wing of the Second Republic. Indeed, it must not be forgotten that the “Berlusconism”, the proprietorial and shoddy management of the institutions that has penetrated the country with its moral ruins, has created a far larger system. Just to stay on the topic of justice, in its 7 years of government, the left wing – as we have explained in our book – has not trashed any of the “laws of shame” but has ended up creating their owns. The governments of the “technicians” have put in place measures of “social butchery” by applying the austerity doctrine and by privatizing strategic sectors of the State. The modern left wing has tried to enter the parlor and has developed relationships with unscrupulous financial experts. Napolitano has observed these phases on a due distance, but has always played and will continue playing a primary role in the geopolitical arena.

In the detailed and would say new biography of the President of the Republic there are several historic happenings that have been eluded by the most, such as the one of the escape of the former representative of the P2 Licio Gelli, just when Napolitano Minister of Internal Affairs in 1998. Another event of those years (1997) is the audition of the justice collaborator Carmine Schiavone before the Parliament Commission of Inquiry on waste recycling, an inquiry that was advertised only after the removal of the State Secret. These essential information have been kept secret for almost 20 years. Is this still due to the need to guarantee an equilibrium in the country?
This is the emblem of a country that is content with pieces of truth, often convenient truth. It is evident that truth is hidden at many levels because the mass of powers that manage the destines of this country does not allow that the conditions to bring light to these obscure seasons are created, by applying also the strategy of tension commendably described by Pier Paolo Pasolini. Furthermore Italian media, addressed by impure publishers with different interests but connected to each other, have reduced inquiry journalism to the bones. Just to give an idea of the current “dispersion” and “repression” strategy, it is enough to notice that while the Kennedy family is still venerated, our own “JFK”, Aldo Moro, has been forgotten already from a long time.

You compare Aldo Moro to JFK in terms of changing potentiality, for the major change that the first tried to apply with the attention strategy that then culminated in the historical compromise. However, Moro put together that “strategy” just because – being him a great political strategist – he understood that it was not possible anymore to isolate a party that was gaining ever more popularity in the country. In reality, the strategy only aimed at a normalization, a control that the Italian Communist Party (PCI), after the initial due caution, accepted with significant consensus just to stay in the parlor of power. In my opinion, even here in Italy, Moro is not looked at under an objective light. What do you think about it? 
I share your interpretation, also considering the role of bastion that the DC (Democrazia Cristiana – in English, Christian Democracy, Moro’s party) undertook in the International scenario and the natural pretension towards the Cold War politics. I believe that the person of Moro has become an icon, which has been however removed in many crucial aspects.

Another key figure of the “cold fusion” between left wing and former DC representatives, to quote Achille Occhetto whom you interviewed in your book, is Luciano Violante who has lived his political life after an admirable career as a magistrate with perfect balance. The apex of this balance seems to be the so called “negotiation” between State and Mafia (for which Napolitano was asked to give his testimony as a witness along the trial hearings), that sees him as a protagonist with late depositions on his role in those years (92-93). Violante, as you report in the book, had adopted a very cautious position on Berlusconi’s decadence from Parliament. What happened this time? Is this new balance being formed and how?
I believe that everybody is still waiting. Violante’s movements must be observed with great attention because we are talking of a chameleonic person that has lived the most delicate phases of the Italian contemporary history. After having investigated on the military coup by Edoardo Sogno, Violante was entitled as consultant of the Ministry of Justice in the Andreotti government of national solidarity. In the role of President of the Anti-Mafia Parliament Commission he has been depicted as the fist accuser of the “Divo Giulio” (Divine Giulio) at the time of the inquiry carried out by the Prosecutor of Palermo Giancarlo Caselli. In that phase, as you reminded me, Violante had a very ambiguous behavior when the audition of Vito Ciancimino before the Commission did not take place, and was also ambiguous about the conversations with the general officer Mario Mori, that Violante made public 16 years later only. I am pretty sure that the 2002 confession about an under-the-table agreement with Berlusconi for the intangibility of Mediaset can represent some sort of message to decode, typical of political groups who share secrets.

