Questa sì che è Euro-sclerosi (1)

di Pier Giorgio Ardeni

Forse in pochi ricordano un termine venuto di moda in certi circoli negli anni ’80 – Euro-sclerosi – per indicare un mercato del lavoro “sclerotico”, come fossero le arterie otturate della vecchia Europa, a fronte di un’economia comunque in crescita che non lasciava fluire i lavoratori dentro e fuori, a differenza di quello americano a quel tempo più “dinamico”. Ne parlarono Olivier Blanchard e Larry Summers, allora “giovani economisti” promettenti, in un famoso articolo del 1986 sull’isteresi della disoccupazione europea (agli economisti è sempre piaciuto rifarsi ai fisici e prenderne a prestito i termini con ben altro significato). L’Euro-sclerosi come sinonimo di alta disoccupazione e bassa mobilità. Non che gli Stati Uniti stessero poi così meglio, a quel tempo, e con il senno di poi lo si può ben dire, visto che il productivity slowdown cominciato alla fine degli anni ’70 faceva ancora sentire i suoi strascichi. E, anche lì, giù a dare la colpa al mercato del lavoro! Gli anni sono passati, e di acqua sotto i ponti ne è passata al punto di allagare, esondare, ritirarsi in siccità e cambiare il mondo.

Oggi siamo nel mondo del post, dal postmoderno al post-capitalismo, al post-comunismo (quello ce lo siamo già dimenticati). La globalizzazione ha spazzato via tutto, dopo la crisi finanziaria delle tigri asiatiche (1987), il crollo del muro di Berlino (1989) e delle economie sovietiche (1991), le terapie shock (1991-96), la bolla del dot com (1999-2000), la bolla immobiliare (2004-07), la crisi dei sub-prime (2007-08). A quel tempo la Cina era ancora un nano, oggi è l’Orco dell’economia mondo. E se quella Euro-sclerosi appare lontana come fosse un’altra era geologica, le arterie della vecchia Europa si sono di nuovo intasate. Ma questa volta, potremmo dirlo, non sono quelle del mercato del lavoro: sono quelle dell’Economia e dei suoi Signori e dei suoi Governanti. L’Euro-sclerosi ha il suo ceppo infettivo a Brussels, nelle stanze Palazzo a Stella della Commissione Europea, in quelle della Eurotower di Frankfurt, e in vari altri Importanti Centri di Potere.

Europa
Per una crisi che da più parti è stata riconosciuta come “la più grave dai tempi della Grande Depressione”, tanto che molti la chiamano la Grande Recessione, quali politiche, quale grandioso disegno è stato concepito? Nessuno. Non me la faccio con i “politici”, qui, che oggi è come sparare a un uomo morto, ma con i loro ispiratori. Se fu Franklin Delano Roosevelt a portare avanti il New Deal, contro l’opposizione feroce dei conservatori cui dovette concedere molto – come ad esempio la non universalità della copertura della spesa sociale che esso inaugurò – furono pensatori come John Maynard Keynes e Lester Ward e tutto il pensiero progressivo americano a tracciarne le linee guida ispiratrici. Non solo una politica fiscale espansiva (possibile che ancora l’insegniamo ai nostri studenti, come caso da manuale, e si faccia tanta fatica ad accettarne la possibilità?), ma uno Stato che si prende cura dei suoi ceti più deboli, sulla base non solo di un principio economico – sono consumatori anche loro: dategli un salario e lo spenderanno – ma di un principio di equità e giustizia. Lo stato sociale rooseveltiano fu il pendant americano dello stato sociale europeo, che partì da Beveridge e fu poi sposato dal Labour inglese nel dopoguerra e poi dall’Europa tutta, quella democristiana tedesca bismarckiana e interclassista italiana, quella universalistica francese. Sappiamo quanto in Italia anche l’esperienza comunista di governo degli Enti Locali abbia poi coniato stato sociale, logica inclusiva cooperativa e competitività d’impresa. Ma, si dice, quelle esperienze furono possibili perché “erano anni di vacche grasse”. E tutto è poi degenerato nel “consociativismo” se non nel “clientelismo”. E in ogni caso oggi non c’è trippa per gatti.

Il punto è che, comunque la si guardi, la più grave crisi da ottanta anni a questa parte non ha ancora trovato una chiave di lettura, una politica guidata da un principio ispiratore che porti al suo superamento. Non che manchino pensatori illuminati: è che non c’è consenso. La Grande Depressione ebbe un effetto devastante perché finì per colpire ceti medi, masse popolari e élites imprenditoriali, quasi a 360 gradi, di qua e di là dall’oceano. Certo, ci fu poi una guerra mondiale che se portò distruzione e morte a suo modo contribuì alla crescita – eccome – con la ricostruzione che ne seguì. E dopo la guerra il consenso verso le politiche espansive fu generalizzato.
Perché oggi non vi è consenso sulle vie di uscita dalla crisi? Non voglio qui affrontare un tema che non solo non saprei modestamente trattare in poche righe, ma che non sarebbe giusto liquidare in pochi paragrafi. Ma voglio però puntare il mio dito contro il furore ideologico che appanna l’odierno discorso pubblico, ormai universale. L’economia odierna è nelle mani di pochi – non un complesso pluto-giudaico-massonico d’antan – ma semplicemente una élite transnazionale che governa l’economia sovra-nazionale. È l’élite che governa quella parte dell’economia finanziaria che negli ultimi decenni è cresciuta a dismisura – e che è pari a n volte il valore dell’economia reale della produzione di beni e servizi. È l’élite dell’1%, i cui redditi e i cui emolumenti sono cresciuti fino a diventare cento, mille, diecimila volte maggiori di quelli del 99% della popolazione (dei paesi “avanzati” e non). È l’élite che regge le sorti di nazioni intere: il turn-over delle più grandi corporations multinazionali è pari oggi al PIL di non so quanti paesi, il capitale di quelle stesse corporations è nelle mani di poche centinaia di persone che non hanno nazionalità perché sono transnazionali. Ne hanno già parlato in molti – da Saskia Sassen a Zigmunt Bauman, da Guido Rossi a Paul Krugman, da Noam Chomsky a Mark Weisbrot –. Questa élite è composta di americani, inglesi, tedeschi, italiani, cinesi, giapponesi, israeliani, finlandesi, svedesi, olandesi, finanche angolani, messicani, colombiani, brasiliani, indiani. Ha regolare passaporto (anzi più di uno), va a fare shopping nelle metropoli à la page, poi torna a casa nei weekend, regala ai figli l’ultimo I-phone e spende ovunque in valuta pregiata – non sono forse i beni di lusso che vanno fortissimo negli ultimi tempi? – . Perché mai questa élite è così influente? Perché può decidere di vendere con una sola telefonata metà del debito sovrano di un paese, metà delle azioni di una grossa banca, e mandare un’intera popolazione “in vacca”, d’un colpo. Non paga le tasse, e dove gliele fanno pagare ne paga la metà dei suoi dipendenti. Ma, si dice, “crea ricchezza”. Possiamo forse ostacolare la naturale dinamica del mercato capitalistico? Dove c’è innovazione c’è profitto, un enorme profitto, la finanza serve poi solo a moltiplicarlo.