In the chapter Mafia nella roccaforte rossa [“Mafia in the red headquarters” in English] on the Serramazzoni case ( a town in Emilia Romagna involved in the judiciary inquiry opened in 2011 on a possible collusion between Mafia and politics), you state that this is the “first” verified case about relationships between Mafia and politics in which the PD is formally involved: what do you mean by first verified case?
Actually it’s the first case in Northern Italy about an administration led by the PD. Regardless of the outcome of the trial (the charges are: corruption and collusive tendering of some works in the Apennine region), the relationships between the PD major of Serramazzoni Luigi Ralenti and the former detainee Rocco Baglio from Gioia Tauro have already been verified. According to the prosecution, the Mafia boss won the contracts with one hand and with the other set arsons, and sent to other contractors animal heads, an unmistakable Mafia symbol. Even if collusion events are more numerous in the centre-right wing – starting from the founder of Forza Italia Marcello dell’Utri who was convicted for involvement in criminal association, the growing international enterprise of the “Mafia Ltd.” involves the left wing as well, and not only in the South.

Your description of the role of the PD women is particularly interesting and shows that despite various claims and a few recent representative designations (and of course apart from some great women of the past like Nilde Iotti and Tina Anselmi) they don’t seem to find a relevant role and power in the party. Left aside what you report in the book chapter “Women in PD”, can you explain us why this is so?
The reasons must be found in the cultural retardation of the patriarchal society influenced by the Vatican. The left wing, even if with its chauvinist unwritten dogma, has allowed women to conquer fundamental roles and rights throughout the ‘900. The fact that the driving force is now aground, and today the PD acts just as the other Italian political parties, could be connected to the entrance in the rooms of power and the conception of power which implies co-optation, in alignment with criteria which are not meritocratic. Nevertheless, there are examples of women who stand out for the courage and rigor they apply in their analysis and proposals; great administrators who challenge the Mafia, as we tell in our book.

(Simona Zecchi).

English version by Marina Melchionda, translation collaborator: Giacomo Bracci, a scholar economist

Stefano Santachiara, investigative journalist, is a collaborator of “Il Fatto Quotidiano” since 2009.
Ferruccio Pinotti writes for “Corriere della Sera” and has authored many inquiry books on strong powers.

Fonte: http://stefanosantachiara2.wordpress.com/2014/01/04/the-dirty-clothes-of-the-left-wing-party-the-la-voce-di-new-york-interview/

Disponibile su La Voce di New York: http://www.lavocedinewyork.com/I-panni-sporchi-della-Sinistra–I-segreti-di-Napolitano-e-gli-affari-del-PD-/d/3562/

Il Venerdì e le convergenze parallele

•dicembre 17, 2013 • 1 commento

L’ultimo numero del Venerdì di Repubblica, uscito il giorno 13 dicembre 2013, contiene un’interessante inchiesta su un lato poco conosciuto del nostro Presidente della Repubblica: pare che Napolitano fosse sotto osservazione dell’intelligence britannica tra gli anni ’70 ed ’80, in quanto “volto sorridente” e moderno del Partito Comunista Italiano. L’articolo, pubblicizzato sulla copertina del periodico, contiene anche una serie di rivelazioni relative alle attività di spionaggio dei servizi inglesi su esponenti della sinistra dell’epoca, come Pajetta e Cicchitto.

Il timing dell’articolo è curioso, dal momento che esce poco tempo dopo un coraggioso libro scritto dai giornalisti Ferruccio Pinotti e Stefano Santachiara, dal titolo I panni sporchi della sinistra ed edito da Chiarelettere. Nei vari capitoli del libro, motli degli attuali protagonisti del Partito Democratico vengono studiati e ne vengono tracciati i rapporti con lobby e centri di potere nazionali ed internazionali. Un ampio spazio è dato proprio alla biografia di Giorgio Napolitano, e in particolar modo ai suoi rapporti con Silvio Berlusconi, i servizi sergeti americani e la massoneria. I documenti proposti dagli autori, di matrice americana, ci parlano di un Napolitano garante dei poteri atlantici che attraverso la sua corrente “migliorista” contribuisce alla mutazione genetica del PCI in un partito organico ai poteri sovranazionali.

Tuttavia, nell’articolo del Venerdì il libro di Pinotti e Santachiara non viene minimamente citato.
Si tratta di una semplice coincidenza? Eppure è altamente improbabile che I panni sporchi della sinistra, con la sua nuova chiave di lettura su Napolitano, sia sfuggito ai segugi di Repubblica: oltre a numerose recensioni apparse su carta e sul web, anche una testata online come Micromega, appartentente allo stesso gruppo editoriale del Venerdì, ne ha pubblicato un estratto il giorno 4 dicembre.
Cerchiamo di comprendere questo strano caso che potremmo definire di “inchiesta parallela”, dal momento che mentre i due scrittori impiegano fonti americane per documentare l’interesse dei poteri atlantici verso Napolitano, i giornalisti del periodico di Repubblica utilizzano fonti britanniche.
Alcuni elementi dell’articolo del Venerdì sono poi illuminanti al riguardo. Le fonti dei servizi britannici dipingono infatti Napolitano come un innovatore; un moderato che con la sua capacità di intrattenere rapporti con una pluralità di poteri esteri ha permesso al PCI di dismettere i panni dell’antiquato e temuto movimento di massa, per trasformarsi in un partito moderno e capace di governare i processi politici dell’Italia.

L’immagine di Napolitano che emerge dalla lettura del libro di Pinotti e Santachiara è totalmente diversa. I viaggi di Napolitano negli Stati Uniti durante il rapimento di Aldo Moro; le dichiarazioni e i documenti che testimoniano legami pericolosi con i servizi segreti e i falchi americani come Brzezinski e Kissinger; le convergenze con Silvio Berlusconi ci parlano di un politico con la precisa missione di garantire e consolidare i poteri atlantici, piuttosto che un visionario riformatore.

La lettura comparata dei due contributi fa sorgere immediatamente una domanda. Perché la redazione di Repubblica omette di citare una fonte così cruciale nell’analisi dei rapporti fra Napolitano e i poteri esteri?
Il sospetto è che l’operazione del Venerdì serva a nascondere al grande pubblico la natura innovativa e “scomoda” delle tesi di Pinotti e Santachiara, che risulterebbero già note e già sentite a chi si troverebbe a scoprirne l’esistenza dopo la lettura dei contributi del periodico.

Ma si tratta, al contrario, di due analisi che giungono a risultati totalmente diversi, ed è perciò importante che le tesi di Pinotti e Santachiara siano portate alla luce senza essere oscurate o annacquate.

Spiragli

•maggio 26, 2012 • 1 commento

Un breve intervento, che è doveroso fare alla luce della partecipazione di Paolo Barnard ieri sera a L’Ultima Parola (Rai2).

Doveroso perché finalmente, dopo mesi di inutili richiami ad una fantomatica “unità nazionale” e ad una non meglio precisata ricetta per la “crescita”, il grande pubblico ha avuto modo di conoscere scampoli di verità, proclamati a chiare lettere.

Non dimenticherò mai la faccia di Colaninno, e il suo intervento berlusconeggiante e censorio, quando Barnard ha esposto il suo pensiero circa l’attuale premier: è l’emblema di una classe politica che per 20 anni ha sbraitato contro il Nemico Finale Berlusconi (senza mai prendere, però, quei due o tre provvedimenti che lo avrebbero definitivamente messo fuori gioco) e che ora difende attivamente un gruppo di tecnocrati non eletti che stanno devastando l’Eurozona.

Questa è storia, gente.

La crisi economica e il Back-Office del Potere: incontro con Gioele Magaldi

•maggio 6, 2012 • 13 commenti

Nel film The Matrix (1999), i fratelli Wachowski hanno rappresentato un mondo distopico, nel quale gli uomini sono imprigionati all’interno di un sistema di false rappresentazioni della realtà, artificialmente costruite per schiavizzarli.

La scena più sensazionale del film è senz’altro quella dell’iniziazione del protagonista Neo all’arduo percorso che lo porterà a svelare le realtà nascoste da quel mondo fittizio. Il suo mentore Morpheus gli porge due pillole, una blu ed una rossa: la prima per dimenticare tutto e tornare serenamente alla vita precedente, la seconda per gettarsi anima e corpo alla scoperta dei segreti di Matrix, e “scoprire quant’è profonda la tana del Bianconiglio”.

Ebbene, questa crisi offre l’occasione giusta per scegliere la pillola rossa, e in questo caso l’oggetto della ricerca è: perché nascono crisi economiche come questa, strutturalmente dirette a colpire i ceti medio-bassi della popolazione? E ancora, esistono motivi (diversi dal semplice profitto a breve termine) che abbiano spinto potenti gruppi di potere a tanto?