Sono le 100 persone più ricche e influenti del mondo che contano (e guadagnano quanto il reddito di due miliardi di abitanti del pianeta terra). Il resto dell’umanità può solo accodarsi e sperare che si comportino bene e benevolmente. Per un Mark Zuckenberg che si compra una villa da 10 milioni a Palo Alto e tutte le ville intorno – per non avere fastidi con i vicini – ci sono mille, centomila che sono lì che smanettano con le loro app sperando di diventare ricchi. E meno male, dice l’Economist, così si favorisce la concorrenza. Il problema è però che l’economia si è fatta via via sempre più piramidale e ormai tra i più ricchi e i più poveri c’è una distanza che non si era mai vista dagli albori della storia, nemmeno ai tempi dei sovrani divini. È solo un mercato libero, vivace, dinamico, che può produrre innovazione e quindi ricchezza, questo è il mantra: tanta ricchezza per pochi e che quei pochi diventano ricchi non per volere divino né per eredità, ma perché “sono stati capaci”. Questa è la religione del nostro tempo: per permettere a pochi “scelti a caso” – non “prescelti” – di diventare qualcuno, il prezzo da pagare è che tutti gli altri debbano poi sgomitare per sbarcare il lunario. È questa la vera democrazia dell’economia: non c’è più diritto divino né di casta ma solo il mercato che consente ai pochi di farcela (e che sia poi a scapito dei molti, è solo una triste conseguenza). Ci vorrebbe una postilla, in effetti: quanto sia veramente “democratico” il mercato delle possibilità, ma questa è un’altra storia.

La crisi di questi anni ha reso tutto questo evidente. Le praterie per questi nuovi eroi della frontiera sono lì davanti, sterminate, solo la finitezza del pianeta li potrà fermare ormai. Non i confini nazionali, non le regole, non i governi, le tasse, la polizia o la CIA. È solo il mercato che li può fermare. Non c’è più il potere di contrattazione dei lavoratori: se non ti va bene, prendo un altro, se non trovo un altro qui, cambio paese. Ma quali sindacati, ma quali politiche dei redditi! Se il tuo governo mi tassa troppo, io cambio sede al mio headquarter, vado dove più mi conviene. Mai come negli ultimi anni le multinazionali hanno fatto i profitti che hanno fatto (consultare le classifiche di Fortune e dell’Economist per rendersene conto). Certo, il buon vecchio capitale nuts-and-bolts fa ancora fare buoni affari – il turn-over delle Oil companies, della IBM, della Nestlè o della Monsanto è sempre considerevole – ma sono le internet-companies-plus-financial-innovators, è il superamento dei confini – nazionali, settoriali, economici – finalmente in libertà che ha sancito la definitiva conquista del West.

E noi comuni mortali? E i nostri pii governanti, comuni mortali anch’essi? Gli Olli Rehn, esimio politico finnico ora Commissario Europeo per gli Affari Economici e Monetari – sì, quello del “Rehn’s Terror” di Paul Krugman, che sa anche essere spiritoso – sono anch’essi mortali comuni, non ambiscono a tanto e non possono che inchinarsi al dio del libero mercato. Di fronte a tanto squasso – nel 2009 la crisi finanziaria ha portato ad un crollo del PIL in tutta Europa – i governi sono dovuti intervenire massicciamente per salvare banche sull’orlo del fallimento – per aver giocato all’alta finanza, perdendoci – e la Commissione Europea si è inventata la “procedura speciale”. La Banca Centrale Europea ha poi disegnato lo strumento. Per salvare le banche è stato concesso un deficit fino al 30% del PIL ad un solo paese (come all’Irlanda), per poi, certo, vedere nel giro di due anni il suo debito pubblico raddoppiare. Con il beneplacito della signora Merkel i cui funzionari hanno tenuto d’occhio l’andamento dei mercati, perché l’economia tedesca export-driven non subisse troppi contraccolpi (e perché le sue banche, così esposte sui debiti sovrani, non avessero a soffrire troppo). Ci hanno guadagnato, poi, in rendimenti, comprando a prezzi stracciati (e rendimenti altissimi) e vendendo una volta che era passata la bufera.

Che la “crisi” abbia poi messo in ginocchio le economie di mezzo mondo (senz’altro di mezza Europa), tra i diktat della Troika e le dismissioni, le vendite, le de- e ri-localizzazioni, la pressione dei mercati e via dicendo, non ha poi contato più di tanto. La disoccupazione è un fenomeno ciclico, dicono (loro), quando l’economia si riprenderà quella tornerà a calare. Se il debito è aumentato per via dei movimenti sui debiti sovrani (vendo di qua e compro di là, variano i rendimenti) e per salvare le banche poco importa, il deficit di bilancio e i vincoli di Maastricht non si devono comunque toccare. Per rientrare dal debito si deve tagliare. Dove? Forse dove si è speso? No, si deve tagliare la spesa “improduttiva”, la spesa sociale, come se fosse quella la ragione dell’indebitamento crescente.

È stata forse concessa una procedura speciale per uscire dalla crisi con politiche espansive? No, perché quelle non lo meritano. Salvare le banche dal fallimento, sì, too big to fail (o forse, come ha detto qualcuno, too big to jail), aiutare le economie in crisi, no, non fa parte delle opzioni possibili. Quelle masse di milioni di disoccupati, precari, pensionati alla fame, quelle no, quelle non sono anch’esse il segno di un fallimento davvero too big.

È questa ipocrisia, questa sclerosi che va combattuta. Quale dovrebbe essere la ragione per cui l’economia dovrebbe uscire dalla crisi? È stata forse affrontata e risolta una sola delle ragioni che hanno portato alla crisi? E quale sarebbero le responsabilità della spesa sociale, della spesa per sanità, istruzione e protezione sociale, nell’avere portato ai livelli d’indebitamento attuali? Se il debito sovrano è oggi nelle mani degli “investitori” al punto che ne possono decretare d’un soffio il prospetto, non sarebbe forse più oculato mettere quel debito al riparo? Non sarebbe forse più saggio intervenire sul meccanismo diabolico del mercato che non si autoregola perché ivi vige la legge del gregge? Non c’è peggior ignorante di chi non vuol capire e di chi non capisce facendo finta di capire. Quanta ipocrisia, quanta sclerosi nel cuore della Vecchia Europa!