Il mondo di internet offre “verità” e chiavi di volta pronte all’uso per spiegare millenni di storia, ma troppo spesso provenienti da voci che pretendono di imbrigliare gli eventi nei loro schemi monolitici e distorti; perciò, un individuo inesperto ma desideroso di sapere, come il sottoscritto, rimane confuso e insoddisfatto di spiegazioni semplicistiche.

Così, tempo fa decido di cercare di contattare ed incontrare Gioele Magaldi, leader del movimento d’opinione Imagemassonico Grande Oriente Democratico, perché mi sembrano imponenti la qualità e la quantità delle informazioni riportate dal sito del movimento stesso (www.grandeoriente-democratico.com) così come assolutamente intrigante appare l’impostazione di fondo che regge le sue tesi. Seguo da mesi gli interessanti interventi del sito, ma sono convinto che un incontro personale possa dare ancora più solidità alla mia comprensione delle dinamiche analizzate da Grande Oriente Democratico.

In quella che poteva sembrare ad occhi esterni una semplice chiacchierata in un caffè di Roma, Gioele Magaldi ha esposto sinteticamente e parzialmente alcune delle considerazioni che egli argomenta e documenta nel suo libro “MASSONI
. Società a responsabilità illimitata. Il Back-Office del Potere come non è stato mai raccontato. Le ragioni profonde e le ragioni inconfessabili della crisi economica e politica occidentale del XXI secolo” (Chiarelettere Editore)
, di imminente uscita.

La nostra discussione è partita dall’analisi di due libri intriganti (ritenuti utili e suggestivi anche da Magaldi, che però li giudica limitati e carenti sotto alcuni profili storico-critici) come Il Più Grande Crimine di Paolo Barnard e Il romanzo della crisi dell’anonimo che si firma Agente Americano: in essi viene delineata una contro-storia del potere politico e finanziario dell’ultimo secolo, e in particolare di come alcuni gruppi di potere sovranazionali, tendenzialmente conservatori ed iper-liberisti, abbiano elaborato qualche decennio fa un piano per far precipitare nella recessione le economie delle democrazie occidentali, e metterne in discussione la sovranità nazionale e popolare. Mentre Barnard affronta prevalentemente la storia dell’Unione Europea e dell’euro come strumento di oppressione, Agente Americano si concentra sulla realtà americana, ma entrambi individuano dei responsabili precisi: le èlite neoliberiste, neoclassiche, neomercantili, il cui potere si esplica e si propaga per mezzo di Club sovranazionali come la Commissione Trilaterale, il Club Bilderberg, il Council on Foreign Relations e molti altri.

Questa ricostruzione, solo parzialmente condivisa da Magaldi, è infatti da lui ampliata, integrata e corretta mediante l’inclusione dell’elemento chiave per spiegare questa malsana egemonia totalitaria della finanza iper-mercatista: è la Massoneria, con tutta la complessità della sua storia non solo “politica” ma anche “filosofico-spirituale”.

Contrariamente a quanto si crede nell’immaginario collettivo, la Massoneria è infatti un’istituzione bifronte. Magaldi spiega che, dopo la fase rivoluzionaria del XVIII secolo, in cui la Massoneria costituì il centro propulsivo e creativo della distruzione dell’Ancièn Regime all’insegna del fondamentale trinomio Libertà-Uguaglianza-Fraternità (che sarà assunto come obiettivo di tutte le stagioni rivoluzionarie euro-occidentali) il mondo libero-muratorio si spacca pressappoco in due, con ampie zone grigie tra l’uno e l’altro orientamento.

Se nella stagione settecentesca il nemico comune era rappresentato dal principio secondo cui l’aristocrazia veniva legittimata al potere da un supposto diritto di sangue, tutto cambia dopo la distruzione di quell’antico ordine sociale, firmata e resa possibile soprattutto dalla Massoneria. Mentre gran parte dei massoni sostiene la necessità di continuare sulla strada dell’ampliamento dei diritti civili, politici, umani, in una continua ricerca del bene e del progresso liberale e democratico dell’umanità, altri consistenti gruppi latomistici prendono le distanze da quest’impostazione. Massoni come Edmund Burke (ma è un nome fra tanti), ad esempio, oscillano tra la difesa conservatrice del modello aristocratico-parlamentare inglese e un rinnovamento del principio d’autorità precedente, ma con una significativa variazione: in sostanza non più l’egemonia di un’aristocrazia di sangue, in quanto tale archiviata dalla storia, ma un’aristocrazia dello spirito, che lasci agli uomini “più elevati” iniziaticamente (talora anche di nobile lignaggio, ma spesso no) l’onere e l’onore di governare la massa degli individui “inferiori”.

Per precisare quest’aspetto, Magaldi spiega come tale convinzione trovi le sue radici in un’interpretazione oligarchica del pensiero gnostico valentiniano, in particolare dell’idea che gli uomini siano suddivisi in tre classi “ontologiche”:

- quella degli uomini ilici (dal greco hyle, materia), legati esclusivamente alle pulsioni e alle emozioni, ed incapaci di governare sé stessi;

-  quella degli uomini psichici (da psiche, anima) legati prevalentemente alla razionalità e all’intelletto, ma con scarsa conoscenza della realtà spirituale;

-  quella degli uomini pneumatici (da pneuma, spirito), ovvero quelli che realizzano in sé il mix perfetto fra corpo, anima e spirito.

Questa categoria di massoni elitari, ampia ed eterogenea, condivide l’obiettivo di farsi leader pneumatica dell’umanità, considerata non come comunità da perfezionare progressivamente nel suo insieme nel rispetto di regole democratiche e pluraliste (come è invece obiettivo dei massoni progressisti) bensì come massa informe, incapace di essere plasmata se non da un gruppo di elitari Maestri Illuminati.

ImageDa questa dialettica massonica nascono, secondo Magaldi, le grandi contrapposizioni ideologiche che contraddistinguono Modernità e Contemporaneità. Si va dall’epoca delle lotte politico-sociali ottocentesche e dei vari risorgimenti nazionali anti-Restaurazione a la Prima e alla Seconda Guerra Mondiale, fino alla guerra finanziaria che stiamo sperimentando sulla nostra pelle nel XXI secolo. Questa affonda le sue radici in una revanche neoliberista che, a partire dagli anni ’70, inizia ad affossare e denigrare qualunque modello socio-economico keynesiano. Inoltre, è sempre da quegli ambienti massonici elitari e reazionari che hanno avuto origine il Fascismo ed il Nazismo (nonostante le apparenti proclamazioni anti-massoniche, in realtà dirette scientificamente contro le componenti progressiste e democratiche della Libera Muratoria); da quel tremendo scontro, la Massoneria progressista esce vincitrice (vedi soprattutto l’opera di quei Fratelli che agirono accanto al Massone Franklin Delano Roosevelt e al Massone reazionario pentito Winston Churchill) ed ha ancora ampi spazi di manovra nel primo dopoguerra, ma per Magaldi gli anni ’70 segnano l’ascesa di vecchie-nuove componenti massoniche oligarchiche e reazionarie.

Abilmente celate dietro una maschera di universalità cosmopolita e di propensione verso l’intero villaggio globale, queste componenti, fortemente radicate anche nella grande industria e nell’alta finanza, si fanno portatrici di un’aberrazione imperialistica e tirannica della globalizzazione, foriera di squilibri e spaccature ancora più profonde fra Nord e Sud del mondo. Dopo aver completamente trasformato i rapporti di produzione, creando sacche di lavoro sottopagato e schiavizzato nei Paesi in via di sviluppo, queste correnti massoniche iniziano ad adoperarsi anche per una destrutturazione progressiva di quella che era stata la linfa della politica economica relativamente equa e armoniosa degli Stati occidentali democratici del XX secolo: la finanza pubblica finalizzata a promuovere ampia occupazione e giustizia sociale.

Ostracizzando persino la memoria dei Massoni progressisti Keynes e Roosevelt, ostacolando qualunque sviluppo neo-keynesiano in termini di intervento pubblico nell’economia, questi massoni neo-oligarchici diffondono e rendono ovunque (accademie, think-tanks, istituzioni economico-finanziarie internazionali, alte burocrazie dei singoli stati, dirigenti politici di destra e sinistra) egemone una visione iper-liberista ed iper-mercatista, in cui, per dirla con Reagan, lo Stato diviene il problema e non la soluzione. E via con tagli alla spesa statale, deregolamentazioni mostruose, progressivo annullamento dei margini d’azione pubblici nelle politiche economiche. Ecco che gli anni ’90 e 2000 divengono le epoche d’oro della finanza speculativa, ma si trasformano nell’incubo del 99% della popolazione, che vive una crisi strutturale ormai vecchia di 30 anni.