Fonte: http://www2.dse.unibo.it/ardeni/scritti/Eurosclerosi-1.html

La shock disinformation e la stampa italiana

In calce ad un ottimo articolo di Stefano Santachiara, una commentatrice dall’enigmatico nickname di “Niki-ta-ta-ta” scrive:Immagine

Come ha reagito la stampa democratica, riformista, sedicente di sinistra e pseudolibera all’editoriale di Stefano Santachiara pubblicato la tarda sera di lunedì 3 marzo? Ma ignorando i contenuti-bomba del fondamentale compendio, che del resto sono off limits da sempre! L’ascesa di Napolitano garante atlantico, i servizi sbrigativamente definiti “deviati” dagli stessi questurini di penna che mai hanno denunciato l’infinita strategia della tensione stato-terrorismo-mafia, gli scoop de “I panni sporchi” su Sposetti, D’Alema, i casi Forleo e Digeronimo, la spiegazione finalmente completa dell’involuzione della sinistra progettuale ed etica, la denuncia dei poteri forti che sostengono Renzi, l’onnipotente Fiat, le svendite pubbliche di Prodi, il divorzio Tesoro-Bankitalia, il fiscal compact, tutte questioni cancellate appositamente dai media che invece ripetono in modo ossessivo il mantra di privatizzazioni e spending review e tutto il resto, appunto il meccanismo spiegato magistralmente nell’articolo: light, ordinary, shock disinformation.

Leggiamo dunque i quotidiani del 5 marzo 2014:

Il Manifesto, perso nei labirinti del comma 22 della legge elettorale come fosse un pollaio televisivo qualsiasi, dedica una pagina di cultura a Pietro Secchia. L’articolo, a firma Gianspaquale Santomassimo, mira a stroncare la presunta mitologia che aleggerebbe sull’ex partigiano che fu leader della sinistra del Pci: ”Istituì un legame con Feltrinelli, che si tradusse nella cura di Annali e nel libro sulla Guerriglia in Italia (1969) che probabilmente influì moltissimo sul mito postumo. Viaggiò molto, per documentarsi sulle crisi rivoluzionarie che si erano aperte nel mondo, e nel suo ultimo viaggio in Cile contrasse una misteriosa intossicazione che dopo qualche mese lo condusse alla morte il 7 luglio 1973. Si parlò di un avvelenamento da parte della Cia, senza alcun elemento di plausibilità, ma anche questo entrò a far parte dell’alone mitico che circondò a lungo la sua figura (…) LIGHT

L’Unità pubblica un editoriale di Tommaso Nannicini per chiedere il superamento del messaggio socialdemocratico. Lo scrivente dapprima mostra stupore circa il compromesso tra capitalismo di mercato e stato sociale, che non è stato uno sbocco fisiologico ma “appartiene alle grandi invenzioni della storia, al pari della ruota e della penicillina”. Poi stupisce i lettori del quotidiano fondato da Antonio Gramsci: ”Il passaggio da società “a piramide” (con tanti poveri alla base e pochi ricchi in cima) verso società “ a diamante” (con un’ampia classe media nel mezzo) ha cambiato la natura delle politiche pubbliche, che hanno spesso finito per perseguire obiettivi distributivi (finanziati con inflazione, disavanzo pubblico o tasse nascoste) piuttosto che redistributivi. Nella società dei consumi e dell’istruzione di massa, la sfera personale ha smesso di coincidere con quella lavorativa. La globalizzazione, sia pure tra mille ritardi, sta estendendo la classe media ad altre parti del pianeta. E le attuali difficoltà della classe media nei Paesi sviluppati non implicano certo la sua scomparsa (…) A sinistra si accusa spesso la globalizzazione liberista (ammesso che questo aggettivo significhi qualcosa) di aver ridotto l’uguaglianza. Ma la disuguaglianza tra paesi si è enormemente ridotta negli ultimi due decenni. C’è un eccesso di euro-centrismo in questi gridi d’allarme (…) Lo stesso vale per l’uguaglianza all’interno di un Paese. L’uguaglianza distributiva è senz’altro importante. Ma la stessa distribuzione del reddito può essere o meno accettabile, proprio da una prospettiva di sinistra, se corrisponde a una maggiore o minore uguaglianza delle opportunità.. E una maggiore uguaglianza distributiva non sempre è giustificabile (di nuovo: in un’ottica di sinistra) se è raggiunta sacrificando del tutto l’uguaglianza tra generazioni. L’uguaglianza nei punti d’arrivo degli individui, infine, non vive di solo reddito (…) SHOCK

La Stampa innalza i vessilli del regno di Sabaudia e dei monarchi assoluti. Il record di umidità non spetta però al selfie di Sergio Marchionne, passato in pochi minuti da un onirico “non ho mai chiesto una lira al governo” alla consueta doglianza per i niet dei politici alla riapertura del museo di Arese per “rilanciare l’Alfa Romeo”. Marco Zatterin, riportando la cronaca delle pagelle della Commissione europea alle Regioni italiane in tema di innovazione, ricorda le parole del commissario per l’industria Antonio Tajani:”La presenza della Fiat è stata importante come tutto il sistema delle piccole imprese, hanno fatto la differenza mentre il Paese faticava”. Prosegue di suo pugno l’inviato a Bruxelles:”La regione sabauda è in effetti la migliore a livello nazionale per l’innovazione del business, per la capacità delle piccole imprese di evolversi con progetti fatti in casa e la dote di saper introdurre i processi. E’ regina, infine, anche per la qualità della manodopera ad alta specializzazione. Chapeau!”. ORDINARY

Come accade sovente Il Fatto Quotidiano e Il Foglio intervengono contestualmente sui temi caldi. Il ricettivo quotidiano diretto (ancora per poco) da Antonio Padellaro parla in prima pagina di “tre livelli”. No, non quelli descritti per la shock disinformation ma relativi al governo Renzi, accusato di questioni secondarie e svianti, anche se più sottili rispetto alle consuete invettive televisive sul politico di turno: bella presenza, inciuci, economia. Dove per economia, dalle parti di via Valadier, si intendono, abilmente mescolate dal bocconiano Stefano Feltri, le incapacità dei governi di fare pulizia (richiesta sacrosanta) ma anche di rispettare i diktat del potere esecutivo della Troika al fine di ridurre la spesa pubblica: turboliberismo puro. LIGHT-ORDINARY