L’Europa è, in questo senso, un laboratorio ideale per questo esperimento di ingegneria sociale. Riuniti negli stessi consessi in cui altri massoni, favorevoli ad un’idea di progresso ecumenico dell’intero continente, elaborano i passi necessari per giungere agli Stati Uniti d’Europa, gli “oligarchici” si muovono per eliminare ogni residuo di sovranità, prima monetaria, poi politica delle singole nazioni, ma badando bene di non restituirle in alcun modo ai cittadini europei, magari sotto forma di organi comunitari funzionanti, controllabili dal popolo e sottoposti a regole liberali e democratiche.

I risultati sono sotto gli occhi di tutti: un sistema monetario (l’euro) che introduce assurdi vincoli finanziari agli Stati, costringendoli a reperire risorse nei mercati di capitali, una Commissione Europea non eletta da nessuno che ha però la prerogativa di iniziare gli iter legislativi, una Banca Centrale Europea che è preposta all’unico e teologico obiettivo del mantenimento della stabilità dei prezzi, ma che per di più impone precisi indirizzi di natura politico-economica ai singoli stati.

In sostanza: zero sovranità monetaria, zero impatto del settore pubblico sull’economia, squilibri insanabili fra Paesi “forti” e “deboli” dell’UE.

Il tutto culmina con la svolta dell’autunno 2011, quando Grecia ed Italia, colpite dalla crisi degli spread, vengono sottoposte al commissariamento dei podestà forestieri Lucas Papademos e Mario Monti (rispettando formalmente le Costituzioni dei due Paesi, ma imponendo determinate politiche economiche con diktat insindacabili e la costante minaccia dello spauracchio “spread” sui buoni del tesoro). Guarda caso, si tratta di due alfieri neoliberisti, che s’impegnano sin da subito a realizzare politiche di austerità totalmente recessive e depressive che strangolano ancor di più le economie interne. Il tutto sotto la scaltra presidenza della BCE di Mario Draghi, il quale si profonde nell’obiettivo di dirottare enormi quantità di fondi europei verso banche e istituti finanziari internazionali: mai però un euro in più alle imprese in condizioni di stretta creditizia o ai governi degli Stati, i quali, evidentemente, non sono too big to fail come le banche.

Nell’ottica di Magaldi, questa serie di operazioni ha come obiettivo finale la creazione di un nuovo ordine sociale, in cui un gruppo di tecnocrati non eletti cerca ed ottiene la leadership incondizionata dell’Occidente, ma resta all’ombra di istituzioni solo apparentemente democratiche. Una nuova Matrix, insomma, dove le frequenze del potere sono condensate in palazzi inaccessibili ai più e i poteri non sono più legittimati dal basso, ma eterodiretti dall’alto.

ImageCiò che però egli ribadisce costantemente è che questo Progetto, così abilmente congegnato, non è una macchinazione portata avanti dall’intera classe dirigente mondiale (un presunto Vero Potere elitario monolitico e uniforme immaginato da complottisti e cospirazionisti vari, in realtà inesistente in questi termini); così come non nasce nei Club mondialisti di cui si è parlato in precedenza, che al massimo sono teatro di incontro e scontro tra diverse componenti e fazioni (particolarmente sopravvalutati sono Aspen Institute e Club Bilderberg, luogo di incontro e discussione tra istanze macropolitiche differenti tra loro). Se di Piano o Progetto intelligente e consapevole si deve parlare, esso va semmai ascritto all’opera di alcune fazioni massoniche e paramassoniche elitarie e neo-aristocratiche/oligarchiche. In tutto ciò, Magaldi aggiunge che, nonostante in questo momento il “partito oligarchico” sia in netto vantaggio, gli oppositori, di cui egli fa parte, si stanno attrezzando per combattere e resistere ad una epocale involuzione e stabilizzazione anti-democratica ed illiberale dell’ecumene globalizzata, Occidente compreso.

Naturalmente, mi scuso con Magaldi se ho tentato di semplificare a scopo introduttivo alcuni temi del suo libro – certo assai più complesso, articolato e ricco di analisi esplicative sulla natura e sulla genesi del potere nella società moderna e contemporanea di quanto non sia raccontato in questa mia esposizione – ma ho ritenuto utile iniziare a familiarizzare l’opinione pubblica su un’ermeneutica così raffinata e preziosa per comprendere il Mondo in cui viviamo, e le sue radici storiche e ideologiche più profonde. Tutto ciò viene esposto, sia chiaro, al di là di tutte le teorie complottiste e cospirazioniste monodirezionali (che servono a deviare l’attenzione dalle effettive e complesse trame egemoniche perseguite da influenti gruppi sovra-nazionali in conflitto e concorrenza tra loro); e invece, come direbbe Magaldi, cercando di portare alla luce un po’ per volta quello che effettivamente accade nel Back-Office del Potere, solitamente sottratto allo sguardo dell’individuo comune, del politico comune e persino del mainstream mediatico. Quest’ultimo, d’altronde, si presenta spesso o poco attrezzato culturalmente per comprendere quello che si muove all’ombra dell’ufficialità istituzionale-diplomatica, oppure troppo asservito, mediocre e intimorito per indagare e spiegare senza superficialità censoria o auto-censoria le vicende più complesse dell’attualità.

“Non si poteva fare diversamente”

•aprile 21, 2012 • Lascia un commento

Nel mezzo del casin di nostra vita, fra i beceri exploit del Trota e i soliti giochi di prestigio di Comunione e Liberazione, la notizia politica più significativa dell’anno 2012 è passata inosservata grazie all’immancabile silenzio dei media.

Lo scorso 17 aprile infatti, il Senato ha approvato in seconda lettura il ddl che introduce nell’art. 81 della nostra Costituzione il vincolo del pareggio di bilancio: 235 voti favorevoli, 11 contrari, i restanti astenuti o “in missione”. Roba da economisti, diranno i più. Sarà, ma cosa tutto ciò significhi in termini pratici lo hanno spiegato con dovizia di particolari Paolo Barnard, Lanfranco Turci, Vladimiro Giacchè e perfino un accademico della Luiss, il prof. Giuseppe Di Taranto, ai microfoni del Tg1.

Il messaggio è forte e chiaro: se lo Stato tassa esattamente in misura eguale alla spesa che effettua per la cittadinanza, quella che gli economisti chiamano “domanda aggregata interna” subisce delle pesanti diminuzioni, che a loro volta hanno un effetto depressivo sui redditi, e così via fino ai consumi, che ne usciranno devastati. Per anni, l’egemonia neo-liberista imperante, che regna in maniera assolutamente bipartisan, ci ha raccontato che il debito pubblico è di per sè un cancro da combattere, ma senza spiegarcene accuratamente la ragione. Si dà per scontato che lo Stato, come un qualsiasi padre di famiglia o una qualunque impresa, debba risparmiare in misura uguale o superiore a quella che desidera spendere: da qui l’idea che sia necessario tendere verso il pareggio di bilancio, per assicurare un buon corso dell’economia interna.

Niente di più falso, e lo possiamo appurare riflettendo sulla natura del sistema monetario vigente. In sostanza, gli Stati membri dell’Unione Europea hanno perso ogni forma di sovranità monetaria: sono vincolati dal punto di vista finanziario dalla quantità di titoli del debito che riescono a collocare sul mercato, offrendoli a investitori privati, a tassi d’interesse decisi dal mercato stesso (non mi dilungo sul meccanismo, che ho trattato in questo post).

Una misura così fortemente depressiva è stata votata a maggioranza dall’intero asse partitico che sostiene il governo Monti (Pd, Pdl, Udc); eppure non è poi così datata l’affermazione del segretario del Pd Pierluigi Bersani, il quale in data 11/08/2011 affermava: “Non parlateci di pareggio di bilancio in Costituzione, sarebbe castrarsi da ogni politica economica“.
E certo che sarebbe castrarsi da ogni politica economica: del resto anche negli Usa si era provato ad introdurre un simile principio, ma con grande tempestività diversi premi Nobel per l’economia hanno informato il governo Obama e l’opinione pubblica dell’assoluta scempiaggine che si stava per compiere.