Il Fatto è anche l’unico quotidiano a riportare tale agenzinter di Romano Prodi: ”La semplicità delle mie parole nel breve messaggio di auguri all’amico di antica data Guy Verhostadt mi sembrava tale da metterla al riparo da ogni possibile strumentalizzazione, ma prendo atto che non è così. Spiego dunque, a chi non avesse compreso, che le mie parole non sono un sostegno alla lista dei Liberal democratici”. Il Foglio invece si concentra sull’affinità di Romano Prodi con Mosca, sin dai tempi in cui, nel 2008, “venne chiamato a presiedere la società del gasdotto South Stream da Gazprom, salvo poi rifiutare quella che per il governo russo è una sorta di medaglia alla legion d’onore”. In particolare l’articolo non firmato nel giornale di Giuliano Ferrara coglie la coincidenza della nomina di Prodi alla presidenza dell’International Advisory Board (a titolo gratuito) della Unicredit al posto di Amato, nello stesso giorno in cui il professore bolognese “firmava un editoriale sull’International New York Times nel quale avallava, oltre a una soluzione diplomatica e accondiscendente nei confronti di Vladimir Putin, anche alcune tesi propagandistiche del Cremlino. Nello stesso editoriale, l’ex presidente della Commissione Ue smentiva di fatto i suoi ex colleghi di Bruxelles accorsi in piazza a sostegno dei manifestanti”. Mentre soffiano i venti di guerra in una regione dove Unicredit ha interessi nevralgici, “con l’ingresso di Prodi nella pattuglia dei superconsulenti europeisti Unicredit tenta intende forse equilibrare – con diplomazia – il suo posizionamento strategico nell’area”. RADIO FOGLIO

Una riflessione senz’altro degna di nota da parte della lettrice; tanto più alla luce del fatto che a differenza dei quotidiani italiani, più o meno consapevolmente addormentati sulla questione, due personaggi di rilievo all’interno del panorama culturale come Giulietto Chiesa e Luciano Gallino hanno abbondantemente saccheggiato le idee contenute nel saggio di Santachiara.

Un pensiero di Stefano Santachiara su Pier Paolo Pasolini

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Foto di Pasolini realizzata dal set photographer Hans Visser, esclusiva mai uscita su alcuna testata cartacea né online

Ho recuperato un pensiero che rischiava di andare disperso tra i tanti che leggiamo sui social network. E’ dello scrittore Stefano Santachiara, che rispondendo ad una ascoltatrice in merito ad una intervista realizzata per Radio Toscana web ha così ricordato la concezione anticonformista di Pier Paolo Pasolini rispetto all’ipocrisia

“Sì, come intendeva Pasolini, le cui letture (usurpate e manipolate ancora oggi, giocoforza senza citazione) non smettono mai di nutrirmi, sublimando concetti nobili che sento di condividere quasi in toto, ad eccezione della sua posizione, rispettabile poichè attinente alla sfera dell’intima spiritualità ma a mio avviso sbagliata, sul referendum dei radicali. Trovo invece magistrale il discorso di PPP sulla negatività delle critiche all’ipocrisia della sinistra, dei sindacati, della religione o di una filosofia, in definitiva della struttura che ha idealmente valore pubblico, mosse sin dagli albori della rivoluzione industriale italiana da quelle forze politico-mediatiche capitaliste trasversali per conculcare modelli consumistici e privi di etica civile. E’ ovviamente importante fare emergere malaffare, incoerenze e liturgie insensate, ma per migliorare questi aspetti, gravi ma sovrastrutturali (anche se da anticlericale convinto non credo che la Chiesa sia riformabile, comprendo la provocazione intellettuale pasoliniana), ed elaborare una visione di società, classica o/e innovatrice, votata al bene collettivo e ambientale, cosa che come ricordi Renzi si guarda bene dal fare. Invece la geometrica potenza dei poteri forti amplifica mediante apposite maschere politiche (panem et circenses) quegli aspetti negativi, dovuti alla natura predatoria e meschina dei singoli, con lo scopo occulto di svilire e delegittimare nell’inconscio i principi e le idee afferenti alla sinistra (marxismo, socialismo, keynesismo) e al cristianesimo.”

“The dirty clothes of the left wing party”: an interview with Stefano Santachiara

An interview with Stefano Santachiara, co-author with Ferruccio Pinotti, of the journalistic investigative book on the transformation of the major Italian political party.
“I admit it: we could and should have done more and better. We underestimated the
viscosity of the collusive customs that are dominant in our country, even in the
intellectual environment. The point is that a civil, ethical and political culture can’t be
established with articles, seminars and refined books. It must come from a common reason, a shared value”.Image

Salvatore Veca’s explanations can be found in the book “I panni sporchi della Sinistra – I segreti di Napolitano e gli affari sporchi del PD” (in English: “The dirty clothes of the left wing party – Napolitano’s secrets and the dirty affairs of the Democratic Party”) by Ferruccio Pinotti and Stefano Santachiara (Chiarelettere, 2013 pp 382), a book that maybe encompasses the most valuable synthesis of this transformation phenomenon. As the book goes on, it offers a low-key interpretation of the situation, especially targeting the electors of this political party whom, at every defeat or after every incomprehensible action, ask themselves: why?
Meanwhile Silvio Berlusconi, in the evening of November 27, was expelled from the Parliament after a long, lengthy agony, as a result of the application of the Severino law.

“Ousted” – “Voted out” – “Expelled”: International newspapers, especially the anglosaxon ones have reported the decision taken by the Italian Parliament using the most variegated terminology. The rupture, then, was not year 2011, when the “technicians” took office, but November 27, 2013.
Reading “I panni sporchi della Sinistra – I segreti di Napolitano e gli affari sporchi del PD” by Ferruccio Pinotti and Stefano Santachiara is like raising the semi-dark veil which still today covers those schemes and games that we never managed to unveil. The interview with one of the authors, Stefano Santachiara, an inquiry journalist and collaborator for the newspaper “Il Fatto Quotidiano”, aims at clarifying the scope of the book and most of all sheds a light on a story that is still mostly unknown: the inquiries of which very little is said, the collusions, and the endemic sin that brought to the anthropological transformation of a party that was founded to be something different.

In your book there is a full analysis of several happenings that concern the Democratic Party, starting from the time when it was symbolically represented by Berlinguer’s person, and then going through the lives and deeds of some of the key exponents. Why did you feel the necessity, the urgency, to reconstruct the framework of the center-left wing? Did you feel that the press was lacking in reporting the ambiguous, corruption affairs in which the party is involved? 
I believe there was the necessity to reconstruct an organic picture of the party, that would be useful to understand the reasons of the involution of the Italian left wing, both in terms of political program and culture. The publishing industry, despite the frequent polemics inside and outside the PD, induces the reader in believing the contrary, and has treated in a superficial and sometimes neglectful way the various events that affect the nerve centers of the System. I am not just talking about the well-known cases, but also about the several judiciary and journalistic inquiries on opaque relationships, conflicts of interests, and the sophisticated means that also the democrats use to finalize businesses and grow their power.

In light of the new government majority, after the desertion of Forza Italia and the very recent expulsion of Silvio Berlusconi from the Parliament, can the figure of Giorgio Napolitano be interpreted differently from the way you described it in its various aspects (from “migliorista” [ belonging to a reformist subgroup of the former Communist Party] to “atlantista” [tied to Atlantic powers], and finally evidently in sync with Silvio Berlusconi)?
The relationship between Napolitano and Berlusconi has seen phases of explicit syntony alternated with tactic estrangements. We must take into account that the leader of the re-estabilished Forza Italia is not defeated: on one side a law (the former Cirielli law) protects him from all risks of being imprisoned; on the other side he will try to become Prime Minister again without going through the elections, which he will carry on anyway in an even more self-pitying fashion. Also, the hypothesis of an act of grace from the President of the Republic cannot be excluded, unless there really aren’t the prerequisites to grant grace, as the latter has stated. In every case, when the situation will evolve in a negative way for Berlusconi who, as every human phenomenon is destined to disappear, Napolitano will act as a barometer. “King George” is the supreme warrantor of the Atlantic power; he is well-liked by the Vatican and is double-linked to the Italian left wing of the Second Republic. Indeed, it must not be forgotten that the “Berlusconism”, the proprietorial and shoddy management of the institutions that has penetrated the country with its moral ruins, has created a far larger system. Just to stay on the topic of justice, in its 7 years of government, the left wing – as we have explained in our book – has not trashed any of the “laws of shame” but has ended up creating their owns. The governments of the “technicians” have put in place measures of “social butchery” by applying the austerity doctrine and by privatizing strategic sectors of the State. The modern left wing has tried to enter the parlor and has developed relationships with unscrupulous financial experts. Napolitano has observed these phases on a due distance, but has always played and will continue playing a primary role in the geopolitical arena.

In the detailed and would say new biography of the President of the Republic there are several historic happenings that have been eluded by the most, such as the one of the escape of the former representative of the P2 Licio Gelli, just when Napolitano Minister of Internal Affairs in 1998. Another event of those years (1997) is the audition of the justice collaborator Carmine Schiavone before the Parliament Commission of Inquiry on waste recycling, an inquiry that was advertised only after the removal of the State Secret. These essential information have been kept secret for almost 20 years. Is this still due to the need to guarantee an equilibrium in the country?
This is the emblem of a country that is content with pieces of truth, often convenient truth. It is evident that truth is hidden at many levels because the mass of powers that manage the destines of this country does not allow that the conditions to bring light to these obscure seasons are created, by applying also the strategy of tension commendably described by Pier Paolo Pasolini. Furthermore Italian media, addressed by impure publishers with different interests but connected to each other, have reduced inquiry journalism to the bones. Just to give an idea of the current “dispersion” and “repression” strategy, it is enough to notice that while the Kennedy family is still venerated, our own “JFK”, Aldo Moro, has been forgotten already from a long time.

You compare Aldo Moro to JFK in terms of changing potentiality, for the major change that the first tried to apply with the attention strategy that then culminated in the historical compromise. However, Moro put together that “strategy” just because – being him a great political strategist – he understood that it was not possible anymore to isolate a party that was gaining ever more popularity in the country. In reality, the strategy only aimed at a normalization, a control that the Italian Communist Party (PCI), after the initial due caution, accepted with significant consensus just to stay in the parlor of power. In my opinion, even here in Italy, Moro is not looked at under an objective light. What do you think about it? 
I share your interpretation, also considering the role of bastion that the DC (Democrazia Cristiana – in English, Christian Democracy, Moro’s party) undertook in the International scenario and the natural pretension towards the Cold War politics. I believe that the person of Moro has become an icon, which has been however removed in many crucial aspects.

Another key figure of the “cold fusion” between left wing and former DC representatives, to quote Achille Occhetto whom you interviewed in your book, is Luciano Violante who has lived his political life after an admirable career as a magistrate with perfect balance. The apex of this balance seems to be the so called “negotiation” between State and Mafia (for which Napolitano was asked to give his testimony as a witness along the trial hearings), that sees him as a protagonist with late depositions on his role in those years (92-93). Violante, as you report in the book, had adopted a very cautious position on Berlusconi’s decadence from Parliament. What happened this time? Is this new balance being formed and how?
I believe that everybody is still waiting. Violante’s movements must be observed with great attention because we are talking of a chameleonic person that has lived the most delicate phases of the Italian contemporary history. After having investigated on the military coup by Edoardo Sogno, Violante was entitled as consultant of the Ministry of Justice in the Andreotti government of national solidarity. In the role of President of the Anti-Mafia Parliament Commission he has been depicted as the fist accuser of the “Divo Giulio” (Divine Giulio) at the time of the inquiry carried out by the Prosecutor of Palermo Giancarlo Caselli. In that phase, as you reminded me, Violante had a very ambiguous behavior when the audition of Vito Ciancimino before the Commission did not take place, and was also ambiguous about the conversations with the general officer Mario Mori, that Violante made public 16 years later only. I am pretty sure that the 2002 confession about an under-the-table agreement with Berlusconi for the intangibility of Mediaset can represent some sort of message to decode, typical of political groups who share secrets.

In the chapter Mafia nella roccaforte rossa [“Mafia in the red headquarters” in English] on the Serramazzoni case ( a town in Emilia Romagna involved in the judiciary inquiry opened in 2011 on a possible collusion between Mafia and politics), you state that this is the “first” verified case about relationships between Mafia and politics in which the PD is formally involved: what do you mean by first verified case?
Actually it’s the first case in Northern Italy about an administration led by the PD. Regardless of the outcome of the trial (the charges are: corruption and collusive tendering of some works in the Apennine region), the relationships between the PD major of Serramazzoni Luigi Ralenti and the former detainee Rocco Baglio from Gioia Tauro have already been verified. According to the prosecution, the Mafia boss won the contracts with one hand and with the other set arsons, and sent to other contractors animal heads, an unmistakable Mafia symbol. Even if collusion events are more numerous in the centre-right wing – starting from the founder of Forza Italia Marcello dell’Utri who was convicted for involvement in criminal association, the growing international enterprise of the “Mafia Ltd.” involves the left wing as well, and not only in the South.

Your description of the role of the PD women is particularly interesting and shows that despite various claims and a few recent representative designations (and of course apart from some great women of the past like Nilde Iotti and Tina Anselmi) they don’t seem to find a relevant role and power in the party. Left aside what you report in the book chapter “Women in PD”, can you explain us why this is so?
The reasons must be found in the cultural retardation of the patriarchal society influenced by the Vatican. The left wing, even if with its chauvinist unwritten dogma, has allowed women to conquer fundamental roles and rights throughout the ‘900. The fact that the driving force is now aground, and today the PD acts just as the other Italian political parties, could be connected to the entrance in the rooms of power and the conception of power which implies co-optation, in alignment with criteria which are not meritocratic. Nevertheless, there are examples of women who stand out for the courage and rigor they apply in their analysis and proposals; great administrators who challenge the Mafia, as we tell in our book.

(Simona Zecchi).

English version by Marina Melchionda, translation collaborator: Giacomo Bracci, a scholar economist

Stefano Santachiara, investigative journalist, is a collaborator of “Il Fatto Quotidiano” since 2009.
Ferruccio Pinotti writes for “Corriere della Sera” and has authored many inquiry books on strong powers.