Cosa ha spinto allora il Pd a votare in maniera così allineata e coperta questo provvedimento, imposto con diktat degno degli antichi imperatori persiani dal Direttorio tedesco dell’Unione Europea?
Senz’altro, all’interno del partito esiste un solco profondo fra i convinti assertori di simili norme, ad esempio i centristi ex-Margherita che guardano con favore ad uno “Stato minimo” di matrice reaganiana, e la corrente più a sinistra, che Bersani sembra rappresentare; ma il voto è stato unanime e compatto.

La redazione di Democrazia Radical Popolare, movimento politico vicino al Grande Oriente Democratico, ha così descritto gli avvenimenti di quei giorni:

Costui [Bersani], dopo aver affermato nell’agosto 2011 che inserire il principio del Pareggio di Bilancio obbligatorio in Costituzione sarebbe equivalso ad un’opera di castrazione e inibizione di qualsivoglia politica economica, con inenarrabile faccia di bronzo ha impartito ai deputati e senatori PD l’ordine di scuderia di approvare questa misura suicida e criminale per le sorti del popolo italiano.

[...] Si tratta di misure ferocemente neoliberiste, di una destrorsità talmente ottusa che anche un conservatore come David Cameron le ha rigettate e persino un liberal-liberista italiota doc come Nicola Porro ha dovuto ammettere che, in un momento come l’attuale, spingere per il Pareggio di Bilancio Costituzionale era quantomeno inopportuno.

Si tratta insomma di un’inversione a 90° gradi, di cui gli stessi elettori del PD non si rendono minimamente conto. La domanda che sorge spontanea è: chi è questo dio potente che induce il segretario del partito a militarizzare il tal senso la votazione?
Soprattutto perché ieri, 20 aprile, Pierluigi Bersani ha dichiarato ad un cittadino, che gli poneva una simile domanda, che ribadisce le posizioni espresse l’11 agosto 2011, così come la sua disapprovazione delle politiche economiche tracciate dal Fiscal Compact. “Non si poteva fare diversamente“, ha però aggiunto, quando lo stesso cittadino gli faceva notare che il voto del suo partito al Senato andava esattamente nella direzione opposta.

Il quadro assume tinte sempre più fosche. Al di là del giudizio di merito che si può dare ad una simile insipienza, ed una tale mancanza di lungimiranza da parte del PD, ciò che emerge dalla vicenda è che il Parlamento italiano è stato completamente esautorato da ogni suo potere.
Non solo il governo tecnocratico europeo, nella persona di Monti, ha stretto sempre più rapidamente la sua morsa attorno all’Italia, ma anche attorno a quelle sparute frange di dissenso. L’evidente minaccia a tali forze è stata chiara: ve la sentite di opporvi a qualcuno che è in grado di far aumentare vertiginosamente lo spread fino al punto di non ritorno, e di far ricadere, tramite i media, la responsabilità del successivo collasso sulle vostre teste?
Evidentemente non se la sono sentita.

Il massimo del dissenso possibile, per membri del PD come Vincenzo Vita, è stato l’astensione. Dalle sue parole, apparse su Twitter, si deduce l’entità dell’assoluta impotenza della politica italiana, di fronte alla forza di lorsignori: “Ieri mi sono astenuto nel voto sull’equilibrio di bilancio, ritenendo sbagliato metterlo in Costituzione. E’ stata una scelta di dissenso“.

E così, all’insegna del “ce lo chiede l’Europa” e del “non si poteva fare diversamente”, si chiude un cerchio che è iniziato da qualche decina di anni, con la ratifica benpensante del Trattato di Maastricht e dei successivi accordi europei, le privatizzazioni selvagge del ’92, ad opera di un signore che oggi presiede la BCE, le misure destabilizzanti e depressive su occupazione e tassazione promosse dai governi di centro-destra e centro-sinistra, legati a doppio filo alle lobby finanziarie mondiali che stanno profittando da questa crisi.
Questo paziente lavoro di estromissione della politica dal suo ambito d’azione ha dato i suoi frutti, grazie ai rapidi passi in avanti che le forze politiche italiane hanno permesso a questo progetto di compiere.

Lasciate ogni speranza voi che entrate“, quindi, ma soprattutto, lasciate ogni speranza voi che votate.

 
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