Fonte: http://stefanosantachiara2.wordpress.com/2014/01/04/the-dirty-clothes-of-the-left-wing-party-the-la-voce-di-new-york-interview/

Disponibile su La Voce di New York: http://www.lavocedinewyork.com/I-panni-sporchi-della-Sinistra–I-segreti-di-Napolitano-e-gli-affari-del-PD-/d/3562/

Il Venerdì e le convergenze parallele

L’ultimo numero del Venerdì di Repubblica, uscito il giorno 13 dicembre 2013, contiene un’interessante inchiesta su un lato poco conosciuto del nostro Presidente della Repubblica: pare che Napolitano fosse sotto osservazione dell’intelligence britannica tra gli anni ’70 ed ’80, in quanto “volto sorridente” e moderno del Partito Comunista Italiano. L’articolo, pubblicizzato sulla copertina del periodico, contiene anche una serie di rivelazioni relative alle attività di spionaggio dei servizi inglesi su esponenti della sinistra dell’epoca, come Pajetta e Cicchitto.

Il timing dell’articolo è curioso, dal momento che esce poco tempo dopo un coraggioso libro scritto dai giornalisti Ferruccio Pinotti e Stefano Santachiara, dal titolo I panni sporchi della sinistra(edito da Chiarelettere). Nei vari capitoli del libro, motli degli attuali protagonisti del Partito Democratico vengono studiati e ne vengono tracciati i rapporti con lobby e centri di potere nazionali ed internazionali. Un ampio spazio è dato proprio alla biografia di Giorgio Napolitano, e in particolar modo ai suoi rapporti con Silvio Berlusconi, i servizi sergeti americani e la massoneria. I documenti proposti dagli autori, di matrice americana, ci parlano di un Napolitano garante dei poteri atlantici che attraverso la sua corrente “migliorista” contribuisce alla mutazione genetica del PCI in un partito organico ai poteri sovranazionali.

Tuttavia, nell’articolo del Venerdì il libro di Pinotti e Santachiara non viene minimamente citato.
Si tratta di una semplice coincidenza? Eppure è altamente improbabile che I panni sporchi della sinistra, con la sua nuova chiave di lettura su Napolitano, sia sfuggito ai segugi di Repubblica: oltre a numerose recensioni apparse su carta e sul web, anche una testata online come Micromega, appartentente allo stesso gruppo editoriale del Venerdì, ne ha pubblicato un estratto il giorno 4 dicembre.
Cerchiamo di comprendere questo strano caso che potremmo definire di “inchiesta parallela”, dal momento che mentre i due scrittori impiegano fonti americane per documentare l’interesse dei poteri atlantici verso Napolitano, i giornalisti del periodico di Repubblica utilizzano fonti britanniche.
Alcuni elementi dell’articolo del Venerdì sono poi illuminanti al riguardo. Le fonti dei servizi britannici dipingono infatti Napolitano come un innovatore; un moderato che con la sua capacità di intrattenere rapporti con una pluralità di poteri esteri ha permesso al PCI di dismettere i panni dell’antiquato e temuto movimento di massa, per trasformarsi in un partito moderno e capace di governare i processi politici dell’Italia.

L’immagine di Napolitano che emerge dalla lettura del libro di Pinotti e Santachiara è totalmente diversa. I viaggi di Napolitano negli Stati Uniti durante il rapimento di Aldo Moro; le dichiarazioni e i documenti che testimoniano legami pericolosi con i servizi segreti e i falchi americani come Brzezinski e Kissinger; le convergenze con Silvio Berlusconi ci parlano di un politico con la precisa missione di garantire e consolidare i poteri atlantici, piuttosto che un visionario riformatore.

La lettura comparata dei due contributi fa sorgere immediatamente una domanda. Perché la redazione di Repubblica omette di citare una fonte così cruciale nell’analisi dei rapporti fra Napolitano e i poteri esteri?
A qualcuno può interessare nascondere al grande pubblico la natura innovativa e “scomoda” delle tesi di Pinotti e Santachiara, che risulterebbero già note e già sentite a chi si troverebbe a scoprirne l’esistenza dopo la lettura dei contributi del periodico.

Ma si tratta, al contrario, di due analisi che giungono a risultati totalmente diversi, ed è perciò importante che le tesi di Pinotti e Santachiara siano portate alla luce senza essere oscurate o annacquate.

Spiragli

Un breve intervento, che è doveroso fare alla luce della partecipazione di Paolo Barnard ieri sera a L’Ultima Parola (Rai2).

Doveroso perché finalmente, dopo mesi di inutili richiami ad una fantomatica “unità nazionale” e ad una non meglio precisata ricetta per la “crescita”, il grande pubblico ha avuto modo di conoscere scampoli di verità, proclamati a chiare lettere.

Non dimenticherò mai la faccia di Colaninno, e il suo intervento berlusconeggiante e censorio, quando Barnard ha esposto il suo pensiero circa l’attuale premier: è l’emblema di una classe politica che per 20 anni ha sbraitato contro il Nemico Finale Berlusconi (senza mai prendere, però, quei due o tre provvedimenti che lo avrebbero definitivamente messo fuori gioco) e che ora difende attivamente un gruppo di tecnocrati non eletti che stanno devastando l’Eurozona.

Questa è storia, gente.

La crisi economica e il Back-Office del Potere: incontro con Gioele Magaldi

Nel film The Matrix (1999), i fratelli Wachowski hanno rappresentato un mondo distopico, nel quale gli uomini sono imprigionati all’interno di un sistema di false rappresentazioni della realtà, artificialmente costruite per schiavizzarli.

La scena più sensazionale del film è senz’altro quella dell’iniziazione del protagonista Neo all’arduo percorso che lo porterà a svelare le realtà nascoste da quel mondo fittizio. Il suo mentore Morpheus gli porge due pillole, una blu ed una rossa: la prima per dimenticare tutto e tornare serenamente alla vita precedente, la seconda per gettarsi anima e corpo alla scoperta dei segreti di Matrix, e “scoprire quant’è profonda la tana del Bianconiglio”.

Ebbene, questa crisi offre l’occasione giusta per scegliere la pillola rossa, e in questo caso l’oggetto della ricerca è: perché nascono crisi economiche come questa, strutturalmente dirette a colpire i ceti medio-bassi della popolazione? E ancora, esistono motivi (diversi dal semplice profitto a breve termine) che abbiano spinto potenti gruppi di potere a tanto?

Il mondo di internet offre “verità” e chiavi di volta pronte all’uso per spiegare millenni di storia, ma troppo spesso provenienti da voci che pretendono di imbrigliare gli eventi nei loro schemi monolitici e distorti; perciò, un individuo inesperto ma desideroso di sapere, come il sottoscritto, rimane confuso e insoddisfatto di spiegazioni semplicistiche.

Così, tempo fa decido di cercare di contattare ed incontrare Gioele Magaldi, leader del movimento d’opinione Imagemassonico Grande Oriente Democratico, perché mi sembrano imponenti la qualità e la quantità delle informazioni riportate dal sito del movimento stesso (www.grandeoriente-democratico.com) così come assolutamente intrigante appare l’impostazione di fondo che regge le sue tesi. Seguo da mesi gli interessanti interventi del sito, ma sono convinto che un incontro personale possa dare ancora più solidità alla mia comprensione delle dinamiche analizzate da Grande Oriente Democratico.

In quella che poteva sembrare ad occhi esterni una semplice chiacchierata in un caffè di Roma, Gioele Magaldi ha esposto sinteticamente e parzialmente alcune delle considerazioni che egli argomenta e documenta nel suo libro “MASSONI
. Società a responsabilità illimitata. Il Back-Office del Potere come non è stato mai raccontato. Le ragioni profonde e le ragioni inconfessabili della crisi economica e politica occidentale del XXI secolo” (Chiarelettere Editore)
, di imminente uscita.

La nostra discussione è partita dall’analisi di due libri intriganti (ritenuti utili e suggestivi anche da Magaldi, che però li giudica limitati e carenti sotto alcuni profili storico-critici) come Il Più Grande Crimine di Paolo Barnard e Il romanzo della crisi dell’anonimo che si firma Agente Americano: in essi viene delineata una contro-storia del potere politico e finanziario dell’ultimo secolo, e in particolare di come alcuni gruppi di potere sovranazionali, tendenzialmente conservatori ed iper-liberisti, abbiano elaborato qualche decennio fa un piano per far precipitare nella recessione le economie delle democrazie occidentali, e metterne in discussione la sovranità nazionale e popolare. Mentre Barnard affronta prevalentemente la storia dell’Unione Europea e dell’euro come strumento di oppressione, Agente Americano si concentra sulla realtà americana, ma entrambi individuano dei responsabili precisi: le èlite neoliberiste, neoclassiche, neomercantili, il cui potere si esplica e si propaga per mezzo di Club sovranazionali come la Commissione Trilaterale, il Club Bilderberg, il Council on Foreign Relations e molti altri.

Questa ricostruzione, solo parzialmente condivisa da Magaldi, è infatti da lui ampliata, integrata e corretta mediante l’inclusione dell’elemento chiave per spiegare questa malsana egemonia totalitaria della finanza iper-mercatista: è la Massoneria, con tutta la complessità della sua storia non solo “politica” ma anche “filosofico-spirituale”.

Contrariamente a quanto si crede nell’immaginario collettivo, la Massoneria è infatti un’istituzione bifronte. Magaldi spiega che, dopo la fase rivoluzionaria del XVIII secolo, in cui la Massoneria costituì il centro propulsivo e creativo della distruzione dell’Ancièn Regime all’insegna del fondamentale trinomio Libertà-Uguaglianza-Fraternità (che sarà assunto come obiettivo di tutte le stagioni rivoluzionarie euro-occidentali) il mondo libero-muratorio si spacca pressappoco in due, con ampie zone grigie tra l’uno e l’altro orientamento.

Se nella stagione settecentesca il nemico comune era rappresentato dal principio secondo cui l’aristocrazia veniva legittimata al potere da un supposto diritto di sangue, tutto cambia dopo la distruzione di quell’antico ordine sociale, firmata e resa possibile soprattutto dalla Massoneria. Mentre gran parte dei massoni sostiene la necessità di continuare sulla strada dell’ampliamento dei diritti civili, politici, umani, in una continua ricerca del bene e del progresso liberale e democratico dell’umanità, altri consistenti gruppi latomistici prendono le distanze da quest’impostazione. Massoni come Edmund Burke (ma è un nome fra tanti), ad esempio, oscillano tra la difesa conservatrice del modello aristocratico-parlamentare inglese e un rinnovamento del principio d’autorità precedente, ma con una significativa variazione: in sostanza non più l’egemonia di un’aristocrazia di sangue, in quanto tale archiviata dalla storia, ma un’aristocrazia dello spirito, che lasci agli uomini “più elevati” iniziaticamente (talora anche di nobile lignaggio, ma spesso no) l’onere e l’onore di governare la massa degli individui “inferiori”.

Per precisare quest’aspetto, Magaldi spiega come tale convinzione trovi le sue radici in un’interpretazione oligarchica del pensiero gnostico valentiniano, in particolare dell’idea che gli uomini siano suddivisi in tre classi “ontologiche”:

- quella degli uomini ilici (dal greco hyle, materia), legati esclusivamente alle pulsioni e alle emozioni, ed incapaci di governare sé stessi;

-  quella degli uomini psichici (da psiche, anima) legati prevalentemente alla razionalità e all’intelletto, ma con scarsa conoscenza della realtà spirituale;

-  quella degli uomini pneumatici (da pneuma, spirito), ovvero quelli che realizzano in sé il mix perfetto fra corpo, anima e spirito.

Questa categoria di massoni elitari, ampia ed eterogenea, condivide l’obiettivo di farsi leader pneumatica dell’umanità, considerata non come comunità da perfezionare progressivamente nel suo insieme nel rispetto di regole democratiche e pluraliste (come è invece obiettivo dei massoni progressisti) bensì come massa informe, incapace di essere plasmata se non da un gruppo di elitari Maestri Illuminati.

ImageDa questa dialettica massonica nascono, secondo Magaldi, le grandi contrapposizioni ideologiche che contraddistinguono Modernità e Contemporaneità. Si va dall’epoca delle lotte politico-sociali ottocentesche e dei vari risorgimenti nazionali anti-Restaurazione a la Prima e alla Seconda Guerra Mondiale, fino alla guerra finanziaria che stiamo sperimentando sulla nostra pelle nel XXI secolo. Questa affonda le sue radici in una revanche neoliberista che, a partire dagli anni ’70, inizia ad affossare e denigrare qualunque modello socio-economico keynesiano. Inoltre, è sempre da quegli ambienti massonici elitari e reazionari che hanno avuto origine il Fascismo ed il Nazismo (nonostante le apparenti proclamazioni anti-massoniche, in realtà dirette scientificamente contro le componenti progressiste e democratiche della Libera Muratoria); da quel tremendo scontro, la Massoneria progressista esce vincitrice (vedi soprattutto l’opera di quei Fratelli che agirono accanto al Massone Franklin Delano Roosevelt e al Massone reazionario pentito Winston Churchill) ed ha ancora ampi spazi di manovra nel primo dopoguerra, ma per Magaldi gli anni ’70 segnano l’ascesa di vecchie-nuove componenti massoniche oligarchiche e reazionarie.

Abilmente celate dietro una maschera di universalità cosmopolita e di propensione verso l’intero villaggio globale, queste componenti, fortemente radicate anche nella grande industria e nell’alta finanza, si fanno portatrici di un’aberrazione imperialistica e tirannica della globalizzazione, foriera di squilibri e spaccature ancora più profonde fra Nord e Sud del mondo. Dopo aver completamente trasformato i rapporti di produzione, creando sacche di lavoro sottopagato e schiavizzato nei Paesi in via di sviluppo, queste correnti massoniche iniziano ad adoperarsi anche per una destrutturazione progressiva di quella che era stata la linfa della politica economica relativamente equa e armoniosa degli Stati occidentali democratici del XX secolo: la finanza pubblica finalizzata a promuovere ampia occupazione e giustizia sociale.

Ostracizzando persino la memoria dei Massoni progressisti Keynes e Roosevelt, ostacolando qualunque sviluppo neo-keynesiano in termini di intervento pubblico nell’economia, questi massoni neo-oligarchici diffondono e rendono ovunque (accademie, think-tanks, istituzioni economico-finanziarie internazionali, alte burocrazie dei singoli stati, dirigenti politici di destra e sinistra) egemone una visione iper-liberista ed iper-mercatista, in cui, per dirla con Reagan, lo Stato diviene il problema e non la soluzione. E via con tagli alla spesa statale, deregolamentazioni mostruose, progressivo annullamento dei margini d’azione pubblici nelle politiche economiche. Ecco che gli anni ’90 e 2000 divengono le epoche d’oro della finanza speculativa, ma si trasformano nell’incubo del 99% della popolazione, che vive una crisi strutturale ormai vecchia di 30 anni.

L’Europa è, in questo senso, un laboratorio ideale per questo esperimento di ingegneria sociale. Riuniti negli stessi consessi in cui altri massoni, favorevoli ad un’idea di progresso ecumenico dell’intero continente, elaborano i passi necessari per giungere agli Stati Uniti d’Europa, gli “oligarchici” si muovono per eliminare ogni residuo di sovranità, prima monetaria, poi politica delle singole nazioni, ma badando bene di non restituirle in alcun modo ai cittadini europei, magari sotto forma di organi comunitari funzionanti, controllabili dal popolo e sottoposti a regole liberali e democratiche.

I risultati sono sotto gli occhi di tutti: un sistema monetario (l’euro) che introduce assurdi vincoli finanziari agli Stati, costringendoli a reperire risorse nei mercati di capitali, una Commissione Europea non eletta da nessuno che ha però la prerogativa di iniziare gli iter legislativi, una Banca Centrale Europea che è preposta all’unico e teologico obiettivo del mantenimento della stabilità dei prezzi, ma che per di più impone precisi indirizzi di natura politico-economica ai singoli stati.

In sostanza: zero sovranità monetaria, zero impatto del settore pubblico sull’economia, squilibri insanabili fra Paesi “forti” e “deboli” dell’UE.

Il tutto culmina con la svolta dell’autunno 2011, quando Grecia ed Italia, colpite dalla crisi degli spread, vengono sottoposte al commissariamento dei podestà forestieri Lucas Papademos e Mario Monti (rispettando formalmente le Costituzioni dei due Paesi, ma imponendo determinate politiche economiche con diktat insindacabili e la costante minaccia dello spauracchio “spread” sui buoni del tesoro). Guarda caso, si tratta di due alfieri neoliberisti, che s’impegnano sin da subito a realizzare politiche di austerità totalmente recessive e depressive che strangolano ancor di più le economie interne. Il tutto sotto la scaltra presidenza della BCE di Mario Draghi, il quale si profonde nell’obiettivo di dirottare enormi quantità di fondi europei verso banche e istituti finanziari internazionali: mai però un euro in più alle imprese in condizioni di stretta creditizia o ai governi degli Stati, i quali, evidentemente, non sono too big to fail come le banche.

Nell’ottica di Magaldi, questa serie di operazioni ha come obiettivo finale la creazione di un nuovo ordine sociale, in cui un gruppo di tecnocrati non eletti cerca ed ottiene la leadership incondizionata dell’Occidente, ma resta all’ombra di istituzioni solo apparentemente democratiche. Una nuova Matrix, insomma, dove le frequenze del potere sono condensate in palazzi inaccessibili ai più e i poteri non sono più legittimati dal basso, ma eterodiretti dall’alto.

ImageCiò che però egli ribadisce costantemente è che questo Progetto, così abilmente congegnato, non è una macchinazione portata avanti dall’intera classe dirigente mondiale (un presunto Vero Potere elitario monolitico e uniforme immaginato da complottisti e cospirazionisti vari, in realtà inesistente in questi termini); così come non nasce nei Club mondialisti di cui si è parlato in precedenza, che al massimo sono teatro di incontro e scontro tra diverse componenti e fazioni (particolarmente sopravvalutati sono Aspen Institute e Club Bilderberg, luogo di incontro e discussione tra istanze macropolitiche differenti tra loro). Se di Piano o Progetto intelligente e consapevole si deve parlare, esso va semmai ascritto all’opera di alcune fazioni massoniche e paramassoniche elitarie e neo-aristocratiche/oligarchiche. In tutto ciò, Magaldi aggiunge che, nonostante in questo momento il “partito oligarchico” sia in netto vantaggio, gli oppositori, di cui egli fa parte, si stanno attrezzando per combattere e resistere ad una epocale involuzione e stabilizzazione anti-democratica ed illiberale dell’ecumene globalizzata, Occidente compreso.

Naturalmente, mi scuso con Magaldi se ho tentato di semplificare a scopo introduttivo alcuni temi del suo libro – certo assai più complesso, articolato e ricco di analisi esplicative sulla natura e sulla genesi del potere nella società moderna e contemporanea di quanto non sia raccontato in questa mia esposizione – ma ho ritenuto utile iniziare a familiarizzare l’opinione pubblica su un’ermeneutica così raffinata e preziosa per comprendere il Mondo in cui viviamo, e le sue radici storiche e ideologiche più profonde. Tutto ciò viene esposto, sia chiaro, al di là di tutte le teorie complottiste e cospirazioniste monodirezionali (che servono a deviare l’attenzione dalle effettive e complesse trame egemoniche perseguite da influenti gruppi sovra-nazionali in conflitto e concorrenza tra loro); e invece, come direbbe Magaldi, cercando di portare alla luce un po’ per volta quello che effettivamente accade nel Back-Office del Potere, solitamente sottratto allo sguardo dell’individuo comune, del politico comune e persino del mainstream mediatico. Quest’ultimo, d’altronde, si presenta spesso o poco attrezzato culturalmente per comprendere quello che si muove all’ombra dell’ufficialità istituzionale-diplomatica, oppure troppo asservito, mediocre e intimorito per indagare e spiegare senza superficialità censoria o auto-censoria le vicende più complesse dell’attualità.